L’on. Amoddio: “Lele Scieri poteva essere salvato”

La presidente della commissione parlamentare: “Gli auditi hanno rivelato nella caserma Gamerra gravi atti di violenza e controlli blandi, alcuni uscivano scavalcando il muro”, “Sul caso abbiamo trovato un nuovo filone d’inchiesta, la Procura di Pisa riaprirà le indagini”

 

La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017

Era il 13 agosto del 1999. Emanuele Scieri, terminato il CAR a Firenze, viene trasferito assieme ad altri commilitoni alla Caserma Gamerra di Pisa dove arriva verso l’ora di pranzo. Emanuele (Lele) aveva 26 anni, si era laureato l’anno prima in Giurisprudenza e svolgeva la professione di avvocato.

Arrivati in caserma ed espletate le formalità di rito, alle reclute viene concessa la libera uscita, che Emanuele trascorre passeggiando per il centro di Pisa in compagnia di alcuni commilitoni. Alle ore 22,15 il rientro in caserma. Da questo momento cala il buio su cosa sia veramente successo.

Il corpo senza vita ed irriconoscibile di Scieri viene scoperto alle ore 13,50 di lunedì 16 agosto (tre giorni dopo!) da quattro allievi paracadutisti di fronte il magazzino di casermaggio. L’inchiesta che ne seguì accertò essersi trattato di omicidio ma i magistrati non riuscirono a risalire ai responsabili: nessuno finì sotto processo per quell’assassinio. Tre procedimenti vennero archiviati: quello giudiziario, quello civile e quello militare.

Il 4 Novembre 2015 (festa delle Forze Armate) il Parlamento istituisce la Commissione di Inchiesta alla cui presidenza viene chiamata la deputata siracusana avv. Sofia Amoddio. Gli atti dei lavori della Commissione, appena conclusi, sono stati depositati a fine settembre presso la Procura di Pisa che ha accolto la richiesta di riapertura delle indagini.

Onorevole, quali sono i numeri di questa inchiesta? Quanto è durata, quante sedute, quanti testi interrogati?

I numeri dell’inchiesta sono notevoli: in un anno e mezzo di attività la Commissione Parlamentare (21 commissari impegnati) ha audito 70 persone per un totale di circa 100 ore. Occorre precisare che questo lavoro si aggiunge al lavoro ordinario della Camera, della Commissione Giustizia e della Giunta, organismi parlamentari di cui sono componente. Inoltre esiste un ulteriore lavoro di studio degli atti e di indagini che non è possibile conteggiare.

Quali difficoltà ha dovuto affrontare? Ci sono stati ostacoli, freni? È stato difficile portarla avanti?

La Commissione si istituisce con un progetto di legge che deve essere approvato prima dalla Commissione Difesa e Giustizia e poi dalla Camera dei Deputati. Non è stato certo un lavoro facile arrivare intanto all’istituzione. Pensi che tanti deputati di diversi gruppi politici ci avevano già provato nel corso di ben 15 anni senza successo.

C’è stato il rischio che si vanificasse tutto, se si fosse interrotta la legislatura? Ha temuto di non portarla a compimento?

Sì, ho temuto che non saremmo riusciti a chiudere questa legislatura. Come si sa, nel corso degli anni é stata spesso in bilico e le elezioni anticipate una minaccia possibile. Ma sarebbe stato un vero peccato perché in tal caso tutto il lavoro svolto sarebbe stato azzerato.

Ci sono state persone che non si sono mai rassegnate, gli amici di Emanuele Scieri hanno costituito un Comitato, più di recente una pagina facebook

È vero. Gli amici del Comitato Verità e Giustizia per Lele sono stati la spinta iniziale, insieme alla mamma di Emanuele. Un ringraziamento particolare va a Carlo Garozzo e a Federica Gallitto che mi hanno coinvolta e poi motivata e supportata in questi due anni di grandissimo lavoro. Si sono rivolti a me e in questi anni ho dovuto rileggere migliaia di carte processuali. Loro sono stati il motore sempre acceso.

Conosceva Emanuele Scieri? Ha sentito la famiglia? Come hanno vissuto questa fase?

No, non conoscevo Emanuele Scieri e ho conosciuto la sua famiglia solo in questa occasione. Ovviamente la madre è molto contenta che si è riaperta l’indagine, purtroppo il papà è scomparso prima e per questo mi rimane un grande rammarico.

Missione compiuta? Il suo lavoro finisce qui? Cosa succederà adesso?

La Commissione non ha completato ancora i lavori, sta svolgendo ulteriori atti Certamente il compito maggiore ora va alla Procura della Repubblica di Pisa, nel corso delle indagini abbiamo individuato un filone di inchiesta nuovo e ben preciso in ragione del quale abbiamo chiesto e ottenuto dal procuratore di Pisa di riaprire le indagini.

Lei che impressione si è fatta della vicenda, come è stato possibile mettere tutto a tacere per 18 anni? Le forze armate, la Folgore hanno responsabilità? È ancora attuata la pratica del nonnismo?

I rilievi che sono emersi in commissione non intendono delegittimare il ruolo centrale dell’ istituzione militare, in questo caso della Folgore, Vorrei sottolineare con forza che la commissione ha lavorato nella ricerca della verità, sgombra da ogni pregiudizio e con il pieno rispetto e considerazione nei confronti delle forze armate ed in particolare nei riguardi di un corpo, quello della Folgore, che si è sempre distinto per il suo servizio allo stato, anche attraverso le missioni all’estero. E quando si parla di responsabilità e di reati questo è un tema esclusivamente personale. Le testimonianze degli auditi hanno acclarato senza alcun dubbio che all’interno della Gamerra avvenivano gravi atti di violenza non riconducibili ad atti di goliardia. Che i controlli della caserma erano blandi, perfino dopo il contrappello diversi paracadutisti si permettevano di uscire scavalcando il muro di cinta. Già durante il trasferimento in pullman da Firenze a Pisa si verificarono gravi episodi di violenza a carico delle reclute e veniva loro imposto di mantenere la posizione della sfinge rimanendo con finestrini chiusi e riscaldamento acceso in un periodo già caldissimo.

Inoltre, lo stesso generale Fantini, vice comandante della caserma afferma che il caso Scieri ha rappresentato per il mondo militare e per la Folgore un enorme fallimento, una dimostrazione drammatica di inefficienza, di inettitudine, di incapacità di tenere la disciplina. La stessa inefficienza e inettitudine il mondo militare la dimostrò nell’incapacità di giungere in tempi brevi ad una verità plausibile.

Lele non è morto subito, è stato ritrovato dopo tre giorni, agonizzante. Lele quella sera e i giorni successivi doveva essere cercato, poteva avere avuto un malore o altro e poteva essere salvato.

Un nuovo capitolo, quindi, si apre su questa triste e dolorosa vicenda, sperando che sia l’ultimo e definitivo e che risponda a quella richiesta di Giustizia che in tanti, fra parenti amici e semplici cittadini, non si sono stancati mai di invocare in questi lunghi 18 anni.

Rimane, purtroppo, ancora insoluto un altro caso molto simile: la morte tragica e misteriosa di un altro militare siracusano, Toni Drago, caporale di 25 anni trovato cadavere il 6 luglio del 2014 all’interno della caserma dei Lancieri di Montebello di Roma.

Sono casi diversi per quanto uniti da coincidenze simili: entrambi morti in caserma, entrambi in circostanze per niente chiare, entrambi riportano lesioni simili. Però la vicenda Drago al momento non può essere attenzionata dalla Commissione di inchiesta perché è un caso che è ancora sub judice. Cioè il PM ha chiesto l’archiviazione mentre la famiglia si è opposta e si attende quindi la decisione del GIP. È un caso ancora nelle mani della Magistratura e io mi auguro che le indagini possano continuare.

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