Un tranquillo pensionato siracusano fu eroe di guerra in Vietnam

  

Premiato con medaglia al merito del Congresso degli Stati Uniti per aver salvato due compagni feriti in una sanguinosa imboscata portandoli con sé per tre giorni nella fitta boscaglia infestata dai vietcong: “Non so più quanti ne ho uccisi, ma del primo mi ricordo”. “Nei cesti di cocco dei bambini si celavano detonatori”

A vederlo, è un siracusano tranquillo. Ma Ernesto Rodilosso, 69 anni, ex dipendente della Montedison, è stato un parà dell’esercito americano impegnato in prima linea nella guerra del Vietnam e decorato addirittura con la medaglia al merito del Congresso degli Stati Uniti, onorificenza tra le più alte concesse ai militari americani.

Lui, la medaglia la tiene esposta in una parete di casa. Ma se non ci fosse, la storia di morte e di paura che si porta dentro sarebbe la stessa, la boscaglia incendiata, le raffiche di mitra, le donne stuprate e uccise, i bimbi terroristi da tenera età. “Ancora oggi, ogni tanto, ho degli incubi – ammette – Mi sveglio sudato, tremante, spaurito. Poi mi riaddormento nel silenzio della notte”. Chi lo conosce da vicino sa che, fino a una decina d’anni fa, non poteva assistere alle feste paesane con fuochi pirotecnici. “E’ vero – dice -, ad Avola volevo scappare, ho sbattuto mio cognato contro il muro, mi sembrava d’essere nella foresta”.

La foresta. Tutti i resoconti dal Vietnam hanno come protagonista il fitto intrico di rami, lecci che invadono il sud del Paese. Fu in questa foresta che, mezzo secolo fa, un esercito di charlie (così erano chiamati i vietcong) sconfisse la nazione più potente del mondo. Il fatto è che i vietcong sapevano acquattarsi tra gli arbusti come fossero anche loro bracci di legno e, alla prima occasione, pam pam, facevano secchi gli ignari che capitavano a tiro. E fu in questa foresta che Ernesto Rodilosso venne catapultato la prima volta nel luglio del ’66, iniziando gli undici mesi di inferno rosso più rischiosi della sua vita.

Ma il siracusano non pensava certo di doverli vivere quando, nel 1960, a soli quindici anni, partì con i genitori per il continente americano. A quel tempo, Ernesto aveva nel cuore la fidanzata dei tempi di scuola, che poi diventerà sua moglie. Alla stazione di Siracusa si disse: “tornerò”. E mantenne la promessa. Tornò dopo tre anni, stavolta per fidanzarsi in casa. Ma dovette ripartire e, ancora una volta, promise: “verrò a Siracusa per sposarti”. Dovettero, però, passare gli anni della tregenda.

Come molti emigrati, anche Ernesto Rodilosso ottenne la cittadinanza americana, nel ’65. “La prima cosa che mi chiesero fu di arruolarmi. Gli altri italiani, per non partire, dicevano di non saper leggere né scrivere in inglese; beh, l’inglese io lo parlavo e loro se ne accorsero. Il risultato fu che il 2 febbraio del ’66 mi trovai con la divisa dell’esercito”. Non c’era che ridere a quei tempi. Da sei mesi gli Usa erano in guerra nel sud-est asiatico. “Fui chiamato in fanteria, due mesi di duro addestramento. Poi preferii i parà. E per altri quattro mesi furono esercitazioni massacranti. Ricordo le prove di sopravvivenza. Ci lasciavano quaranta giorni in una boscaglia, paracadutando di quando in quando scatolame, alle prese con mille problemi”. Ma anche questo periodo finì e Rodilosso fu inviato a forte Brag, nel North Caroline, centro speciale dei parà, per le ultime tre settimane di corso. Infine, tornò nella base del Kentucky da cui era partito, col premio di dieci giorni di licenza. “Goditeli – gli disse un caporale – Tra poco sarete in ballo”.

Era il periodo della presidenza Johnson, succeduto a Kennedy. Gli Stati Uniti volevano liquidare in fretta i problemi asiatici e portarono nel Vietnam una forza di settecentomila uomini: paracadutisti, fanteria, artiglieria, marines. Il siracusano potè mandare una lettera ai genitori solo all’ultimo momento, con la destinazione esatta, raggiunta dopo 19 giorni di viaggio in nave e qualche ora di volo. Il villaggio si chiamava Play Cuck, recintato con filo spinato che delimitava il perimetro di tende e baracchette. L’unico lavoro consisteva nello scavare fossati per le protezioni coi sacchi di sabbia, ma la pacchia durò una settimana. Agli inizi di agosto ci mandarono in prima linea”, ricorda Rodilosso.

Ci spedirono a Dag To. Agenti della Cia avevano saputo che i vietcong si erano incuneati nel fronte americano in prossimità di questa zona e ci avevano mandato a perimetrare un campo recintandolo con filo spinato. Ma non ci riuscimmo del tutto. Il campo era di fronte alla boscaglia e la boscaglia era fatta di mille occhi. La sera stessa ci bombardarono. Noi buttavamo in continuazione i bengala spostandoci rapidamente di lato per non essere colpiti dai mortai o dai bazooka. Il bombardamento durò tutta la notte. Ci andò bene perchè erano pochi. Molti vietcong ci lasciarono la pelle perché il nostro armamento era migliore. Loro combattevano con un pigiama nero, una benda nera alla fronte, fucili del 15/18 e una banda di proiettili al petto”.

Da allora, paura e coraggio convissero in Ernesto: “ero coraggioso quanto più fifa avevo”, ammette. I pericoli e gli scontri erano frequenti. “Il peggio, però, era quando si andava fuori in pattugliamento. Camminavamo nella foresta per giorni verso villaggi di cui non sapevamo niente, in zone sconosciute. Di tanto in tanto un agguato e poi piogge che trasformavano il terreno, pieno di serpenti, in fanghiglia. Alcuni di noi erano febbricitanti”.

“Non so quanti vietcong ho ucciso, ma mi ricordo del primo. Stava appollaiato di vedetta su un grande albero. Io aprivo la fila della mia pattuglia e ho intravisto il luccichio del fucile. Ho sparato e l’ho centrato in pieno. E’ caduto come una pera matura. Lì per lì nessuna sensazione ma quando mi sono avvicinato ho sentito come un pugno allo stomaco, il vomito che sale. Ma è la prima volta, poi ci si abitua”.

E alla morte il siracusano dovette abituarsi subito. Del resto, i pericoli potevano venire da ogni parte, anche dai bambini. “Quando entravamo nei villaggi stavamo attenti ai bambini. Si presentavano con ceste che sembravano piene di cocco e invece c’erano detonatori che, se non si era lesti a spiccare un salto, provocavano una strage. Mi è capitato personalmente. Con cinque compagni perlustravamo un villaggio. Una ragazza vendeva coca cola fresca, i miei camerati hanno fatto gruppo, io fumavo accanto  a un albero. A un certo punto, ecco un bambino con la cesta di cocco. L’ha lasciata nei pressi del capannello ed è scappato. Io me ne sono accorto e, dopo esserci messi al sicuro, abbiamo sparato alla cesta che è saltata in aria”.

Nei villaggi vietnamiti un passo estraneo nella foresta provocava paura. “Più volte, entrandovi, abbiamo visto ragazze stuprate e uccise dai vietcong. Eppure, in alcuni villaggi si nascondevano veri e propri arsenali militari. Una bambina che trovammo accanto al corpo della madre violentata e ammazzata la portammo con noi, consegnandola poi  a un missionario”. Ernesto Rodilosso si agita sulla sedia e aggiunge: “Ma anche da noi c’erano i violenti. In un campo avevamo una ragazza che ci accudiva  e lavava gli indumenti, lasciandoli puliti accanto alle brande. Un giorno, di ritorno da un pattugliamento, non la trovammo. Cerca e ricerca, era riversa sul ciglio del bosco violentata e uccisa. Erano stati quattro neri dopo essersi ubriacati. Furono deferiti alla Corte marziale e spediti in America”. I neri erano però ottimi soldati. Fu uno di loro a salvare la vita allo stesso Rodilosso, riuscendo a freddare un vietcong che stava colpendo il siracusano. Ma in guerra non c’erano conflitti razziali, solo alleati e nemici.

La medaglia Ernesto la conquistò salvando un guatemalteco e un messicano, anche loro in Vietnam a difendere la grande America. Era la primavera del ’67. “Gli elicotteri avevano lasciato cinquanta di noi in una zona nei pressi del villaggio di Phu Me dove eravamo diretti. Ci siamo inoltrati nella boscaglia. Sapevamo che vicino al villaggio i vietcong avevano costruito un deposito di munizioni e un posto di vedetta. Noi avevamo il compito di smantellarlo. Ma dopo dieci minuti di marcia siamo caduti in un’imboscata. I vietcong spuntavano da tutte le parti. Cominciammo a sparare, all’impazzata, alla cieca, non sapendo nemmeno se colpivamo i compagni. Il fuoco durò una mezz’ora, un tempo interminabile. Acquattato sull’erba, mi accorsi che un nero accanto a me era morto, più in là un altro ragazzo era morto. Decisi di starmene fermo nell’erba per un altro quarto d’ora. Poi mi alzai e mi misi a cercare.

Era un lago di sangue, di membra squarciate, di volti sfigurati, di pezzi di carne a brandelli. Cercando con disperazione, riuscii a trovare due ragazzi ancora vivi, il guatemalteco Victor Mux e il messicano Francisco Elisalde, feriti uno alla gamba e l’altro alla spalla. Dei cinquanta eravamo rimasti solo noi.   

“Mi misi alla ricerca della radio, ma era inservibile. Riuscii però a trovare la cassetta d’infermeria. Non potevo lasciarli morire là. E allora decisi di portarli con me. Fu una lunga marcia di tre notti e due giorni, col pericolo che i vietcong ci sorprendessero ancora. Sapevamo che i vietcong uccidevano i prigionieri dopo averli orrendamente torturati. Meglio morire subito. Grazie al cielo, avevo la morfina e le bende per fasciarli. I ragazzi sudavano febbricitanti. Da mangiare avevamo scatolame preso negli zaini dei nostri compagni uccisi. L’ultimo giorno ogni passo era una tortura, ero stanchissimo. Poi finalmente abbiamo incontrato una pattuglia dei nostri e fu la salvezza. I due feriti furono curati all’ospedale di Saigon e poi rimpatriati”.

Qualche settimana dopo, anche Ernesto raggiunge le retrovie. Era salvo. Ma da allora in poi cominciarono gli incubi. Gridi improvvisi nella notte, delirio, sudore freddo. Anche a casa la trasposizione di una foresta umida e fredda in cui ogni ramo poteva nascondere un fucile, ogni ombra una baionetta pronta a trafiggerlo. A Ernesto era andata bene. Un italo-americano nativo di Pozzallo non tornò più. Fu ucciso sei mesi dopo l’arrivo in Vietnam mentre correva in soccorso di un altro italiano, colpito dai vietcong che si trovavano alle spalle della squadra: li avevano fatti passare facendo poi il tiro al bersaglio. Si chiamava Michele Pupillo. Rodilosso ha avuto la fortuna di un altro siracusano, Salvatore Cacciola di Augusta, che saltò in aria per un detonatore posto a pelo d’acqua in un fiume ma che poi guarì dalle sue ferite.

Adesso Ernesto è solo un buon marito e un padre felice. Ha tre figli, ha scritto un libro di memorie, si gode la pensione dopo aver lavorato alla Montedison di Priolo. Qual è il suo più grande desiderio? “La pace tra i popoli”, risponde. 

 

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