Il progetto (60% a Edison, 40% Eni) per circa 250 milioni coinvolgerebbe anche altre aziende
La chiusura di alcuni stabilimenti siciliani ed italiani di raffinazione da parte di Eni che, invece di rispettare gli accordi siglati un anno fa, si sta orientando a investire fuori dall’Italia, è una certezza. Il colosso a sei zampe denuncia gravi perdite nel settore chimico e della raffinazione ma investe nel mondo 53 miliardi di euro (solo 8 in Italia) per trivellare, estrarre greggio e venderlo sul mercato al fine di ricavarne utili. E a casa i lavoratori.
Continuano i picchetti e gli scioperi a Gela dopo che Eni si è rimangiata l’accordo per 700 milioni di euro di investimento per rilanciare la raffineria (l’unica in Sicilia in grado di tirare fuori dal greggio pesante il pet coke, il carbone derivato dalla distillazione del petrolio) anche con la tecnica di bio-raffinazione di prodotti agricoli. Ma il suo destino è segnato perché la politica industriale di Eni, partecipata statale al 35%, agisce contro i suoi stessi lavoratori solo per batter cassa mentre il governo nazionale, invece che alzare la voce, orientare l’impresa verso politiche di riqualificazione ed investimenti e obbligare l’azienda a scelte competitive, tace anzi, piuttosto che richiamare all’ordine la multinazionale o giocare sulla pelle dei lavoratori, stringe accordi col Mozambico.
Intanto è fermo sul tavolo del Ministro dell’ambiente il progetto Vega B, piattaforma che andrebbe a rifinire il lavoro della Vega A. Se la Vega B non parte, non decolla neppure il rilancio di Punta Cugno, l’area di costruzione ed assemblaggio nella quale, finite le commesse, è cresciuta solo l’erba. Il progetto (60% a Edison e per il 40% a Eni) con investimento di circa 250 milioni di euro, una volta sbloccato, darebbe l’avvio ad un cartello di aziende locali che parteciperebbe all’appalto per la costruzione della piattaforma.

Commenti recenti