La storia di quanto si è fatto finora a Siracusa, e di quello che con il progetto Spero, e forse anche con gli altri, si intende fare, è uno degli esempi più eclatanti del senso della legalità che ha il nostro mondo imprenditoriale (e in questo la motivazione di chi non riesce a dormire sonni tranquilli quando qualcosa inizia a muoversi in città: è l’esperienza che rende guardinghi gli ‘ambientalisti’).
Alla fine di agosto il giornalista siracusano, ma trapiantato a Roma, Toi Bianca ci ha regalato un pezzo della sua bella prosa (abbiamo preso la foto dalla sua nota su Facebook, ndr) riflettendo sulla ‘demagogia e mediocrità politica’ che condannano Siracusa a essere ‘un cimitero’. Riflessioni meritevoli, a nostro avviso, di un approfondimento, possibilmente di un dibattito a più voci, non solo di qualche ‘mi piace’ o di qualche condivisione di passaggio su Facebook.
Considerazioni molto suggestive quelle di Bianca, dal momento che alla berlina sono messi, insieme, in un’equa ripartizione di responsabilità (e questo è il problema a nostro giudizio), tanto le forze politiche che da sempre amministrano la città, condannandola al degrado e alla stagnazione economico sociale, quanto quei gruppi che, come altri “comitati locali internettici” diffusi in Italia, “denunciano quell’opera specifica come un immondo scempio paesaggistico, naturale, umano e divino”.
Il termine ‘ambientalisti’ non compare mai nell’articolo, eppure non si può fare a meno di pensare a loro dal momento che chi a Siracusa da sempre si batte contro alcuni progetti ‘urbanistici’ proprio in quello schieramento si riconosce.
A noi, delle considerazioni su Siracusa ‘necropolizzata’, piace soprattutto questo passaggio che troviamo rispondente al vero e che sottoscriviamo in toto.
«Quello che è mancato a Siracusa è stata una classe dirigente forte, autorevole, capace di sedersi al tavolo con le imprese che presentano progetti importanti e in assoluta trasparenza dire: questo si può fare, questo no. Gestire il territorio, programmare lo sviluppo, così lo chiamano quelli che parlano bene. Poi, assunte le decisioni più opportune per la città, in linea con tutte le normative vigenti, andare avanti e confrontarsi con tutte le opposizioni, con coraggio, coerenza e la forza che viene dall’essere rappresentanti del popolo eletti in libere elezioni democratiche. A Siracusa no. Si valuta, si decide, poi si tira per le lunghe, poi si torna indietro. Il progetto prima è ottimo, poi diventa un danno devastante per la città e si cambiano in corsa le regole».
Quali effetti sarebbero stati generati dalla presenza di tali illuminati amministratori, di cui ancora oggi si cerca l’eventuale genitore almeno per gli anni a venire?
Li elenchiamo.
Si sarebbe deciso che sì, il futuro della città è nella valorizzazione delle proprie ricchezze naturali e storiche. Il turismo, e la cultura, volani di una crescita impetuosa tale da ridurre progressivamente fino ad annullare, con una rigenerazione del territorio in direzione agroalimentare, i guasti di una vocazione industriale che però chi ha senso della storia non può oggi criminalizzare (e lo vogliamo dire con chiarezza).
Strutture e infrastrutture turistiche moderne e funzionali, certo, dando il giusto spazio a un comparto di sicuro successo quale quello della nautica da diporto e della crocieristica (con certi limiti).
Primo atto, un piano regolatore del porto rispondente a criteri precisi: un rigoroso e oggettivo studio scientifico sulla fragilità di un bacino dal complesso sistema idrografico che non può essere alterato se non si vogliono determinare danni devastanti e irreversibili; il rispetto dei vincoli di tutela – “risorsa spettacolare, gioiello naturalistico, diamante di storia e di natura” ricorda Bianca – stabiliti dal legislatore nel lontano 1988; una seria valutazione della domanda effettiva del settore da coniugare con la reale potenzialità della nostra accoglienza portuale in direzione ecosostenibile, poi.
A partire da questi punti fermi, l’accoglimento di progetti o proposte rispettosi dell’identità dei luoghi e non finalizzati alla mera speculazione e al solo profitto del privato (che deve ovviamente – sembra davvero banale doverlo specificare – trarre guadagni dalla propria attività imprenditoriale ma non a danno della comunità e delle generazioni future) redatti in piena rispondenza alla normativa di settore. La storia di quanto si è fatto finora a Siracusa, e di quello che con il progetto Spero, e forse anche con gli altri, si intende fare, è uno degli esempi più eclatanti del senso della legalità che ha il nostro mondo imprenditoriale (e in questo la motivazione di chi non riesce a dormire sonni tranquilli quando qualcosa inizia a muoversi in città: è l’esperienza che rende guardinghi).
La legge Burlando, già di per sé discutibile, è stata completamente distorta e piegata alla volontà dei privati (e di qui l’intervento corretto, eclatante, ma tardivo, del direttore generale dell’assessorato regionale Gesualdo Campo che ha bloccato l’iter progettuale). E va anche detto che solo ai privati, nella fattispecie ai Caltagirone, e non certo ad altri, va la responsabilità di aver lasciato alla città un ecomostro che dorme per l’ignavia di chi dovrebbe elaborare soluzioni o almeno motivare il proprio (apparente?!) disinteresse.
Poi, eventualmente, anche l’indicazione di misure progettuali più moderne, ecosostenibili, perché si dice, per esempio, che gli interventi di riqualificazione delle banchine del Molo sant’Antonio e del Foro Italico si basino su una metodologia ormai sorpassata, atta solo a una immotivata (…) lievitazione dei costi. E ancora, ma solo un cenno, l’opposizione a strutture portuali chiuse in sé, quasi decontestualizzate, dove veramente il lungomare, la pista ciclabile, il raccordo con tutto il litorale del Porto Grande (oggi l’onta della città) te lo sogni, o lo ritrovi solo in studi commissionati, pagati e dimenticati.
I buoni amministratori avrebbero anche esercitato un controllo serrato, solerte, competente, e, se necessario, avrebbero eliminato gli impacci burocratici pur di sveltire l’esecuzione dei lavori e di garantire la perfetta esecuzione delle opere. Tutto questo condiviso con la città, non perpetrato nelle segrete stanze, perché se è vero che si rivestono le cariche pubbliche per mandato elettorale, è altrettanto vero che chi amministra deve dar conto delle proprie scelte e delle proprie azioni.
Bene. Tutto questo a Siracusa non c’è stato e se oggi se ne parla è perché ad evitare che tutto fosse sepolto dalla sabbia dell’omertà e delle connivenze ci sono stati quei rompiballe degli ambientalisti.

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