Buona scuola, per il personale si preannuncia uno tsunami

I docenti aumenteranno le ore di effettivo  servizio a settimana, massimo di ferie 36 giorni. Nel decreto, in vigore già dal prossimo anno, i nuovi scatti di carriera

L’interessante pronunciamento della commissione Cultura del Senato, deciso nel mese di dicembre, merita una divulgazione tra gli addetti ai lavori al fine di uscire dalle generiche lagnanze ed apprezzare lo sforzo di comprensione delle problematiche della scuola in atto nelle istituzioni. Per questo motivo riporterò, sintetizzandole, alcune indicazioni emerse nelle Conclusioni Commissione Cultura del Senato, nella seduta del 18 dicembre, sul progetto governativo “La Buona scuola” che, a quanto pare, avrà un effetto sulle decisioni che saranno assunte dal Governo.

Partiamo dalla constatazione che In Italia abbiamo 700.000 disoccupati tra i 15 e i 24 anni e che sono 4,35 milioni i ragazzi che non studiano, non lavorano e non sono in formazione (i cosiddetti NEET) . Si rileva che questi, solo in parte, sono il prodotto di una dispersione scolastica tra le più alte d’Europa (17,6 per cento) e della situazione legata al ciclo economico; mentre, secondo i risultati di una ricerca, ben il 40 per cento dipende dal disallineamento tra la domanda di “competenze” che il mondo del lavoro richiede  e quelle che effettivamente la scuola offre.

A distanza di cinque anni e a riordino ormai compiuto, si registrano, tra gli altri, i seguenti punti di debolezza: il taglio delle ore settimanali di lezione, in particolare quelle destinate alle attività laboratoriali; la mancanza di nuove risorse e l’impoverimento di quelle ordinariamente destinate al finanziamento del piano dell’offerta formativa (POF); le iniziative residuali di formazione dei docenti e delle, indispensabili, azioni di accompagnamento al riordino, hanno determinato non pochi problemi sia all’organizzazione del lavoro nella scuola sia allo svolgimento della didattica.

In sintesi: è stata certamente  positiva la riduzione degli indirizzi di studio e, in alcuni casi, anche delle ore di lezione settimanali; tuttavia, la quota di autonomia a disposizione di ciascuna istituzione scolastica (20 per cento) per consentire la modifica dei percorsi di studi, al fine di allinearli all’offerta formativa locale, è stata utilizzata pochissimo dalle scuole per i limiti posti dalla stessa normativa riguardo agli organici d’Istituto.

Infine, le importanti ed efficaci esperienze di sperimentazione che facevano della didattica laboratoriale, svolta da alcune scuole, un punto di forza, anziché essere portate ad ordinamento, sono state sacrificate e, forse, destinate a scomparire.

Dai risultati della ricerca emerge la necessità di creare un curriculum dello studente, articolato in discipline obbligatorie, discipline opzionali e discipline facoltative di arricchimento, per consentire una personalizzazione del percorso di studi che risulti adeguato e in linea con le attitudini e gli interessi degli allievi; di conseguenza, anche per l’esame di Stato necessitano modifiche, che  pongano al centro le scelte e le motivazioni di ciascuno studente, piuttosto che, solo, le conoscenze acquisite.

Le conclusioni della commissione, inoltre, evidenziano una notevole frattura tra la scuola secondaria di primo e quella di secondo grado che le disposizioni sull’obbligo non sono riuscite a sanare. Per risolvere tale frattura è opportuno un deciso investimento in risorse umane e materiali al fine di creare momenti di contatto tra i due cicli: occasioni di incontro tra  docenti, tra studenti, iniziative di supporto da parte di figure funzionali appositamente formate  per supportare studenti e famiglie nella scelta e nella realizzazione di un curriculum verticale declinato in vari percorsi possibili e coerente con gli indirizzi della secondaria di secondo grado. Le reti di scuole che nell’idea del legislatore potevano rappresentare una grande risorsa, sia per le relazioni interne relative alla didattica sia per le relazioni esterne con altri enti pubblici e privati nella governance territoriale, rappresentano, di fatto, aggregazioni spurie ed inutili.

L’obiettivo strategico di co-progettare con le imprese percorsi formativi trova oggi ostacoli principalmente nelle imprese stesse, che si rivelano, in larga parte, non attrezzate a sopportarne i costi e a mettere a disposizione i “luoghi di lavoro” per esperienze significative rivolte ai ragazzi. Ma anche nella scuola  i vincoli e la rigidità dell’organizzazione degli studi e degli orari settimanali rendono impraticabile la necessaria flessibilità per procedere nella direzione indicata: da qui la necessità di ripensare l’organizzazione scolastica e chiedere alle imprese una maggiore concreta disponibilità ad essere attori e non astratti propugnatori di un cambio di passo. Il disallineamento tra domanda  (delle imprese) e offerta (della scuola) è dovuto, al di là della capacità della scuola di stare al passo con l’evoluzione del mondo, alla richiesta profondamente diversificata che proviene dalle aziende: resta, quindi, necessario tenere conto del contesto territoriale e della necessità di costruire cabine di regia che governino, in parte, l’offerta formativa.

Il piano di assunzioni e le esigenze della scuola. In ordine al grande piano di assunzioni e alla creazione dell’organico funzionale appare non rinviabile la revisione dello status giuridico del docente pervenendo a una nuova progressione di carriera articolata non solo sull’anzianità ma anche sul merito (crediti) e l’obbligatorietà della formazione in servizio. Resta da chiarire il rapporto tra il piano di assunzioni e le esigenze formative delle scuole; partendo dal fatto che, in pratica, i quasi 150.000 docenti da assumere sono legati a specifiche classi di concorso, mentre occorre incrociare la platea dei docenti assunti con le esigenze delle scuole, nel senso che ogni scuola deve avere i docenti di cui ha bisogno e non solo docenti da dover utilizzare in qualche modo; il piano di assunzioni, cioè, deve essere allineato e funzionale alle offerte formative delle scuole e costruito sulla base delle richieste delle scuole stesse. Da qui, la necessità di definire chiaramente cosa si intende per organico di cattedra e per organico funzionale e quale rapporto vi sia tra le due posizioni. Il rischio è che l’organico funzionale diventi un organico meno appetibile e meno riconosciuto (poiché per esempio chi ne fa parte rischia di fare solo supplenze).

L’Italia è rimasto l’ultimo Paese europeo ad avere l’anzianità di servizio come unico sistema di avanzamento di carriera e di incremento stipendiale degli insegnanti. La proposta presentata dal Governo sembra voler far uscire i docenti dai trattamenti indifferenziati per scommettere sulla voglia di molti di essi di tornare a investire sulla propria professionalità; in particolare i giovani insegnanti che sono allettati dall’idea di non dover più attendere sei anni per veder incrementare il proprio stipendio.

La cosa che sta a cuore a tutti è l’equità del sistema, che premi i migliori ma sostenga anche le scuole in difficoltà e le orienti verso il miglioramento. Grande attenzione bisogna riservare, quindi, alla formazione in servizio dei docenti, che deve essere obbligatoria e non più strumento per accumulare punteggio, ma vero momento di confronto e riflessione. La soluzione potrebbe venire dal portfolio dell’insegnante (realizzato attraverso i crediti didattici, formativi e professionali, certificati dal nucleo interno di valutazione  implementato da un membro esterno, esperto di settore) che contribuisca a rendere evidenti e valutabili le esperienze e le competenze degli insegnanti, in particolare di quelli inseriti in posizione funzionale che verranno chiamati dalle scuole per implementare l’offerta formativa

Si ammette che non è convincente il principio enunciato da “La buona scuola” secondo cui, di fatto, un insegnante mediamente bravo, per ricevere lo scatto di competenza, dovrebbe cercarsi la scuola dove ci sono insegnanti scarsi per poter emergere. Il punto chiave, dal quale occorre partire, è che qualsiasi meccanismo di valutazione individuale e di carriera deve essere concepito con un’unica importantissima finalità, quella di offrire a ogni docente  una concreta prospettiva personale di crescita professionale. La valorizzazione dei singoli, però, non deve mettere a repentaglio la dimensione cooperativa del lavoro degli insegnanti, vanno sollecitate sia l’attitudine che la pratica collaborativa. E’ dimostrato, infatti, che i migliori risultati degli studenti si hanno nei gradi di scuola dove funziona il lavoro dei team didattici (infanzia e primaria).

Il sistema degli “incentivi” dovrebbe stimolare questo dinamismo professionale, che prenda il posto del semplice scorrere dell’anzianità. Il sistema dei crediti può utilmente descrivere le caratteristiche che si auspicano in ogni docente (standard professionali), ma vanno adeguatamente esplicitati, costruiti e presidiati con l’apporto attivo della componente professionale stessa.

Le funzioni strategiche. Finalmente si prende atto che lo sviluppo dell’autonomia richiede un modello organizzativo articolato in cui alcune funzioni strategiche (coordinamento dipartimenti, staff, referenti progetti, responsabili formazione/valutazione/ecc.) abbiano ruoli istituzionalizzati e che siano affidati a personale fornito di adeguate competenze e con riconoscimento economico adeguato. Sarebbe efficace  l’idea di un sistema misto di avanzamento stipendiale tra anzianità e merito.

La  commissione conclude che è fondamentale prevedere una perequazione delle risorse attribuite alle scuole centrata anche sui loro bisogni, non solo sui meriti, altrimenti si correrebbe il rischio di lasciare scuole “indietro”, a causa di condizioni di contesto che potrebbero limitare enormemente la volontà di miglioramento delle scuole stesse.

Lo sforzo di sistematizzare le problematiche emerse dalla consultazione nazionale sulla buona scuola, svolta dalla commissione, è encomiabile e alcune di queste indicazioni sembra siano state recepite dal Governo che si appresta a varare un importante decreto legge, con associati ad esso diversi disegni di legge delega dove si individueranno tre macro-capitoli: studenti, insegnanti, vita scolastica.       

All’interno ci sarà: il pacchetto di assunzioni (circa 140 mila persone che dovranno restare almeno tre anni nel posto che scelgono), il concorso per i professori, la nuova carriera, l’aggiornamento obbligatorio, la valutazione. Inoltre, interventi sui programmi: “Nelle quarte e quinte elementari, ad esempio, oltre alla musica e all’educazione fisica con insegnanti specialisti, ci sarà la possibilità di avere professori di inglese che insegneranno, in compresenza con la maestra, una materia in lingua inglese e, secondo voci accreditate, in terza e quarta superiore verrà introdotta un’ora di economia”.

Nelle leggi delega saranno contenute le parti della riforma più “controverse”: come la riforma degli organi collegiali e “il nuovo testo unico per la scuola, un’eventuale ulteriore  riforma dei cicli e con buona probabilità anche la riforma della scuola dell’infanzia, con il disegno di legge sul sistema integrato per l’infanzia, che prevede l’estensione dell’educazione prescolare dai tre mesi ai sei anni su tutto il territorio nazionale”.

Gli scatti di anzianità diventano marginali. Secondo l’agenzia giornalistica Ansa, il decreto legge avrà effetti pratici già il prossimo anno scolastico e verranno affrontate le questioni che riguardano la carriera (a cominciare dagli scatti di merito; gli scatti di anzianità rimarranno in vita, ma con un ruolo sempre più marginale, ad esso sarà aggiunto l’aggiornamento (obbligatorio) e la  valutazione”; l’attività di insegnamento dovrebbe essere modificata e l’orario di servizio degli insegnanti non dovrebbe più essere disciplinato dalle norme contrattuali, ma regolamentato dal nuovo decreto.

Quasi certamente non esisterà più il limite delle 6 ore eccedenti riferite alle attività d’insegnamento, in quanto, anche se su base volontaria, verrà consentito insegnare oltre le 24 ore settimanali.  Per quanto è dato sapere, un docente in organico funzionale potrebbe lavorare, tra attività d’insegnamento e altre, fino a un massimo di 36 ore settimanali. Dopo tante chiacchiere fatte sulla buona scuola è in arrivo una rivoluzione che modificherà le abitudini e il lavoro degli insegnanti. Sembra che sarà introdotta una vera carriera per gli insegnanti: se il docente vuole essere ben valutato, dovrà lavorare di più, dovrà garantire più ore settimanali di servizio, una maggiore presenza a scuola anche durante l’interruzione dell’attività didattica e le sue ferie effettive dovranno essere non più di 36 giorni. Su come si svilupperà questa carriera non è dato sapere.

Insomma dopo decenni di soli tagli indiscriminati senza intervenire sull’organizzazione scolastica e sui riti della scuola, sembra stia per abbattersi uno “Tsunami”. Quello che è certo è che la scuola non poteva sopravvivere a se stessa perpetrando abitudini ormai anacronistiche. Sul merito bisognerà attendere; speriamo sia la volta buona. Quello che è certo è che sarà a costo zero e questa non è una buona notizia.

 

 

 

 

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