Contro le statistiche che registrano il netto calo del numero degli attracchi nei porti italiani, a Siracusa è assalto di porti turistici. Prima il progetto Caltagirone, poi lo Spero, il Royal, il Marina di Talete. Esagerate previsioni di posti barca senza pensare di preservare non solo l’identità storica ma anche la particolare fisionomia dell’isola di Ortigia come di quella del Porto grande e dello stesso Porto Piccolo.
Un futuro portuale dai piedi di argilla: questo il destino di Siracusa che scommette sul volano del turismo nautico e della nautica da diporto senza fare chiarezza sulla reale domanda del settore e sugli obiettivi possibili da conseguire.
Inconsistente la base programmatica: mai redatto (La Civetta del 30 dicembre 2011) un piano regolatore del porto, l’unico possibile punto di partenza tale da garantire, e insieme coniugare, sviluppo economico e tutela dell’identità storico paesaggistica di una città che pur permane nella World Heritage List dell’Unesco.
Una proposta sulla carta di oltre 1350 posti barca, più quelli già presenti nel Porto Piccolo e nell’insenatura di contrada Isola, che non trovano giustificazione neanche nel pur ampio contingente stabilito dalla programmazione regionale in 1.200. Né tiene conto di report annuali: se tra il 2008 e il 2011 registrano un aumento graduale, negli ultimi due anni rilevano invece significativi decrementi sia le unità da diporto regolarmente dichiarate sia posti barca a disposizione. L’inequivocabile segnale di una sofferenza nel settore dovuta, secondo gli esperti, anche alle insostenibili spese di carburante e a una tassazione pesante.
Valutazioni che consiglierebbero una certa prudenza nel progettare infrastrutture destinate con buona probabilità a restare inutilizzate o sottoutilizzate come già accade, per esempio, al porto di Marina di Ragusa che, anche nella stagione estiva, raggiunge al massimo il 50% della sua capienza e che non riesce a far vivere le molte attività commerciali lì allocate (senza voler toccare la vicenda giudiziaria che riguarda la struttura).
Dimenticato quindi nei cassetti degli uffici comunali il piano regolatore – annunciato nel 1999 come ormai avviato dal sindaco Enzo Dell’Arte (che, tra l’altro, esaltava il nuovo spazio concesso ai pescherecci, costretti allora ad arrangiarsi, di cui nessuno ha mai più parlato) -, sono andate avanti, malamente, solo le costruzioni previste per il 2008 (l’adeguamento del Molo Sant’Antonio e le banchine del Foro italico) e quelle per il 2010. Già allora si parlava, infatti, di due progetti presentati da imprenditori privati: quello di Caltagirone e quello della cordata Spero, di cui in verità la città è stata informata con un certo ritardo.
Al mai citato porto Royal, pensato a ‘completamento’ del Talete, oggi viene improvvidamente a far concorrenza la proposta di tal Ivan Scimonelli, presentatosi quale titolare di una nuova società, Marina di Talete, per realizzare un approdo per grandi yacht. Una vera e propria sovrapposizione all’altra proposta presentata a suo tempo dai fratelli Nobile e che oggi, invece, registra una new entry: quel Giacomo Ferrazzano ormai diventato personaggio simbolo della Siracusa a marca renziana.
Ma nel bailamme dei progetti, nessuna riflessione si apre sui tempi delle concessioni demaniali e sulle opere iniziate e poi abbandonate, né, ancor meno, sulla necessità, obbligatorietà, di preservare non solo l’identità storica ma anche la particolare fisionomia dell’isola di Ortigia (in verità già stuprata dal rettangolo di cemento del parcheggio Talete), come di quella del Porto grande e dello stesso Porto Piccolo, che negli anni venti qualcuno aveva pensato di trasformare in un enorme piazzale su cui costruire. Veri antesignani incompresi di coloro che oggi, con ben più incisive capacità di persuasione, stanno tranquillamente perpetrando uno scempio che la città, catatonica, sta a guardare.

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