“Ecco perché Macron ha vinto. Il futuro è l’innovazione”

Bernard Spitz: “La vera divisione non è più fra la destra e la sinistra. E’ finito il tempo dell’economia magica dove si poteva spendere senza copertura, ignorando la competitività”. Nell’intervista al Messaggero, riflessioni che si ripercuotono sul dibattito in Italia

 

La Civetta di Minerva, 2 giugno 2017

Propongo ai nostri lettori l’intervista di Martina Valensise a Bernard Spitz pubblicata a pag 6 del Messaggero del 9 maggio per una valutazione sul risultato francese fuori dagli stereotipi che hanno caratterizzato i principali commenti apparsi sulla nostra stampa. Bernard Spitz, responsabile del polo Europa e internazionale della Confindustria francese, esordisce così: «Partire da scuola e formazione, poi mercato del lavoro flessibile, l’efficacia economica e la giustizia sociale. La crescita crea valore, produce ricchezza, permette al paese di progredire, alle imprese di svilupparsi, alla popolazione di godere del benessere senza vivere di debiti. Oggi per crescere si deve tenere conto delle nuove tecnologie, del progresso scientifico, della distruzione creativa schumpeteriana, e governare la transizione. Il primo strumento è la scuola, che è in ritardo e deve formare un sapere che permetta alla gente di evolvere nella società contemporanea. Poi viene la formazione professionale per la popolazione attiva, e infine le riforme strutturali, perché il mercato del lavoro è troppo rigido. Molti pensano che la flessibilità li danneggi, mentre consente di creare nuovi posti di lavoro. Bisognerà avere una buona capacità di ascolto per ispirare fiducia. Puntare sulla pedagogia per vincere le diffidenze degli attori economici: le imprese, infatti, non fanno politica, si limitano a domandarsi se un certo provvedimento le spinga o meno a investire di più, a rischiare».

A questo punto l’intervistatrice pone una domanda opportuna, che risuona ogni tanto anche nel nostro dibattito politico: Quindi la divisione tra destra e sinistra è superata? «La vera divisione è tra chi innova e chi no. I voti di Le Pen e quelli di Mélenchon traducono una sorta di rifiuto, la tentazione di un’economia magica, dove puoi spendere soldi senza copertura, ignorando la competitività, la concorrenza, per vivere un sistema che cerca di perpetuarsi all’infinito. Sono loro i conservatori. Macron segna invece una volontà di apertura e di conquista nei confronti del mondo e ha l’ambizione di rilanciare i territori abbandonati. La Francia, con le sue imprese, i suoi ricercatori, i suoi scienziati, è in grado di affrontare la concorrenza», poi incalza l’interlocutore replicando i tanti opinionisti nostrani: Ha ragione chi dice che la maggioranza ha votato Macron non per adesione al progetto europeo, ma solo per paura del Fronte nazionale? «L’estrema destra fa paura per la minaccia sulle libertà, per la chiusura, per l’uscita dall’euro e dall’Unione europea. Il voto del 7 maggio dimostra che i francesi all’Europa ci tengono. Macron è l’unico candidato che sin dall’inizio ha puntato sull’Europa. Ai suoi comizi sventolavano le bandiere europee. E quando tra i due turni si è capito che la chiave delle presidenziali era l’Europa, dopo la sfida posta da Brexit, i francesi hanno deciso di conseguenza. Certo, le riserve esistono e vanno superate, ma per farlo serve stabilità e la spinta per rifondare il progetto europeo e rilanciare la dinamica della crescita e la difesa comune verrà dai tre grandi paesi, a cominciare dalla Francia che ha votato per prima ed ha la maggiore responsabilità e Germania e Italia, che tra pochi mesi andranno alle urne»

Come giudica la vittoria di Macron? «Una totale rottamazione del quadro politico, nel modo di concepire e realizzare un progetto elettorale, andando contro ciò che si è sempre fatto. Un successo straordinario al quale guardare con fiducia e sollievo. Abbiamo corso il serio rischio di veder prevalere le tesi degli estremisti. Il fatto che due terzi dei voti siano andati a Macron è di per sé molto positivo, anche se l’attesa di cambiamento resta forte». Che effetto le fa il presidente che promette di eliminare le ragioni che hanno spinto tanti elettori a votare per le estreme? «Riconoscere quel voto è importante: è gente preoccupata, non gente che sbaglia o che viene manipolata. Ma Macron sottolinea pure che il suo dovere sta nel fornire risposte, nell’offrire soluzioni. I francesi volevano voltare pagina. Non hanno più fiducia né nei partiti, né nei politici. Potevano votare le estreme o qualcosa di diverso, di distruttivo, un candidato moderato che non viene dai partiti, ha un’altra storia, appartiene a un’altra generazione. Bisognava rischiare e l’hanno fatto». Il progetto di En Marche sposa l’attenzione al sociale, tipica della sinistra, e lo slancio alla produttività, tipico della destra.

L’opinione di Bernard Spitz offre spunti interessanti su cui riflettere per confrontarsi con una società profondamente cambiata e a cui la società politica non offre altro che i modelli e le impostazioni che hanno governato l’ultimo secolo; modelli che si rivelano sempre meno coinvolgenti ed adeguati in un mondo in cui sono cambiati tutti i parametri di riferimento e in cui la stratificazione della società è così ampia e complessa da richiedere nuove elaborazioni e nuove organizzazioni sociali per riuscire a garantire pace, sicurezza sociale e solidarietà senza ripercorrere le strade non più praticabili dell’assistenzialismo e della tutela ad ogni costo dell’esistente a prescindere.

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