Quando nel suo semestre glorioso Matteo Renzi nazionalizzò la BCE

Capitoletto di fantastoria che ci lascia qualcosa su cui meditare, una parabola… irreale. Come si giunse all’«atto d’imperio» con il quale si stabilì che la nuova BCE non avrebbe più prestato denaro alle banche Una vicenda che nessuno storico o politologo potrà mai scrivere. Purtroppo

Il semestre di Renzi fu memorabile. Per quanto in Italia avversari, alleati e persino compagni di partito spargessero a piene mani difficoltà sul suo cammino, il «monello fiorentino» proseguì con l’effetto di un rullo compressore nella sua opera di riformista e di «rottamatore» del vecchio ordine di cose. In Italia, dopo aver polarizzato l’attenzione e le polemiche di tutti su una riformicchia simbolica di un articolo dello Statuto dei lavoratori, sventagliò una raffica di riforme autentiche, imponendone l’approvazione a colpi di fiducia ad un parlamento fiacco, infingardo ed incapace. Molti dei parlamentari votarono la fiducia senza neanche rendersi conto della portata delle novità delle «leggi renzianissime». E fu così che si ritrovarono poi spogliati di molti dei loro privilegi, a cui non avevano avuto la sensibilità di rinunciare volontariamente nel corso della grande crisi, essi che pur non avevano esitato a ratificare provvedimenti che (assecondando i precedenti governi) avevano crudelmente imposto lacrime e sangue a moltissimi cittadini. Di colpo si ritrovarono drasticamente ridimensionati i loro scandalosi stipendi anche i tantissimi papponi della burocrazia nonché i servitorelli e i paggetti della Camera e del Senato, sino ai barbieri, che avevano spudoratamente beneficiato di trattamenti osceni per generosità immotivata.

Ma fu in Europa che il genio innovatore del nostro si dispiegò con maggiori effetti. Approfittando della crisi e delle difficoltà in cui versavano vari stati dell’Unione, riuscì con un’abile strategia diplomatica a farsi portavoce degli interessi comuni contro le politiche di rigore, imposte dai banchieri che avevano spadroneggiato e dalla Germania della Merkel, che era da essi manovrata. Il suo tour in aereo presso tutti i principali leader degli stati dell’Unione fu definito «il volo del calabrone», perché altrettanto impossibile apparve la missione di tali spostamenti. E invece… i risultati furono tangibili: costrinse Junker (allora indebolito dall’esplosione di informazioni sul suo passato di fiancheggiatore di grandi evasori, a cui aveva offerto di trasferire la sede fiscale delle loro aziende nel suo Lussemburgo) ad assecondare il disegno riformatore ed egli non poté rifiutare perché l’alternativa era quella, rovinosa ed umiliante, di finire nella polvere del disonore.

Junker (per costrizione o per ricatto) e i leader (per comprensione di quanto spiegato loro dal grande comunicatore) promulgarono il famoso «atto d’imperio democratico», che istituzionalizzò la BCE e privò del loro strapotere i banchieri, che avevano asservito le democrazie operando al riparo degli statuti delle banche e dei trattati. Prima del «semestre glorioso» la BCE era stata, ufficialmente, istituto di diritto pubblico comunitario, mentre in realtà era il vertice di un sistema feudale e piramidale, in cui le banche sottostanti possedevano le banche d’Italia, di Francia, di Germania, ecc. e queste ultime possedevano, a loro volta, la BCE, che avrebbe dovuto controllarle tutte. Questa assurda situazione, che celava un conflitto di interessi senza precedenti nella storia, fu rimossa con l’«atto d’imperio democratico» grazie al quale la BCE fu istituzionalizzata, cioè nazionalizzata, per così dire, da parte della UE, che si comportò nei confronti di essa come una nazione unitaria. Conservò la più assoluta autonomia in relazione alla responsabilità di scegliere la quantità di moneta da creare per mantenere l’inflazione prossima al 2% senza far superare tale soglia.

Ma questo fine istituzionale (a cui fu aggiunto, come in USA, quello di dover operare scelte funzionali alla riduzione della disoccupazione) fu affidato soprattutto e in misura preminente a studiosi di chiara fama, premi Nobel, grandi intellettuali… e solo a pochi dei vecchi cardinaloni della chiesa del dio quattrino (i banchieri), che erano stati sino ad allora i soli ad aver accesso alla sala di comando della BCE. E la prima misura della nuova struttura di comando di quella istituzione globalmente rinnovata fu subito imposta sin dal momento dell’insediamento (perché essa era stata prevista da Renzi e concordata coi leader degli stati): la nuova BCE impose alle banche di consegnarle tutti i titoli del debito pubblico che avevano in pancia (diffidandole dal tentare il giochino di piazzarli presso risparmiatori diversi, giacché le recenti manovre di stress test avevano consentito di acquisire ogni informazione circa l’entità del tesoretto di tali titoli detenuto da ciascuna di esse); in cambio la nuova BCE rese immediatamente alle banche pari valori dei titoli di loro debito (PcT) con cui esse avevano preso in prestito moneta creata dalla stessa BCE, prima della riforma.

E nei casi in cui il tesoretto di BOT eccedeva in valore la quantità di moneta presa in prestito, fu la nuova BCE a fornire il complemento a saldo dei BOT ricevuti. E lo fornì in moneta contabile (non stampata), da segnare all’attivo delle banche che avevano trasmesso eccedenze di BOT. Tale moneta contabile fu tuttavia vincolata alla condizione di non spendibilità, rimanendo immobilizzata nei bilanci solo per esigenze di pareggio e per garanzia di copertura dei rischi con malleveria della banca centrale ove mai un pericolo si manifestasse concretamente. In tal modo le eccedenze di monetazione contabile (ad opera della BCE) non comportarono alcuna conseguenza inflattiva; ne risultarono potenziate le riserve bancarie; gli stati furono alleviati dal pagamento degli interessi che sino a quel momento avevano dovuto pagare alle banche per i BOT da esse detenuti. Finalmente ci fu in tal modo un provvedimento che non vide gli stati costretti a prostrarsi come umili servitorelli di fronte alle banche o a svenarsi per salvarle, dopo essere stati spremuti e indebitati da esse.

Ma la conseguenza più vistosa e più eclatante della riforma della BCE fu la «seisàchtheia selettiva», già prestabilita da Renzi e Draghi. Nel bilancio della BCE (come già era avvenuto in quelli delle banche di emissione, prima dell’euro) i valori delle banconote create erano stati segnati come debito: debito solo convenzionale, ovviamente, a fronte di un pari valore di credito (ugualmente fittizio) rappresentato dai titoli di debito delle banche, con i quali queste avevano preso in prestito la moneta creata. Ora tali titoli erano stati sostituiti (per effetto di una scelta contenuta nell’«atto d’imperio democratico») dai titoli del debito pubblico (BOT, BUND, e sim.). Cancellare valori uguali e contrari non altera l’equilibrio di una equazione né quello di un bilancio. E fu così che risultò possibile operare una «seisachtheia selettiva», che, senza danneggiare (o privare della possibilità di restituzione né del diritto a percepire gli interessi) i risparmiatori privati, detentori di BOT per aver prestato denaro agli Stati,  cancellava di colpo una gran parte dei debiti pubblici dei paesi europei.

L’«atto d’imperio» stabilì, inoltre, che la nuova BCE non avrebbe più prestato denaro alle banche (il cui sistema piramidale risultò sormontato da un vertice realmente pubblico ed autonomo dal potere politico), ma lo avrebbe trasmesso loro, in proporzione alla diversa consistenza demografica. Ciò consentì di alleviare gli Stati dal capestro che avevano accettato di subire: la restituzione di gran parte del debito pubblico in 20 anni per gli obblighi contratti con il «fiscal compact», obblighi incompatibili con la funzione di stimolo dell’economia che erano chiamati a svolgere per combattere efficacemente la crisi, mentre invece la miopia dei banchieri li aveva costretti a politiche di rigore che comportavano effetti deflattivi (dilagare della disoccupazione, crollo dei consumi ed estensione della povertà).

E non fu solo questo il frutto prodigioso del semestre renziano: il «tifone fiorentino» lasciò in eredità al Parlamento europeo e alla Commissione una road map o un crono-programma ben definito, che riuscì a far approvare dai due organi separatamente. E si trattò del più rivoluzionario pacchetto di misure riformatrici che la storia ricordi. Tra tali misure basti citare: la «resezione gordiana» (nuova versione del Glass Steagall Act), il «taglio degli artigli» (spostamento della tassazione sulle transazioni finanziarie speculative, detto anche Tobin tax, e riduzione dei prelievi fiscali sul lavoro e sui piccoli e medi patrimoni inferiori a 2 milioni di €/4 miliardi di lire); l’«effetto golena» (misure per combattere l’eccessiva concentrazione della ricchezza e per realizzare una più razionale differenziazione dei redditi) e, ultima ma non ultima, la «conquista del fuoco» (prometeica e memorabile azione riformatrice, di portata epocale, che segnò il passaggio dalle energie fossili ed inquinanti all’età dell’idrogeno e delle fonti inesauribili e non inquinanti).  Ma di tali prodigi posti in essere o avviati dal grande innovatore nel «semestre glorioso» si parlerà nei prossimi capitoli.   

I lettori ci scusino. Abbiamo scherzato un po’. Purtroppo temiamo che nessuno potrà mai scrivere seriamente nemmeno la metà delle nostre fantasticherie. Ma il capitoletto di fantastoria ci lascia comunque qualcosa su cui meditare.  Svolge quasi la funzione di una parabola… irreale.  

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