Lettera del nostro esperto al consulente economico di Renzi. Il sistema attuale è indifendibile ed è concausa dell’enorme debito pubblico, che ha raggiunto una consistenza tale da rendere impossibile uscire dalla crisi. Occorre abbatterne gran parte e instaurare un nuovo sistema di emissione monetaria
Prof. Filippo Taddei, ho ascoltato con interesse la relazione da lei svolta a Siracusa sulla legge delega che va sotto il nome di Jobs Act e nel successivo mio intervento (brevissimo) ho sintetizzato i seguenti concetti:
1) Ho espresso una chiara astensione da ogni critica pregiudiziale nei confronti del JA ed una fiduciosa attesa nei confronti della decretazione delegata che ne sta derivando e che ne deriverà. Ho anche espresso la mia speranza che la modifica delle leggi sul lavoro possa produrre i risultati attesi (almeno al 50% delle aspettative comuni).
2) Ho quindi ribadito un passaggio del suo discorso e cioè che, come Ella ha fatto bene a precisare, non basterà la nuova legge a produrre nuove concrete opportunità di investimento e di lavoro. Il lavoro lo creano le imprese. La legge crea delle precondizioni diverse, forse più favorevoli. Su tale sua affermazione ho innestato una mia osservazione. Ma allora perché non ampliare lo sguardo su altre possibili precondizioni favorevoli?
3) A mo’ di esempi di altre precondizioni ipotizzabili mi sono permesso di segnalare, rapidissimamente, due quisquilie. La prima di esse riguarda le banche, le quali, com’è noto a tutti e come un signore dell’ABI (Patuelli) smentisce, negando l’evidenza, hanno ristretto i rubinetti del credito alle aziende già operanti e a quanti vogliano avviare nuove iniziative. Preferiscono acquistare e detenere titoli del debito pubblico e, soprattutto, speculare in borsa. Basterebbe ripristinare la netta distinzione di ruoli tra banche di credito/risparmio e banche di investimento/affari per ovviare a questo inconveniente. Tale distinzione era stata introdotta dopo la grande crisi del 1929 (con il Glass-Steagall Act), ma è stata eliminata in America e in Europa negli anni recenti dell’iperliberismo dilagante. Se si toglie alle banche di credito e risparmio la tentazione (rischiosa) di avventurarsi nella speculazione finanziaria, si evita che si lascino imbottire di prodotti tossici e le si induce a fare il loro lavoro, che è quello di utilizzare i gruzzoli dei risparmiatori per erogare credito alle imprese esistenti (che invece stanno morendo per asfissia) ed a quanti vogliano cimentarsi con l’avvio di nuove iniziative (o, come oggi si preferisce dire, di nuove start up).
4) L’altra quisquilia che le ho segnalato riguarda un fatto che potrebbe veramente dare un impulso formidabile alla nostra economia, il passaggio dall’energia fossile (inquinante) all’energia pulita, derivante dal ciclo virtuoso tra fonti naturali (soprattutto solare ed eolica, ma in certi luoghi anche idroelettrica e geotermica) ed idrogeno. Esiste già oggi la possibilità di utilizzare l’idrogeno per autotrazione e in Italia l’ing. Longo (1) è stato il primo a realizzare la conversione della sua Alfa Romeo Giulia negli anni settanta, così come la Fiat è stata la prima a brevettare un serbatoio adeguato al nuovo carburante (2), ma aggiungo ora (in questa rielaborazione scritta del mio intervento) che esistono anche nuove modalità di utilizzo dell’idrogeno (cella a combustione interna, che moltiplica infinitamente le possibilità di ovviare all’intermittenza della fonte solare in impianti domestici di generazione di energia elettrica) e che anche le centrali di Rubbia riescono ad ovviare egregiamente, producendo energia 24 ore su 24. Inoltre l’adeguamento di tutto il parco di automezzi all’uso del nuovo carburante e un forte impulso ad un totale rinnovo di essi costituirebbero un fortissimo contributo alla creazione di nuovo lavoro. Il rinnovo della rete elettrica (per adeguarla a nuove esigenze coese alla creazione di energia diffusa su tutto il territorio mediante fonti naturali e microimpianti combinati con l’idrogeno) aggiungerebbe un oceano di opportunità offerte alle industrie ed ai lavoratori, mobilitando schiere di impiantisti. La rete elettrica non funzionerebbe più a cascata, per trasportare energia da grosse centrali inquinanti agli utilizzatori finali, ma verrebbe ad essere costituita da nodi plurimi di interscambio tra microimpianti in esubero e in deficit di produzione. Si tratterebbe di una nuova rivoluzione industriale.
Altre quisquilie aggiungo ora in questo articolo.
Per evitare di abusare della pazienza di tutti e per rispettare l’invito di Marika alla brevità, mi sono contenuto entro tempi strettissimi (forse due minuti), mantenendo la promessa a chi mi dava la parola. Adesso ho scritto qualche parola di più in ordine alla rivoluzione industriale possibile (tecnicamente) e necessaria (economicamente ed ecologicamente). Ed aggiungo, in questo mio articolo, che spero lei possa leggere e riscontrare, ulteriori riflessioni, che non erano certamente esprimibili nell’ambito di un breve intervento.
Io non credo ai complotti ma ritengo che gli interessi delle compagnie petrolifere e degli Stati che vivono dei proventi del petrolio siano pesantissimi. Non ritiene lei che da questi condizionamenti ci si debba affrancare oggi, senza alcuna esitazione, spinti come siamo da una crisi che piega la nostra economia, che falcidia il lavoro e brucia la possibilità di realizzazione dei nostri figli? O pensa che basti educarli ad una mentalità competitiva e darwiniana, dove ci sono prospettive di successo per i furbi, che sgomitano in mille modi, e per alcuni veramente bravissimi, come quelli che riescono ad addottorarsi alla Columbia University o addirittura ad insegnare presso la JH? Berlusconi suggeriva ad una ragazza di sposare un ricco. Forse non era solo una battuta. Lei avrà letto Piketty e le sue documentatissime ricerche sulla concentrazione della ricchezza (che spesso si tramanda ereditariamente). Il possesso di ricchezze (onestamente conseguite o ereditate) non è certo un crimine. Auguriamo ai nababbi di tutto il mondo la fortuna di godersele. Ma i figli di nessuno (appartenenti a famiglie che vivono del loro lavoro) che non hanno tentazioni delinquenziali, né ambizioni politiche, né aspirazioni di rampantismo sociale esercitabile per seduzione di rampolli/rampolle benestanti, né una visione darwiniana della vita, né capacità superiori alla media, né sogni di gloria e di successo da conseguire nel mondo dello spettacolo, né voglia di vivere sempre con la valigia in mano passando da un lavoro all’altro e/o da un continente all’altro, quei figli di nessuno che aspirano semplicemente a vivere di un lavoro onesto, che vogliono stanziarsi stabilmente in una casetta che sia tutta loro e integrarsi perfettamente in una dimensione sociale stabile, dove poter mettere al mondo figli per accudirli, educarli con cura e farli crescere in un ambiente relazionale sereno e amichevole… tutti costoro, che forse sono la maggioranza dei figli già venuti al mondo, che prospettiva hanno nella società in cui il Pil, se tornerà a crescere, non aumenterà abbastanza da consentire l’assorbimento della disoccupazione dilagante? Basterà il JA per trovare la soluzione al problema? Seminare solo nuove norme sul lavoro basterà a produrre frutti sufficienti per tutti? O non bisognerà por mano anche a tutta una serie di politiche volte a determinare una rivoluzione industriale? E basteranno le aziende private a creare lavoro per tutti?
Mi consenta di dubitarne: lo scopo dell’imprenditoria privata è quello di produrre profitti; solo incidentalmente diventa quello di produrre lavoro. Non è mia intenzione difendere il finto lavoro parassitario con cui la politica clientelare ha zavorrato il settore pubblico (ma guardi che tale abitudine perdura anche a causa del complice do ut des che si instaura tra mala politica e S.P.A private a cui vengono affidati importanti servizi pubblici come quello idrico); ma suggerirei di combattere il parassitismo nel pubblico come nel privato compiacente o colluso, non di mirare ad una generalizzata privatizzazione dei servizi sin qui svolti dallo Stato o da Enti pubblici. Sa niente del TISA (Trade in services agreement)? Potrebbe rivelarmi chi dei nostri politici sta trattando o tramando nell’ombra o lo ha già segretamente firmato?
Forse non basta affidarsi ad una modifica delle precondizioni per stimolare la crescita. Forse occorre anche tornare a considerare l’idea di uno Stato che in certi frangenti torni a svolgere una funzione imprenditoriale, come sta accadendo con le acciaierie e come dovrebbe accadere anche per l’alluminio in Sardegna. L’imprenditore privato cerca di sottrarsi a certi oneri (legati alla sicurezza, all’applicazione di impianti di abbattimento degli inquinanti) e, quando lo ritiene conveniente, delocalizza la produzione o, se non riesce a farlo, pianta tutto e scappa col malloppo di guadagni realizzati o dichiara fallimento, dopo aver occultato i profitti. Ma certi settori di produzione sono strategici per il resto dell’economia e lo Stato fa bene ad acquisire il controllo (e la proprietà) di certe aziende. Lo Stato non pensa solo al lucro. Pensa all’interesse comune (per il lavoro e per certe produzioni, che può essere opportuno mantenere in Italia). Probabilmente voi politici e consiglieri del Principe dovreste riflettere bene, prima che sia troppo tardi: altro che pensare a vendere i gioielli di famiglia! Aziende come ENI, Finmeccanica, Fintecna, Terna, ecc. dovrebbero essere svendute per qualche decina di miliardi? A qual fine? Solo per coprire una minima parte di quanto siamo costretti a sborsare annualmente? Abbiamo sborsato circa 85 miliardi di interessi annuali sul debito pubblico nell’anno appena trascorso. Dico bene? E in più paghiamo circa 50 miliardi di rata annuale del Fiscal Compact e dovremo pagarla per un ventennio per la riduzione forzata del nostro debito (che tuttavia continua a crescere). E poi ci sono altre uscite aggiuntive che dobbiamo attenderci come mazzate tra capo e collo: mi riferisco ai successivi prossimi esborsi per il completamento della nostra quota di partecipazione al fondo salva-stati (MES).
L’alternativa è: vendere per un piatto di lenticchie i nostri gioielli di famiglia (le partecipazioni statali) o trovare altre soluzioni possibili. Io dico che le dobbiamo trovare e che ci sono. Oltretutto l’ENI ha una funzione strategica (non solo economica), i cui aspetti sono forse più noti tra i nostri servizi, in ambienti del ministero degli Esteri e in quello dell’Interno; gli stati hanno anche bisogno di intrattenere rapporti diplomatici non sempre alla luce del sole. Alludo al fatto che certi nostri tecnici, impegnati in ambienti non propriamente tranquilli, sono talvolta operatori diversi sotto copertura. Ma pur tuttavia si continua a considerare la prospettiva della vendita di certi asset pubblici. E qui le sparo l’altra quisquilia a cui avevo vagamente accennato nel mio intervento. Tutto il nostro debito pubblico è vero debito? O parte di esso potrà/dovrà essere rimosso con una seisàchtheia selettiva?
Tra le scelte che un potere politico che voglia modificare radicalmente le cose (abbattendo storture consolidate dalle consuetudini, tabù, regole controproducenti, vecchi paradigmi inaccettabili, e non limitandosi ad occupare lettianamente la scena) c’è quella, improrogabile, di un abbattimento di gran parte del debito, da realizzare nel modo più indolore possibile (senza danneggiare i cittadini che hanno affidato il loro gruzzoletto di risparmi allo Stato). E c’è anche quella di instaurare un nuovo sistema di emissione monetaria, che non sia concausa, come l’attuale, dell’indebitamento. L’ho sparata grossa, vero? Ma spero che ella continui a leggere, sorretto, se non dalla fiducia di avere a che fare con un individuo ancora sano di mente (quale credo di essere, ma la diagnosi non sta a me farla), almeno dalla curiosità di sapere dove io voglia andare a parare.
Secondo me, occorre vagliare con spirito critico (e senza pregiudizi di sorta) la serie di obiezioni che sono state mosse al sistema di monetazione in vigore, separando le critiche fondate e plausibili dalle bufale dei signoraggisti. Ma occorre riconoscere a Cesare quel che è di Cesare: il discorso condotto a più voci (spesso stridule) sul tema del signoraggio contiene una miriade di note stonate, ma il tema di fondo (il vero nocciolo della questione!) non va buttato alle ortiche; sarebbe veramente come gettar via un bambino assieme all’acqua sporca. Il nucleo del pensiero di Giacinto Auriti, ad esempio, o di Bruno Tarquini va considerato con estremo interesse. Il discorso va certamente impostato su basi diverse e con intenti riformisti e propositivi, non con animosità punitiva o con mire giustizialiste. Gridare al complotto, criminalizzare banchieri e politici del passato, intraprendere iniziative giudiziarie è un percorso sbagliato, che non porta da nessuna parte. Occorre tuttavia riconoscere che c’è stata, nel tempo, una prevaricazione di poteri bancari e tecnici che hanno incravattato il potere politico; e che c’è anche stata una abdicazione strisciante, in qualche caso forse consapevole o connivente, più spesso ingenua, ottusa, o, talvolta, arrendevole per acquiescenza di fronte a poteri subdoli difficilmente sfidabili a viso aperto (anche per mancanza di competenze “tecniche”, che non sempre un politico possiede a sufficienza). Non è lecito poi parlare di complotto nel caso di processi di acquiescenza della politica durati secoli, coinvolgenti monarchie assolute e costituzionali, regimi autoritari e repubbliche democratiche… Troppi colpevoli significa nessun colpevole. Finché il sistema, subdolo nella sua architettura congeniale agli interessi di una chiesa del dio quattrino, ha funzionato ed ha concesso ai politici di barcamenarsi senza eccessive difficoltà o senza esporli ad ostacoli insormontabili, solo pochi hanno gridato allo scandalo, inascoltati. Ma ora quel sistema non si regge più: il debito pubblico degli Stati è divenuto ingente, la globalizzazione sposta la produzione nei paesi in cui il lavoro costa meno, le multinazionali fissano la sede fiscale in certi paradisi accoglienti (e Junker ne sa qualcosa e va costretto a far fagotto!), l’onere del welfare assicurato dagli Stati diviene insostenibile, la ricchezza tesaurizzata in modo estremamente sperequato moltiplica se stessa con speculazioni finanziarie, che non producono lavoro e non diffondono benessere.
Chi esamina le cose con attenzione e comprende con lucidità non può più tacere. Non tace! E i cittadini, stremati da una crisi interminabile, che dopo sette anni non lascia intravedere nulla di buono, sono pronti a correre dietro al Masaniello di turno o a chi annuncia il verbo di una qualche speranza, che però deve conservare la sua credibilità. Come Renzi, ad esempio. O come Tsipras. O come Hollande, che, dopo aver perso ogni stima ed ogni credibilità, è costretto o dovrebbe ritenersi costretto a tentare di recuperare la sua immagine solamente spendendosi per la salvezza di tutti. Questa è la situazione attuale; queste sono le premesse per un’azione politica determinata e coraggiosa. Si analizzi quel debito; lo si distingua in base ai creditori. Si onori quello contratto nei confronti di cittadini risparmiatori; si annulli quella parte fittizia, illegittima, originata da un perverso meccanismo di immissione della moneta nel sistema. E si modifichi, finalmente, tale “erronea” emissione monetaria. Erronea, ingiusta, politicamente scorretta… Chiamiamola come ci pare. Non criminale! In altri termini, si provi a trarre dal discorso dei signoraggisti, opportunamente riveduto e corretto, il nocciolo essenziale e se ne tragga qualche utilissimo suggerimento per scelte politiche praticabili.
La BCE sia istituzionalizzata (cioè trasformata in vera istituzione europea; si potrebbe dire “nazionalizzata” se l’UE fosse una sola nazione); diventi ICEE, Istituto Centrale Europeo di Emissione. Conservi una sua assoluta autonomia nello stabilire quanta moneta debba essere immessa nel sistema, ma non sia un ente sovrano; non presti la moneta creata (perché non ne può rivendicare la proprietà), né la presti indirettamente, tramite le banche sottostanti, dopo averla scambiata con esse e mimetizzata in un bilancio ingannatore.
Nel bilancio della BCE il valore monetario prodotto dal nulla e prestato alle banche (ad un interesse minimo di favore) è allocato tra i debiti ed è bilanciato dai titoli (di debito delle banche) con i quali esse l’hanno presa in prestito. Debito e credito della BCE sono meramente convenzionali: una finzione di bilancio. In realtà la BCE non chiederà mai indietro le banconote prestate e le banche non dovranno mai restituirle. Quel loro debito nei confronti della BCE per le banconote ottenute in prestito è fittizio. Mentre i soldi successivamente prestati agli Stati sono per questi ultimi (come per qualsiasi cittadino che ottenga un prestito dalle banche) un debito reale: da restituire integralmente e con lauti interessi.
È piuttosto strano, ma sfugge anche agli studiosi più accorti (3) il fatto che il passaggio verticale della moneta creata (dalla BCE alle banche sottostanti) non crea indebitamento reale ma solo un fittizio indebitamento reciproco, destinato ad estinguersi (teoricamente) con la restituzione alla BCE della moneta da essa prestata e alle banche, reciprocamente, dei titoli che attestano il debito da esse contratto. In realtà la restituzione della moneta circolante non avrebbe alcun senso: vengono restituite solo le banconote malridotte (per una loro sostituzione); per raffreddare in partenza effetti inflazionistici (di cui non si intravede attualmente alcun rischio) la BCE può usare ben altre leve a partire da una modesta elevazione del tasso di sconto. Quel trasferimento verticale è segnato nei bilanci come un indebitamento reciproco della BCE e di ciascuna banca sottostante che ne ottenga banconote in prestito; in assenza di base aurea, il debito contratto dalla BCE si riduce esclusivamente nell’impegno a restituire, in caso meramente ipotetico di restituzione delle banconote prestate, le carte del debito bancario attestanti tale prestito ottenuto. Ma mentre la BCE non chiederà la restituzione delle banconote prestate alle banche (limitandosi a percepire il modesto interesse definito tasso di sconto), queste ultime chiedono sì la restituzione di quanto prestano ai cittadini e agli Stati. Con interessi ben più consistenti del tasso di sconto.
In altri termini, il debito che viene creato, attraverso prestiti orizzontali, dalle banche è debito reale. E questo debito reale viene imposto non solo ai cittadini (come è giusto che sia) ma anche agli Stati: a quegli Stati dalle cui leggi e dal cui potere scaturisce la validità “legale” della moneta in corso, non riconosciuta alle banconote ormai “fuori corso” né a quelle stampate da falsari. La legge punisce gli spacciatori di banconote stampate da soggetti non autorizzati e conferisce valore a quelle stampate dall’unico soggetto autorizzato, ma questo non consegna la massa monetaria creata allo Stato (a ciascuno Stato dell’Unione): gliela fa pervenire indirettamente, in prestito oneroso, dalle banche del sistema. E qualcuno pretende di giustificare questa assurdità solo in nome dell’autonomia che va riconosciuta all’Istituto di emissione in relazione alla quantità della moneta da stampare. Autonomia o sovranità monetaria quella esercitata dalla BCE? E a vantaggio di chi, prof. Taddei, se nel bilancio della BCE i soli attivi rilevabili sono, correttamente, rappresentati dagli interessi percepiti per il prestito delle banconote alle banche sottostanti? Non le pare che esista un sistema bancario che si avvantaggia di questo sistema di monetazione per indebitare, indebitamente, gli Stati?
Tuttavia hanno torto i signoraggisti, che gridano al complotto e che vorrebbero risolvere la questione per via giudiziaria: nessun tribunale troverebbe un responsabile da condannare, né individuerebbe un crimine in un sistema che funziona in base a regolamenti, statuti e leggi in vigore. Tuttavia il sistema è indifendibile ed è concausa del debito pubblico, che ha raggiunto una tale consistenza da rendere impossibile uscire dalla crisi. Gli Stati sono nella condizione di dover arrancare a fatica, gravati da una palla al piede che impedisce loro autonomia di movimenti. Ma, con sublime e sconcertante indifferenza, l’establishment politico-finaziario attuale impone agli Stati una drastica riduzione del debito pubblico (Fiscal compact) e una politica di rigore. Senza considerare che una parte di quel debito dovrebbe invece rimetterlo, cancellarlo, condonarlo sua sponte. A questo punto cosa deve fare, a suo avviso, chi è al vertice del potere statale? Quali suggerimenti crede di dovergli fornire ella, in qualità di ascoltato consigliere del Principe? Questa maledetta faccenda è immodificabile come la legge di gravitazione universale? Dobbiamo solo rassegnarci e aspettare che il sistema crolli da solo per poi crearne uno migliore? Dobbiamo affidarci poi agli stessi soggetti che governano questa baracca, confidando che ne erigano una migliore? O forse sbaglio io nel vedere le cose e devo modificare la mia interpretazione distorta della realtà? Se sbaglio, me lo dica: farò tesoro delle sue spiegazioni.
Intanto, nella convinzione di aver colto nel segno, passo ad abbozzare i termini di una proposta, che sorge spontanea: il potere politico (potendo facilmente contare, in sede europea, su una alleanza mediterranea di Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia…) si faccia valere. Modifichi con una legge ad hoc questo stato di cose. Vari un “atto di imperio democratico” per modificare lo statuto della BCE, per sottrarla alla attuale proprietà (le banche centrali nazionali, a loro volta possedute da banche private, situazione anche quest’ultima da rimuovere con nazionalizzazioni, al fine di eliminare un evidente conflitto di interessi) e per acquisirla come Istituzione pubblica comunitaria che decida autonomamente quanta moneta debba produrre per consegnarla agli Stati dell’Unione in proporzione alla loro consistenza demografica. Questo eviterà il perpetuarsi nel futuro di una situazione che è concausa dell’indebitamento degli Stati.
E per il debito pregresso? Come attuare la seisàchtheia selettiva?
Alla luce di quanto sopra considerato, perché non imporre alle banche, con lo stesso provvedimento legislativo sopra ipotizzato, definibile “atto di imperio democratico”, l’obbligo di consegnare alla BCE (trasformata in ICEE) tutti i titoli di debito pubblico in loro possesso per riceverne in cambio un uguale valore di titoli del loro debito (fittizio) verso di essa? Le banche annullerebbero così il loro debito (fittizio) nei confronti della BCE, riscattando i loro titoli di debito e offrendo in contraccambio i BOT e i CCT di cui sono in possesso. In pratica pagherebbero i loro debito alla BCE con i BOT statali che detengono. La conseguenza sarebbe interessante: nel bilancio della BCE, divenuta ICE, valori uguali e contrari si potrebbero elidere e una buona parte del debito pubblico svanirebbe come una bolla di sapone. In pratica si potrebbe in tal modo estinguere debito pubblico (dei vari Stati dell’Unione) per un ammontare pari al valore monetario delle banconote immesse in circolazione. Ovviamente il debito dei singoli stati verrebbe eliso nel rispetto di un criterio di proporzionalità alla consistenza demografica o a qualche altro criterio obiettivo. Il nostro debito pubblico non svanirebbe del tutto; lascio a lei il compito di calcolare la parte cancellabile nel modo descritto. Si arriverebbe a portarlo entro i limiti del 90% del PIL? Forse no, ma quel limite ha ancora un un senso?
Certamente bisognerebbe fulminare le banche che osassero tentare il gioco sporco di allocare presso risparmiatori privati, in tutta fretta, il loro tesoretto di BOT e di altri titoli di debito pubblico come CCT, ad esempio. Ma i recenti stress test hanno certamente consentito di fotografare il patrimonio (consistente) di titoli del debito pubblico detenuti dalle banche e sarebbe possibile impedire qualsiasi furbesca operazione come quella sopra ipotizzata.
Quantitative eating, non quantitative easing. Il provvedimento sopra ipotizzato è ben diverso dal QE (quantitative easing) di cui spesso si sente parlare. Con tale alleggerimento quantitativo (QE) la banca centrale acquista dalle banche titoli tossici di cui queste si sono appesantite, sostituendone il valore (dubbio o incerto) con moneta di nuova creazione. Banconote in cambio di cartaccia (per aiutare le banche). In circostanze particolari (come l’attuale) il QE può anche consistere nell’acquisizione da parte della BCE di titoli del debito pubblico già detenuti dalle banche (in questo caso per aiutare un tantino gli Stati). È curioso (ed anche significativo) che per regolamento statutario la BCE non possa acquisire BOT direttamente dagli Stati. Attraverso il QE la banca di emissione rifornisce di moneta le banche sottostanti, incoraggiandole ad erogare prestiti ed a stimolare l’economia. Si tratta di una strategia certamente positiva, ma i vantaggi per lo Stato sono minimi. Il QE realizzato con titoli di Stato produce o dovrebbe produrre un rialzo della loro domanda (e quindi una più facile emissione di titoli del debito pubblico) e una conseguente riduzione del rendimento, agendo in tal modo come strategia finalizzata a ridurre l’interesse che lo Stato deve pagare a chi investe in BOT. Vantaggio minimo, come si vede: lo Stato potrà solo indebitarsi più facilmente emettendo nuovi BOT e impegnandosi a corrispondere un interesse meno pesante.
Il provvedimento sopra ipotizzato (quantitative eating) sarebbe invece finalizzato ad una seisàchtheia (ad uno scuotimento o un abbattimento) di una parte del debito pubblico. E non sarebbe una graziosa manovra di un governatore illuminato della BCE privata, ma una imposizione del potere politico al sistema bancario: l’imposizione di un obbligo dagli effetti consistenti e salvifici. Si tratterebbe di costringere l’ Istituto Centrale di Emissione ad ingoiare tutti e solo i titoli del debito pubblico in possesso delle banche. Gli effetti positivisono così riassumibili: recupero della sovranità monetaria; sterilizzazione di una delle cause strutturali del debito pubblico; cancellazione retroattiva di una parte del debito pubblico (ossia di tutta quella parte di esso collocabile per scambio obbligatorio in pancia alla BCE o all’ICEE in compenso dei titoli di debito bancario depositati nel tempo dalle banche del sistema presso la BCE come controvalore della moneta prelevata in prestito). Le banche ci rimetterebbero qualcosa, ma non molto: si priverebbero dei BOT che detengono (e che fruttano loro interessi non trascurabili) scambiandoli con i titoli del loro debito nei confronti dell’istituto di emissione, che sarebbero ritirati ed estinti, ma sui quali le banche sborsano interessi minori. Perderebbero, insomma, quel differenziale che attualmente lucrano, prendendo in prestito denaro a interesse di favore e prestandolo agli Stati ad un interesse maggiorato.
Una seisàchtheia selettiva, senza danno per i risparmiatori. Rimarrebbero da pagare, da parte degli Stati, i titoli di debito pubblico posseduti da privati. La seisàchtheia (cancellazione dei debiti) sopra ipotizzata sarebbe giustamente selettiva; verrebbero cancellati i debiti non riconoscibili come tali, ma onorati quelli contratti nei confronti di cittadini e di risparmiatori privati.
Una rivoluzione copernicana. Grazie ai cambiamenti ipotizzati, per il futuro il sistema funzionerebbe nel seguente modo: le banche utilizzerebbero il denaro depositato presso di esse dai risparmiatori e quello eventualmente prestato ad esse (ad interesse) dagli Stati, che invece lo otterrebbero senza alcun onere debitorio, per semplice trasferimento, dall’Istituto Centrale Europeo di Emissione. Una rivoluzione copernicana! E si può anche fare di più! Si può anche spingere l’azione riformatrice più in là…
Riserva frazionaria e creazione di moneta contabile. Oggi (ma non da oggi) le banche creano moneta esclusivamente contabile, che prestano ai richiedenti semplicemente segnandola lei loro conti correnti. Su tale moneta prestata virtualmente (ma inesistente) percepiscono gli interessi (reali!) ma non pagano neanche quell’interesse minimo che versano alla BCE per le banconote prese in prestito. La quantità di moneta creata virtualmente in base al principio della riserva frazionaria (ossia al fatto sperimentato che la riserva effettiva, in contanti, può essere solo una frazione della moneta contabilmente erogabile per prestiti) è diventata recentemente eccessiva. Questo fatto (unito all’altro rischio rappresentato dall’ acquisizione di titoli tossici) ha messo le banche in condizioni di reale pericolo di insolvenza e di fallimento. Le disposizioni di Basilea2 e Basilea3 rispondono al bisogno di elevare per le banche i requisiti di sicurezza, prescritti dai grandi banchieri, cardinaloni del dio quattrino che si riuniscono in conclave appunto a Basilea. Ma se, nonostante tali prescrizioni, una banca rischia di fallire, lo Stato è chiamato in suo soccorso e la foraggia generosamente (troppo generosamente) pur essendo indebitato verso il sistema bancario e pur essendo debitore, probabilmente, anche nei confronti della banca a rischio. Anche questa è una assurdità: tu banca mi presti denaro ad interessi e io Stato ti salvo gratis (o quasi) se tu ti esponi a rischi con operazioni sconsiderate e speculazioni azzardate.
Domanda. Cosa impedisce al potere politico di stabilire che le banche siano tenute (in futuro) a coprire ogni prestito con moneta reale e anche (in parte da prestabilire) con moneta virtuale o contabile creata dall’ICEE (o BCE istituzionalizzata) e sulla quale le banche stesse siano tenute a pagare un interesse minimo? Oggi è il cittadino che chieda un prestito a dover pagare un interesse (consistente) sulle somme virtuali che la banca crea segnando semplici numeri su un conto che gli mette a disposizione. Le banche, dunque, lucrano (abbondantemente) su prestiti di moneta virtuale. Perché non dovrebbe poter lucrare un istituto centrale di emissione (ICEE) o lo Stato su tale moneta virtuale, prenotata dalle banche e ad esse attribuibile (secondo misure di prudenza prestabilite) dall’ente pubblico concedente? Ci sarebbero più garanzie per tutti e più introiti per gli Stati (tramite l’istituto di emissione pubblico).
La risposta ai quesiti, retorici, potrà essere fornita solo con fatti concreti. Da cittadino (senza collare, senza alcun distintivo di partito e senza stelle) mi auguro che Renzi sappia essere coerente con la sua intenzione di voler rappresentare l’ultima speranza dei cittadini nella capacità di questo sistema di correggersi e di rigenerarsi. Concludere il semestre europeo con la misera soddisfazione d’aver fatto recepire una vaga richiesta di flessibilità da parte di arcigni sostenitori dei principi di rigore e di austerità mi sembra poca cosa. Ma è finito solo un semestre; non è arrivato a conclusione il mandato di Renzi. E le questioni poste sono sotto il naso di tutti, anche se molti preferiscono ignorarle. L’audace monello fiorentino ha ancora la possibilità di provare a rottamare molte cose che non vanno. Ovviamente, contando sulle giuste alleanze. Ma occorre che punti a liberarsi dalle “larghe intese” o dalle paralizzanti complicità in cui si è lasciato imprigionare. Dalle sue prossime scelte in ordine all’inquilino del Quirinale vedremo se vorrà imboccare la strada giusta.
Prof. Filippo Taddei, concludo questa mia mail chiedendole due cose: valutare i suggerimenti in essa contenuti con mente aperta e utilizzarli, nella misura in cui li riterrà giusti, nel suo ruolo di consigliere economico del Principe, ossia del Presidente del Consiglio in carica. Renzi ha chiesto ai cittadini di avere fiducia in lui per una sorta di appiglio ad un’ultima speranza prima del naufragio. Bisognerà che si affretti a navigare con determinazione, agendo sul timone senza alcun ritardo. Altrimenti finiremo sugli scogli. Prima la Grecia e poi noi. Ben venga il suo JA (e mi auguro che funzioni), ma ho paura che non basti. Io non lo osteggerei, come fanno i sindacalisti e quanti agitano a mo’ di vessillo l’art. 18. Ma suggerirei a Renzi di regolamentare l’attività delle banche (reintroducendo la nota distinzione), di incoraggiarle a erogare i crediti alle imprese, di costringerle a uniformare su tutto il territorio nazionale il costo del denaro… Perché il Sicilia e nel Sud in genere un prestito bancario deve essere più oneroso? Infine, gli suggerirei di por mano ad una riforma epocale della monetazione e ad una ristrutturazione del debito. Nei termini sopra accennati. Grato per la risposta che vorrà fornirmi, le invio un cordiale saluto e un augurio di un proficuo lavoro al servizio dei cittadini tutti. Concetto Rossitto.
NOTE:
(1) Da Treccani. it
Lóngo, Massimiliano. – Ingegnere (Arzignano 1924 – Ravenna 2007). Dopo aver studiato all’Istituto tecnico di Valdagno è entrato in aeronautica dove ha fatto il pilota e il capomeccanico. Era addetto alla manutenzione degli aeroplani da caccia Reggiane 2000 e Siai Marchetti 205. Laureatosi presso l’univ. di Parigi nel 1970, nel 1973 presentò come tesi di dottorato la prima macchina a idrogeno, una Alfa Romeo 1300 GT. L’auto funzionava perfettamente, anche se le prestazioni erano inferiori al modella benzina.
(2) https://www.allaguida.it/articolo/fiat-panda-hydrogen-anche-a-torino-si-parla-di-idrogeno/706/
Nessuna azienda può permettersi di non fare progetti a medio e lungo termine, tantomeno se questa azienda è in fase di rilancio. Ed è per questo che anche Fiat prosegue il cammino nel mondo dell’idrogeno, presentando la Panda Hydrogen. Sarà pronta per la commercializzazione tra 15-20 anni, ma questo prototipo è marciante. Come tutti i prototipi apporta alcune innovazioni e quella che caratterizza questo modello è che tutta l’energia necessaria al moto, viene fornita direttamente dal propulsore (composto da fuel cell), senza l’ausilio di accumulatori, esattamente come accade per le automobili alimentate a benzina e gasolio. Fino ad ora, infatti, per la partenza il veicolo si appoggiava ad una batteria che forniva la corrente necessaria per lo spunto. Il sistema a celle a combustibili si trova sotto il pianale e prende l’energia dall’idrogeno che è stipato in un serbatoio ad altissima pressione, circa 350 bar. A piena potenza, il propulsore Fuel Cell della Panda Hydrogen eroga 60 kW, consentendo alla vettura di raggiungere una velocità massima di oltre 130 km/h, con un’accelerazione da 0 a 50 km/h in 5 secondi. Allo spunto, la vettura supera facilmente una pendenza del 23%. La capienza del serbatoio di idrogeno assicura alla Panda Hydrogen un’autonomia di oltre 200 km nel ciclo urbano. Il tempo di rifornimento è rapidissimo, inferiore a 5 minuti, paragonabile a quello di una vettura a metano.
(3) Piketty, ad esempio, considera il fatto che la produzione di banconote ad opera di una banca di emissione non crea ricchezza nel senso che non aumenta il capitale nazionale, ma gli sfugge (o non fa parte del discorso che gli preme sviluppare sul capitale) l’effetto di indebitamento a danno degli stati prodotto dall’attuale sistema di monetazione. Ecco ciò che scrive a pag. 878 del suo interessante e monumentale lavoro su Il capitale nel XXI secolo: «quando la Federal Reserve o la BCE decidono di stampare 1 miliardo di dollari o di euro supplementari, sarebbe sbagliato pensare che il capitale nazionale americano o europeo aumenti di 1 miliardo di dollari o di euro. In realtà il capitale nazionale non cambia né di un dollaro né di un euro, perché le operazioni effettuate dalle banche centrali sono sempre operazioni di prestito. Esse portano, per definizione, alla creazione di attivi e passivi finanziari, destinati a compensarsi esattamente nel momento in cui vengono introdotti». Contabilmente il miliardo creato è costituito da un miliardo di debito (in banconote assimilabili a cambiali o ad assegni pagabili a vista al portatore) bilanciato da un pari debito cartaceo assunto dalla banca nei confronti dell’istituto di emissione. BCE e banca che preleva il miliardo sono in pari con un debito reciproco. Piketty non considera che quel debito reciproco è fittizio, in quanto l’istituto di emissione non chiederà mai la restituzione del miliardo in banconote. Ma la banca del sistema, prestando quel miliardo di banconote in parte ai cittadini e in parte agli Stati, li indebiterà veramente e a tutti gli effetti. L’incongruenza balza in tutta la sua evidenza se si considera il sistema bancario nel suo complesso: la BCE è posseduta dalle Banche centrali Nazionali, possedute a loro volta dalle banche sottostanti. Il sistema bancario crea la moneta (in misura tale da mantenere il sistema stabile) ma se ne considera possessore, tanto da prestarla ad interessi persino agli Stati, che sono però i soggetti che attribuiscono ad essa valore legale. Il possesso è celato dietro il paravento di quel debito reciproco (ma fittizio) che si instaura tra Banca di emissione e banche che prelevano in prestito le banconote, addossandosi però sostanzialmente solo l’onere marginale del pagamento di un interesse minimo. Giacinto Auriti aveva visto bene; sbagliava quando pensava di poter risolvere la questione per via giudiziaria. L’atto di accusa formulato dal procuratore Bruno Tarquini nei confronti del sistema di monetazione è giusto. Egli vedeva in questo sistema, tollerato dai politici, un tradimento della Costituzione. Ma nessuna Corte Costituzionale cambierà di una virgola le leggi esistenti. La soluzione del problema va cercata per via politica. Questo sistema di monetazione non è immodificabile come una legge di natura: non è la legge di gravitazione universale. La politica può e deve porre rimedio. L’alternativa è quella di lasciare che i cittadini siano resi schiavi per debiti da un sistema che contribuisce strutturalmente alla creazione del debito pubblico. La parola adesso tocca ai politici e, in primo luogo, a Renzi. E al suo consigliere economico, prof. Filippo Taddei. Il giudizio del quale sarà tenuto in grande considerazione.

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