Ospedali depotenziati, aumenta la fuga a Ragusa e Catania

Naufragato l’obiettivo del Direttore Generale dell’ASP Brugaletta di arginare i “viaggi della speranza” a nord e a sud della provincia, a causa del declassamento dei nosocomi di frontiera

 

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

Sono trascorsi tre anni dall’insediamento del direttore generale dell’ASP di Siracusa, un bilancio è possibile. Non si tratta ovviamente di dare una pagella, non di questo mi son messo a raccontare, piuttosto di verificare se in questi anni di stabilità del governo della sanità nella nostra provincia si è modificato uno dei parametri più importante di valutazione del sistema: l’accesso alle cure.

Valutare il sistema sanitario è un’operazione complessa per la molteplicità di fattori che intervengono nel suo funzionamento; fattori che solo in parte dipendono dalla volontà e dalla capacità di coloro che hanno le responsabilità organizzative e gestionali di un’azienda sanitaria.

Esiste comunque un indicatore rappresentativo, sia delle competenze manageriali di una direzione aziendale sia del gradimento della popolazione che usufruisce dei servizi erogati. Tale indicatore, già conosciuto con il termine di “viaggi della speranza” carico di valenza emotiva che ne ha sconsigliato l’uso, viene oggi denominato in maniera più distaccata e fredda con l’espressione di “mobilità sanitaria”.

Tutte le prestazioni sanitarie di cui necessitano i cittadini di una provincia, che non vengono effettuate nell’azienda sanitaria competente per territorio e che conseguentemente risultano eseguite in altre province della stessa regione o di altre regioni, rientrano nella mobilità sanitaria rispettivamente intraregionale o extraregionale.

Tra le prestazioni che emigrano verso altre terre, quelle che destano certamente più attenzione sono i ricoveri ospedalieri sia per il loro maggiore valore in termini economici sia per l’evidente disagio che comportano per chi è costretto ad usufruirne. Ogni prestazione, ricovero, esame, non è solo una più o meno complessa attività produttiva, ma coinvolge le paure, le ansie, gli smarrimenti dei pazienti, persone in carne e sangue come lo sono anche i loro familiari spesso confusi e angosciati.

Ridurre il fenomeno dovrebbe essere il primo obiettivo di un direttore generale e le ragioni di tale impegno sono semplici: garantire equità di accesso alle prestazioni sanitarie a tutta la popolazione, compresa quella che non può permettersi spostamenti in altre province e o regioni; recuperare risorse da reinvestire nel miglioramento della qualità dell’azienda che dirige.

Le difficoltà per raggiungere tale risultato non sono poche; sono infatti necessari investimenti iniziali in strutture, apparecchiature, personale, per interrompere l’eventuale gap nei confronti di altre realtà; gap che è proprio la causa generatrice della “mobilità sanitaria”; senza questa spinta d’innesco continuerebbe a mantenersi il circolo vizioso: servizi scadenti, fuga, minori risorse da investire in qualità.

Nell’ultimo decennio l’azienda sanitaria di Siracusa, in tutta evidenza, ha usufruito di cospicui finanziamenti straordinari, sia per il potenziamento dell’edilizia sanitaria, sia per l’acquisto di apparecchiature di grande impatto come TAC, risonanze magnetiche acceleratori lineari per radioterapia. La cifra dei contributi a tale titolo superano i centocinquanta milioni di euro, in parte provenienti dalla regione e in parte dallo Stato. A fronte di un impegno di risorse sicuramente rilevante, non sembra che la capacità attrattiva della sanità siracusana sia migliorata.

All’atto dell’insediamento, presentando i direttori amministrativo e sanitario, il dott. Brugaletta sottolineava che tra le priorità del suo mandato vi era certamente la “fidelizzazione dei cittadini che deve consentirci di ridurre la mobilità passiva e conseguentemente investire il risparmio economico che ne deriva su questo territorio”. Sembra proprio che i cittadini siracusani non abbiano accolto l’invito a fidelizzarsi se è vero che i dati della mobilità sanitaria non si sono ridotti, anzi hanno subito un incremento nell’ultimo triennio. In prospettiva, tra l’altro, la situazione non sembra destinata a migliorare con il nuovo assetto della rete ospedaliera della provincia di Siracusa, che ha avuto il plauso del Direttore Generale e di poco avveduti politici locali.

Fino a pochi mesi addietro per il dott. Brugaletta il disegno strategico dell’azienda “non poteva non prevedere il potenziamento del ruolo di ospedali di frontiera nei riguardi dei Presidi di Lentini a nord (confinante con Catania) e di Avola-Noto a sud (confinante con Ragusa) con la missione di arginare la fuga”. La nuova rete ospedaliera sembra proprio andare in altra direzione con un sostanziale declassamento proprio di quegli ospedali che nei desiderata del dott. Brugaletta dovevano essere potenziati. Il futuro disegnato è conseguentemente tutt’altro che roseo.

Nel dettaglio, è stato preso in considerazione il quinquennio 2013-2017. Per quest’ultimo si tratta della stima prevista nel bilancio economico di previsione per l’esercizio 2017.

Come può evidenziarsi dai grafici, dopo una iniziale riduzione tra l’anno 2013 e l’anno 2014 (il direttore generale si è insediato l’1 luglio 2014), la mobilità ha ripreso un andamento crescente. L’innalzamento è evidenziabile sia per la sola mobilità ospedaliera, sia per quella totale dove sono comprese altre tipologie di prestazioni come ad esempio quella specialistica ambulatoriale.

Stesso andamento si riscontra analizzando le componenti intra-regionale ed extra-regionale, anche in questo caso suddivise in mobilità ospedaliera e totale.

L’abbiamo già detto, non si tratta di dare pagelle, ma di fronte ai dati esposti che quanto meno non mostrano un miglioramento, e dopo che per anni si sono stratificate inequivocabili evidenze sulle diseguaglianze tra i cittadini di questa provincia e quelli delle vicine Catania e Ragusa, ci si aspettava un deciso cambio di rotta ed un ben altro “potenziamento del ruolo degli ospedali di frontiera”.

*Segretario provinciale CGIL-Medici

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