Riforma scuola, la Superiore perderà l’ultimo anno e cambieranno i contenuti

Il coinvolgimento di docenti e dirigenti piombato come un masso su personale svogliato. Un’operazione tutta politica, le novità scaturenti dalla consultazione saranno forse modesti

Mi sembra del tutto evidente che una buona scuola sia quella che opera per aiutare i giovani a costruirsi una personalità critica e riflessiva che li accompagni nell’inserimento nella società.

Bisogna dare atto al Presidente Renzi che l’idea di prendere tempo per concretizzare la proposta di immissione in ruolo di circa 150.000 docenti,  avviando una “consultazione“ on line su  un canovaccio di proposte, ha avuto, se non altro, il merito di aver  spinto migliaia di persone a discutere  e “costretto” parte del personale scolastico ad elaborare e dire la propria sul tema; sicuramente ciò è avvenuto per gli addetti ai lavori (organizzazioni professionali, sindacati e simili) ed in parte in alcune scuole, non molte in verità, in cui dirigenti, avveduti e scrupolosi, hanno posto il problema all’o.d.g. stimolando i Collegi Docenti a promuovere documenti o comunque a discuterne.

Il fatto di per sè è sicuramente positivo laddove è avvenuto, poiché parte dei docenti vive la scuola come un  ufficio, come un lavoro rutinario, per cui sono scarsamente attenti al loro ruolo sociale e all’importanza che i loro comportamenti, la loro passione civile e professionale hanno nella formazione dei giovani. Ovviamente gli insegnanti sono una categoria solo dal punto di vista sindacale e forse neppure da quel punto di vista poiché ogni docente, per la specificità del lavoro che è chiamato a svolgere, è un “unicum” difficilmente catalogabile. Ci sono insegnanti che “segnano” di sé gli studenti, altri ancora di cui nessuno ricorda neppure il nome, e, ancora, mestieranti che sfogano sugli alunni le frustrazioni della propria esistenza.

In questo caleidoscopio di tipologie di docenti è piombata la proposta renziana. C’è chi ha scritto, chi ha fatto un onesto “sforzo” per dare un contributo: si  giunge, alla fine della consultazione, alla conclusione che per taluni si è svolta una consultazione democratica sacrosanta e doverosa, per altri  si è svolto l’ennesimo “coup de theatre” del nostro Presidente del Consiglio giovane, giovanile, simpatico, ottimista e popolare…

Penso che la verità stia in entrambe le posizioni, nel senso che, presumo, alcune idee saranno valutate, qualche contributo e/o suggerimento sarà assimilato ma la sostanza delle scelte seguiranno altri riferimenti. Vediamo quali scelte saranno probabilmente compiute.

Sicuramente la scuola superiore perderà l’ultimo anno, nel senso che  si svilupperà in quattro anni perché, parafrasando un detto frequente, ce lo chiede l’Europa; infatti è ineludibile nell’integrazione europea che l’equipollenza dei titoli di studio nel mercato del capitale umano europeo sia rispondente al quadro  già approvato anni fa e a cui ogni legislazione dei paesi membri si sta lentamente allineando.

I contenuti saranno sicuramente il risultato del dibattito da tempo intrapreso all’interno delle associazioni professionali e dal comitato dei “saggi” che ha operato a cavallo tra due governi di segno diverso: per capirci l’era Berlinguer/Di Mauro etc.. per il centro sinistra e la Moratti/Gelmini per il centro destra. I capisaldi del nuovo sapere sono abbondantemente e scrupolosamente descritti dai documenti che quel famoso comitato partorì senza soluzione di continuità tra i due periodi a gestione politica contrapposta.

In questo scenario le novità scaturenti dalla consultazione saranno modesti, a riprova che l’operazione “la Buona  Scuola” è stata, sostanzialmente, tutta politica per giustificare il ritardo imposto dai motivi di bilancio che hanno impedito al nostro Presidente del Consiglio di dare corpo alle novità annunciate nel dibattito politico.

Sia chiaro, non voglio associarmi alla moltitudine dei detrattori del nostro Premier, poiché l’operazione qualche vantaggio l’ha avuta, come dicevo all’inizio, e non è poca cosa in una realtà che vede  il corpo docente, da tempo, distratto  sul senso e sul ruolo che ha il proprio lavoro.

Quindi? Quindi sarebbe il caso che i decisori politici la smettessero di voler, ogni volta che cambia governo, “riformare” la scuola poiché il problema centrale è, principalmente, quello di come questa scuola declina le scelte e gli indirizzi assegnati. Nessuno, infatti, segue i processi formativi così come avvengono; il controllo è solo burocratico/formale, svolto sempre da soggetti sostanzialmente incompetenti e lontani dagli obiettivi istituzionali della scuola poiché titolari di compiti meramente burocratici; così abbiamo scuole eccellenti se il caso ha voluto che in esse convergessero una prevalenza di soggetti illuminati (docenti, dirigenti, personale ATA) che, insieme, determinano un ambiente favorevole all’apprendimento critico, nonostante la fatiscenza delle strutture e l’incapacità degli enti locali a mettere al centro del loro interesse i luoghi fisici dell’apprendimento.

Viceversa abbiamo scuole ghetto dove l’ora di lezione è, generalmente, un’ora di sacrificio e di sofferenza, dove gli alunni assimilano le peggiori pratiche dell’indifferenza dell’inutilità del sapere e del tirare a campare meglio possibile perché “add’a passà a nuttata”. Tra questi due estremi c’è la grande maggioranza della nostra “buona scuola” di cui nessuno si occupa  e di cui nessuno avverte la drammaticità degli effetti  che avrà sul nostro domani.

Potrei  fare degli esempi concreti per quei colleghi che sicuramente storceranno il naso: da quasi un decennio infatti negli indirizzi metodologici acclarati e consolidati c’è l’indicazione a procedere per una didattica per competenze e non una didattica meramente disciplinare in cui ognuno bada alla sua materia incurante dell’effetto sinergico che le discipline dovrebbero avere in una programmazione ragionata e intrecciata.

Da 20 anni i “programmi“ non esistono più, eppure ogni anno si ripete il rito delle riunioni dei Consigli di Classe in cui, nel caso migliore, ciascuno consegna il proprio “progetto educativo” disciplinare incurante di quello degli altri: si ripetono riti e si producono carte… ed ognuno fa quello che vuole con l’occhio attento a non creare attriti con i genitori e ridurre al minimo i confronti professionali con gli altri colleghi per non avere rogne e così via…

La più grande riforma della scuola sarebbe fare una scuola “normale”, una scuola in cui ciascuno risponde del proprio operato e dove chi ha “altro da fare” possa essere messo ai margini… La Buona Scuola, quindi,  abbisogna  di verifiche e di analisi sui processi educativi in atto e di un aiuto per coloro che hanno perso la bussola del proprio dovere a ritrovare il senso della propria esistenza professionale.

Prima di “rinnovare” o di “riformare” verifichiamo che quello che si è deciso un decennio fa si faccia. Allo stato, è evidente che si può cambiare ancora  tanto, ma in troppi continueranno a fare ciò che facevano prima.

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