Raccomando la lettura del libro per l’analisi che esso presenta della genesi della crisi attuale. Ecco il titolo di alcuni capitoli: 1. La crisi più lunga. 2. La sindrome giapponese. 3. Una recessione venuta da lontano. 4. Perché non siamo la Germania.
Il capitolo 4 (a pag. 28) rivela però una certa carenza di chiarezza nella interpretazione di alcuni fatti.
Scrive, sbagliando, Fubini: «Prendiamo il caso del referendum sulle società locali dell’acqua: i cittadini sono stati incoraggiati a votare a favore della proprietà pubblica del servizio perché questo era stato identificato nella narrazione prevalente, con valori positivi: controllo da parte della collettività, prezzi popolari, tutela dei comportamenti predatori di soggetti privati su un bene pubblico. La realtà, però, si è dimostrata diversa dalla narrazione. Il controllo pubblico o semipubblico delle società locali dei servizi dà luogo, nei fatti, a pratiche clientelari, a forme di gestione d’impresa basate più sulle priorità di questo o di quel politico che sui principi di efficienza, a servizi scadenti e prezzi che sono aumentati nell’ultimo decennio tre volte più in fretta che nella media europea. Tutto questo è stato deciso attraverso un referendum sbandierando i valori dell’equità sociale, dell’inclusione e dell’uguaglianza dei cittadini, ma ha prodotto un risultato esattamente opposto al senso degli obiettivi enunciati al tempo del referendum sull’acqua».
Eh no, caro Fubini. Stia più attento alle date: il referendum è stato celebrato nel giugno del 2011. E i suoi risultati sono stati ancora in gran parte vanificati dal perdurare dei contratti di affidamento precedentemente stipulati tra potere politico e ditte private. Lei sa bene che il referendum abrogativo cancella articoli o parti di articoli di legge, ma non toglie vigore ai contratti esistenti. Se i prezzi sono saliti, come lei scrive nell’ultimo decennio, ciò non è imputabile al referendum (che è dell’altro ieri e che non è stato applicato nel regime tariffario a causa dell’autority AEEG, che fissa le tariffe e con la quale è un atto una contesa interminabile).
Le tariffe sono cresciute nell’ultimo decennio (non solo dal giugno 2011) a causa della gestione privata, predatoria, mirante al profitto, anche a quel profitto garantito dalla legge cassata col secondo referendum ma ancora riproposta, nella sua sostanza, dall’autority in questione. E il clientelismo delle assunzioni e la carenza di efficienza sono il frutto della commistione tra gestione privata e collusione di personaggi politici che l’hanno propiziata e difesa in cambio di prebende e contraccambi. Si informi meglio su questo tema. Non sia superficiale. Segua con maggiore attenzione le battaglie con cui il Forum dei movimenti per l’acqua sta cercando di fare applicare i risultati del referendum. Non sparga disinformazione. Non è da lei.
Per fortuna lei aggiunge: «Questo non significa che una gestione privata e ben regolata di un servizio pubblico sia necessariamente e sempre migliore di una gestione pubblica. Il servizio idrico, come tanti altri, può essere perfettamente efficiente e ben gestito anche dal settore pubblico. Ma non senza un controllo e autorità indipendenti che impongano criteri di merito nella selezione dei gestori».
Le suggerirei di aggiungere: “e sulle modalità della gestione stessa”. La verità è che, sino ad oggi, il controllo pubblico o semipubblico delle società private che continuano a gestire il servizio idrico (nonostante il referendum) ha dato luogo e dà luogo, nei fatti, a pratiche clientelari, a tornacontismi di questo o di quel politico e ad aumenti dei prezzi… Ma tutto questo avviene a causa di affidamenti di gestione preesistenti al referendum. Il responso della consultazione non ha ancora potuto estirpare tali collusioni di interessi per la viscosità dei contratti già in vigore ed ancora perduranti. Valuteremo l’efficacia della gestione pubblica solo dopo che il servizio tornerà ad essere svolto dal pubblico. La prego di non far confusione.
Dei capitoli successivi segnalo soprattutto il n. 6. “Il cortocircuito delle élites”. In esso Fubini evidenzia alcune riflessioni sul giudizio della Freedom House che ha declassato l’Italia e la Grecia al rango di paesi solo parzialmente liberi relativamente alla libertà di stampa.
«È possibile che il giudizio di Freedom House sia persino sbagliato e in realtà l’Italia non sia affatto un paese solo “parzialmente libero”. Nelle edicole, alla radio, nei giornali online, nei blog o sui social network ogni giorno è disponibile una varietà di interventi sulla crisi, dall’analisi agli insulti. […] Il potere esponenziale di Twitter ha creato degli opinion makers a costo zero. Che non fanno economia di giudizi su niente e su nessuno. Forse però occorrerebbe ribaltare il punto di osservazione, se si vuole giudicare davvero quanto liberamente circolino le idee e le informazioni in un paese. […]
Bisogna anche guardare a ciò che le persone in posizione di responsabilità o di influenza in un paese si aspettano di leggere o di ascoltare sul conto proprio o degli affari a cui sono interessati. […] Questo fenomeno ha prodotto una sorta di cattura involontaria dei giornalisti ad opera delle loro fonti, in cui entrambe le parti hanno finito per condividere una visione della realtà e degli interessi in gioco. […] Si tratta di capire come questa struttura del rapporto giornalismo-potere stia reagendo alla grande recessione. […] Oggi tutti in Italia, inclusi i più ingiustificatamente ricchi e i più influenti, condividono la stessa situazione di impotenza. Tutti si sentono in qualche modo vittime della piega che il paese sta prendendo. Tutti ne sono frustrati e si considerano incapaci di influenzare gli eventi come vorrebbero. Dal primo all’ultimo degli italiani, non uno si sente vincente o soddisfatto o anche solo capace di indirizzare il paese nella sua direzione preferita. […] Come in Grecia, anche se in misura molto minore, i media hanno faticato a raccontare la crisi finanziaria in buona parte perché le élites del paese hanno faticato a capirla. […] Così il più ovvio dei colpevoli era sempre nascosto fra gli “speculatori” dei mercati finanziari, molto spesso senza volto, come se chi investe fosse tenuto ad assicurare il benessere di un paese e non il proprio o quello di chi gli affida i propri risparmi».
Chi investe forse no, ma chi ha responsabilità politiche, caro signor Fubini, dovrebbe ritenersi tenuto ad assicurare il benessere del paese, preservandolo da certi effetti della speculazione, specie quando essi siano concause della crisi: per esempio, dovrebbe ripristinare la norma del Glass-Steagall Act, che (per porre rimedio ad una delle cause della crisi del ’29) stabilì una netta distinzione di ruoli tra banche di risparmio (e di credito all’economia locale) e banche di affari (o di investimento e di speculazione). Perché questo oggi non viene fatto? E perché non lo chiede la stampa più illuminata? Mistero! O assuefazione ad un rapporto di connivenza fra potere e media.
«Dopo aver biasimato a sufficienza gli “speculatori” internazionali, molte critiche si sono spostate su Angela Merkel e sulla Germania “egoista” perché il suo governo non cerca di soddisfare le richieste degli elettori e dei politici italiani, ma dei propri. […] I temi anti-Merkel hanno centrato soprattutto un obiettivo: trovare un colpevole all’esterno di ciò che sta accadendo all’interno dell’Italia e non discutere seriamente di ciò che l’Italia potrebbe fare per indurre se stessa e il governo tedesco ad una cooperazione più costruttiva».
Bravo, signor Fubini. I suoi lettori la prendiamo in parola: ci illumini con le sue proposte ed i suoi suggerimenti. Intanto la ringraziamo per ciò che ella ha aggiunto e che riteniamo veramente pregevole e degno di attenzione e meditazione:
«Sam MacClure, giornalista all’epoca di Theodore Roosevelt, quando i quotidiani erano in grado di obbligare il governo a spezzare i grandi trust industriali, diceva: “La vitalità della democrazia dipende dalla conoscenza popolare di questioni complesse”. Se questo è vero, oggi la vitalità della democrazia italiana è piuttosto bassa e il giornalismo non ha fatto sino in fondo il suo mestiere. (Come giornalista economico di professione, anch’io mi prendo la mia parte di responsabilità)».
E come semplice cittadino che s’arrabatta a diffondere come meglio può idee e proposte su temi complessi (troppo complessi per lui, ma non a tal punto da scoraggiarlo), io le riconosco tale responsabilità. Condivisa, diffusa, estesa a tanti altri, anche ai giornalisti senza titolo e senza iscrizione ad alcun albo. Pro quota. E la incoraggio ad affrontare con maggiore determinazione gli aspetti più scottanti della crisi. E proviamo insieme a mobilitare le coscienze, a svegliarle, a indurre i cittadini a leggere questi temi così ostici. Proviamo a semplificarne la lettura senza banalizzarli.

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