Nell’area industriale del siracusano esiste una correlazione tra inquinamento e perdita di occupazione e di conseguenza un aumento dell’emigrazione. Le industrie obsolete che non riconvertono e contaminano i siti non sono più competitive
Analizzando i risultati di uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) pubblicati non molto tempo fa dalla Regione Sicilia, i dati per le tre aree industriali siciliane (Augusta-Priolo-Melilli-Siracusa-Solarino-Floridia), (Gela-Butera-Niscemi) e (Milazzo-Pace del Mela-San Filippo del Mela-Santa Lucia del Mela-San Pier Niceto), che sono non più ad elevato rischio, ma in piena crisi sanitaria ed ambientale, confermano quanto poco sia stato fatto negli ultimi anni per seguire le prescrizioni suggerite dal prestigioso istituto.
La convezione tra Regione e O.M.S. fu firmata il 31 maggio 2006 e l’attività di monitoraggio ha avuto come supporto un comitato scientifico formato, tra gli altri, da docenti ricercatori ed esperti dell’O.M.S., dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Osservatorio Epidemiologico della Regione siciliana. Gli studi eseguiti hanno riguardato anche le dinamiche socio-economiche e demografiche, lo stato di vivibilità dei luoghi, la distribuzione delle patologie correlate all’esposizione occupazionale.
A rendere differente il report, rispetto alle numerose pubblicazioni sulla materia, è il durissimo giudizio sotto il profilo socio-economico: “Il modello di industrializzazione che ha interessato il territorio analizzato ha prodotto effetti contrastanti e non stabili o non sostenibili”.
Per l’O.M.S. “gli obiettivi primari delle politiche di industrializzazione dei poli petrolchimici siciliani erano l’incremento dell’occupazione e la riduzione dei flussi di emigrazione mentre le evidenze disponibili mostrano che l’insediamento degli stabilimenti petrolchimici ha creato occupazione solamente in una prima fase, cioè dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, mentre nel periodo successivo l’occupazione diretta del settore si è letteralmente dimezzata a fronte dei flussi migratori che non sono comunque diminuiti. In tal senso la riqualificazione dovrebbe cominciare dalla riduzione della pressione ambientale, in primis la riduzione delle emissioni di almeno il 50% rispetto ai limiti di legge”.
I dati in dettaglio sono riportati per area. L’analisi delle statistiche sanitarie ha confermato cause di morte e di ricovero risultate in eccesso statisticamente significativo rispetto all’atteso secondo i tassi di riferimento dei confronti locali; i disturbi respiratori nell’infanzia sono risultati più frequenti che nelle altre aree italiane (i sintomi di tipo asmatico, analizzati nell’arco dello studio, sono presenti nell’11% dei bambini contro l’8% dello studio italiano Sidria). In alcune aree, come a San Filippo del Mela, lo studio sui lavoratori esposti ad amianto ha mostrato eccessi significativi di incidenza di mesotelioma pleurico e infatti proprio nel centro peloritano aveva sede la ex Sacelit, la fabbrica che avuto 115 vittime (l’ultima ad inizio agosto) tra i suoi 220 dipendenti per patologie correlate all’esposizione da amianto.
“Le conoscenze disponibili – continua il rapporto – suggeriscono una compromissione delle diverse matrici ambientali alla quale è verosimile attribuire un eccesso di mortalità complessiva in entrambi i sessi, nonché eccessi di numerose cause di morte tumorali e non tumorali, prevalentemente tra gli uomini. E il numero di decessi, per l’insieme di tutti i tumori, è significativamente superiore a quello atteso in particolare fra gli uomini ed in maggiori quote tra gli operai occupati”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha in definitiva affermato, ed è questa la novità, che vi è in tutto il mondo e pertanto anche in Sicilia e quindi nell’area industriale del siracusano una correlazione tra inquinamento e perdita di occupazione e di conseguenza un aumento dell’emigrazione. Le industrie obsolete che non riconvertono o non si rigenerano e che contaminano i siti non sono competitive e perdono commesse di lavoro; quelle più salubri e più sicure che si rinnovano, al contrario, stanno sul mercato e garantiscono condizioni migliori per i lavoratori e per il territorio dove insistono.
Quindi, alla luce di quanto ha dichiarato l’ O.M.S., possiamo affermare che la vetero cultura industriale e la difesa di apparati deteriorati, danneggia proprio le industrie, il lavoro, l’occupazione, la salute e la sicurezza delle comunità.

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