E’ facile accettare la diversità? I due modi di pensarla

Dal diritto al divieto per gli uomini di essere tale. Solo attraverso la scoperta dell’altro possiamo instaurare relazioni autentiche e realizzare progetti concreti

 

La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017

Oggi è ormai diventata cronaca spiccia e attuale il fenomeno dell’accettazione (in tutte le sue forme) del concetto di diverso. Ma accettare la diversità è facile? E in cosa consiste realmente? Proviamo a dare delle risposte a queste domande mettendo due modelli a confronto. Nel mondo di oggi siamo educati a non discriminare la diversità, ad accettare il diverso. Il che è cosa buona e giusta. Tuttavia esiste una grande differenza tra accettare le varie forme di diversità per convivere con esse rispettandole ed educarci a guardare alle diversità in modo tale da farcele sembrare normali.

Nel primo caso, infatti, stiamo prendendo atto che la diversità esiste, che è una cosa presente e che fa sentire i suoi effetti su di noi, ma anche che questi effetti non hanno nulla di male, al punto che è possibile convivere con l’altro, e anzi si può perfino imparare dall’altro, poiché esso è portatore di qualcosa che noi non abbiamo e che potrebbe condurre a una crescita reciproca o almeno unilaterale. In questo caso, quindi, si viene educati a guardare al diverso senza provare alcuna forma di disagio perché ci si convince che essere diversi dagli altri non implica nulla di negativo. È un po’ come quando gli uomini andavano in giro nudi perché non si vergognavano della loro nudità: in quel caso non sorge affatto il problema di nascondere o correggere qualcosa, poiché non c’è nulla che crei imbarazzo.

Nel secondo caso, invece, la diversità provoca in chi la percepisce una forma di disagio. Non è per forza un disagio di tipo ostile, che si manifesta necessariamente in atteggiamenti di violenza ai danni del diverso, basta che sia una semplice sensazione di straniamento, di disorientamento, di fastidio anche, basta percepire quella sensazione di “non sentirsi nella normalità”. In questo modo di vedere la diversità si tenta di eliminare il disagio che si prova nei confronti del diverso, un disagio che secondo le regole sociali non è bene esprimere, almeno non esplicitamente davanti agli altri perché cozza con un principio, “il diverso va accettato”, di cui non si è capito il senso.

Quando si fa così, quando si reprime il disagio, non si sta accettando la diversità, bensì si sta solo indottrinando le persone a “chiudere un occhio” sulla diversità, affinché essi la guardino in modo tale da considerarla “normale” (perfino autoconvincendosi che lo sia), perché altrimenti ci si sente fuori posto, spaesati. O, detto in altri termini, si abitua la gente a negare l’esistenza delle differenze di cui il diverso è portatore, a esorcizzare la percezione della diversità perché in fondo non ci si sa convivere.

Secondo questo modello educativo le differenze non devono essere pensate come tali, altrimenti si avverte una stonatura con il proprio mondo, una stonatura che mette in crisi. Ma quelle differenze in realtà ci sono, altrimenti per quale ragione il diverso sarebbe diverso? Se sentiamo il bisogno di far assomigliare il diverso a noi per non sentire quel disagio, se dobbiamo smussare gli spigoli della diversità, e la deformiamo quindi nell’atto di autorappresentarcela, in modo da farla somigliare alla “nostra” normalità, allora non stiamo accettando la diversità, ma è chiaro che ne abbiamo paura e – quindi – che la stiamo negando. Parliamo di un modo molto più ipocrita di interagire col diverso, che spesso sfocia nel falso buonismo o nella presunzione. È il classico fenomeno del razzismo all’incontrario.

Crediamo che capire e soppesare questi due concetti differenti di cultura di pensiero non sia una cosa da poco, soprattutto se consideriamo le conseguenze che essi possono avere nella formulazione di modelli educativi. Sono due modi di vedere e di pensare la diversità che non devono essere confusi. Si passa cioè dalla possibilità per tutti gli uomini di possedere il diritto di essere, al divieto di essere diverso. Perché chi dice diversità dice differenza, chi dice differenza dice disuguaglianza, chi dice disuguaglianza dice pregiudizio. Il risultato di questa equazione è che chi dice diversità è vittima di pregiudizio: è matematica.

A noi, che invece matematici non siamo, piace pensare che l’altro assume un ruolo fondamentale anche e soprattutto per la comprensione di noi stessi, perché solo attraverso la scoperta dell’altro usciamo dalla nostra solitudine e possiamo instaurare relazioni autentiche, elaborare idee feconde e realizzare progetti concreti. E’ bene che si comprenda, una volta per tutte.

Vi vorremmo lasciare con questa breve e personale riflessione sul pensiero occidentale: Ulisse è viaggiatore, Penelope no. L’eroe raccoglie conoscenza ed avventura girovagando tra mare e terra, sua moglie deve tenere invece a bada pretendenti scomodi, in fiduciosa attesa del ritorno del suo uomo. Per Omero l’ardore dell’avventura è maschile, mentre la donna è fedele e ama la propria casa. Ulisse esce continuamente dalla quotidianità, mentre Penelope ne rimane prigioniera.

I due protagonisti raccontano l’Occidente, il mito, la tradizione, i ruoli, le gioie, i dolori e tanto altro. Raccontano anche le differenze, due modi di vivere il mondo. Uno di movimento, l’altro stanziale. C’è chi viaggia e chi preferisce circondarsi di mura domestiche. Chi cerca storie da raccontare girando il pianeta, chi ama ascoltare storie di viaggio nella comodità e nel conforto. Ma si tratta comunque di un sentiero comune di chi vuole conoscere le differenze per capirle e di chi non rinuncia ad accogliere i viaggiatori. Di qualunque specie essi siano.

Partendo da questo presupposto, si potrebbero capire tante cose, per evitare che ne succedano molte altre. Studiate gente, che non fa mai male…

 

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