Il denunciante si è più volte “contraddetto su aspetti niente affatto marginali“, i suoi testimoni “hanno reso dichiarazioni in contrasto con la denuncia”; “in nessuna delle intercettazioni si operano riferimenti a dazione di denaro al giornale La Civetta”
La Civetta di Minerva 18 Giugno 2017
E cosa dovremmo fare ora? Gioire perché è finalmente arrivata l’ordinanza di archiviazione per il procedimento penale aperto dalla denuncia nei nostri confronti, direttore e vicedirettore, insieme a Luigi Foti, Santi Nicita (ormai deceduto), Francesco Favi, Salvatore la Rocca (di Magma, ma per lui è disposto un supplemento di indagini) da parte del sedicente imprenditore Alessandro Ferraro? Sì, proprio Ferraro, caro amico dell’avvocato Piero Amara, il confidente conosciuto dalla polizia giudiziaria che in altre occasioni ha “raccolto” le sue “soffiate” che hanno dato luogo ad altrettanti procedimenti, tutti poi finiti in fumo, protagonista anni fa del caso calcio scommesse per la squadra del Catania e più recentemente gola profonda nel “complotto” contro l’ad dell’Eni.
Dovremmo forse esaltarci perché è caduta l’accusa, infamante, gravissima, di aver estorto denaro al Ferraro, ad Amara, minacciando di scatenare nei loro confronti una campagna diffamatoria attraverso queste pagine?
Neanche per un nano secondo ci siamo preoccupati che la cosa potesse avere un seguito, né abbiamo temuto di vedere scalfita la nostra onorabilità davanti ai nostri amici, o anche solo conoscenti. Ma certo abbiamo dovuto subire le aggressioni verbali di chi ha cercato, inutilmente, di gettare fango su di noi, di chi, un giorno sì e un giorno anche, tuonava che ci si dovesse ritirare il Premio Mario Francese perché scrivevamo corbellerie, menzogne, ed eravamo indegni.
Tra tutti, il più cattivo, il più arrabbiato, per noi inspiegabilmente, uno un tempo nostro caro collega, padre di una splendida e intelligente alunna della prof.ssa De Michele (per il rispetto della quale non faremo il nome) e insieme a lui l’ineffabile Salvo Benanti, che ci invitava pubblicamente, attraverso il suo giornale, a chiedere scusa ai magistrati di cui avevamo parlato nella nostra inchiesta, che insinuava dietro di noi “menti e ambienti ben identificabili, ben potenti e senza scrupoli” e alimentava la folle teoria del complotto (e che per questo è stato anch’egli denunciato).
Ma, tanto più alcuni “colleghi” sbraitavano, tanto più la città degli onesti faceva quadrato attorno a noi. Lo misurammo fisicamente all’Antico Mercato quando a portarci la solidarietà fu Alberto Spampinato, direttore di OssigenoInformazione, osservatorio sui giornalisti minacciati del Consiglio nazionale dell’Ordine, e nella platea erano venuti a testimoniare la loro vicinanza le più importanti organizzazioni antimafia della provincia e persino parte del clero. E pochi mesi dopo, quando l’Ordine regionale ci insignì del Premio Mario Francese. Un’attestazione di stima che si è poi ripetuta ancora una volta, pochi mesi fa, quando il legale del PM Musco ci chiese cinque milioni di euro per chiudere la partita legale col giornale. Siamo sempre stati circondati da questo affetto dei lettori e della città nelle sue espressioni più avvedute.
Abbiamo però dovuto assistere impotenti al gioco tra le procure, con quell’incursione incredibile del Procuratore Generale di Catania, Giovanni Tinebra, che intervenne per avocare a sé il procedimento, bloccando l’iter tranquillo verso un’archiviazione già richiesta dal dottore Marco Bisogni (per noi comunque già di per sé tardiva) senza curarsi, lui, Tinebra, dall’alto del suo ruolo, di stralciare posizioni, le nostre (ma crediamo anche dei più), che dal primo momento erano fuori discussione, adamantine.
Abbiamo dovuto seguire a distanza il fascicolo che viaggiava verso Messina, altre Procure, e poi tornava a Messina, e di qui nuovamente a Siracusa. Un giro che è durato quasi sei anni, sì 6 anni. Da non credere, per fatti incontrovertibili, così semplici che anche un bambino avrebbe saputo spiegarli. Ferraro, che andava raccontando che Marina De Michele chiedeva soldi spinta dalla sua grave situazione economica (sic!), che il direttore pretendeva migliaia di euro, lui che invece ha venduto una sua proprietà per continuare a far uscire questo giornale; Ferraro, che tirava in ballo suoi amici, conoscenti, che però non avevano proprio la voglia di seguirlo nella menzogna e ascoltati dal magistrato cadevano dalle nuvole e si dichiaravano estranei; addirittura lo stesso avvocato Amara, sentito per sommarie informazioni nel marzo 2015 dalla Procura Generale, affermava di aver saputo delle nostre “pressioni” solo dallo stesso Ferraro. Povero Ferraro, lasciato lì con il cerino in mano, con le sue “dichiarazioni accusatorie false o scarsamente attendibili, non supportate da adeguati riscontri neppure valorizzando le intercettazioni telefoniche espletate in altro procedimento penale” così da convincere i vari magistrati della certa “infondatezza delle notizie di reato”!
Si confonde Ferraro e, in sede di s.i.t. (sommarie informazioni testimoniali), “modifica date, circostanze dei fatti, descrivendo comportamenti e atteggiamenti in modo parzialmente diverso da quanto riferito in denuncia”, incorrendo in “numerose e importanti contraddizioni su aspetti niente affatto marginali”. E, scrive il gip Andrea Migneco, “se anche si volesse prescindere dalla valutazione di intrinseca inattendibilità delle intercettazioni data dai pm di Siracusa, secondo i quali i colloquianti avevano in qualche modo intuito di essere intercettati e avrebbero dunque parlato tra di loro per convalidare la successiva presentazione della querela del 17 dicembre 2011”, egualmente non si individuano “univoci riferimenti a comportamenti delittuosi” e “in nessuna delle captazioni si operano riferimenti specifici alla dazione di denaro al giornale La Civetta”.
Ma se dunque una persona calunnia, e il fatto è evidente, e per giunta lo fa con chiari intenti intimidatori, sperando di chiudere la bocca, di bloccare servizi giornalistici, non dovrebbe essere indagato d’ufficio con la certezza di un processo regolare senza prescrizione che tenga? Solo il Diario di Pino Guastella da una parte, e i Fatti di Salvo Benanti dall’altra, si sobbarcavano l’onere di dare credibilità al racconto di Ferraro e sparavano titoloni in prima pagina dando tra l’altro, il primo, una serie di notizie assenti nella denuncia: quattro gli imprenditori anonimi che ci avevano denunciato per l’estorsione, evidentemente perché nel conto c’erano anche i tre che poi hanno capito che era meglio farsi indietro, tanto c’era Ferraro disposto a tutto. E così, copie dei due giornali, dai titoloni in prima pagina, venivano distribuite gratuitamente, anche a mo’ di volantino, ora nel Tribunale ora in Consiglio Comunale!
Abbiamo forse avuto giustizia? No. Perché un altro magistrato ha ritenuto che le affermazioni di Guastella non erano infamanti, quindi che aveva svolto bene il suo lavoro da accertatore della verità, e ha disposto l’archiviazione della nostra denuncia.
No, perché la denuncia per calunnia che presenteremo nei confronti di Ferraro probabilmente finirà in prescrizione come sta per accadere in un’altra causa dal vicedirettore intentata dove non si riesce neanche a consegnare un atto a persone super note (come lo stesso Guastella che nelle aule del tribunale ci vive ma non si sa dove abiti e brevi manu non gli si può consegnare nulla), dove i rinvii sono di mesi, dove l’imputato può giocare a rimpiattino e nessuno lo va a prendere per la collottola.
No, perché, per le accuse di un pluripregiudicato nei confronti di persone oneste, siamo stati costretti a spendere soldi, tanti soldi, e non è previsto che questi ci siano rimborsati.
Ma perché non dovrebbero esserlo se alla base del procedimento c’è stata solo una calunnia?
La nostra Giustizia ci fa sapere solo che non siamo colpevoli perché le accuse erano infondate.
Ma questo lo sapevamo già.

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