Scompaiono le professioni intermedie, si riducono operai e artigiani. Nonostante l’afflusso di migranti, il calo delle nascite fa dell’Italia il paese più “vecchio” d’Europa. In questo contesto, finalmente, arriva il via libera alla riforma Madia dell’impiego statale
La Civetta di Minerva, 2 giugno 2017
Dal rapporto Istat 2017 emerge un’Italia diversa da quella a cui siamo soliti riferirci mentre, finalmente, passa la riforma del pubblico impiego.
Particolare interesse suscita Il Rapporto Annuale Istat 2017 sul paese; in esso emerge un dato presente nella consapevolezza di molti ma ancora non assunto come base per ridisegnare una politica utile al paese abbandonando stereotipi che sempre più appartengono alla storia e non alla realtà: le vecchie classi sociali su cui si assumeva fosse articolato il nostro paese sono ormai sempre più disarticolate, le differenze si sono acuite a tal punto che una visione schematizzata come quella che si aveva solo 30 anni fa appare fuori dalla realtà. Tutto ciò dipende da una distribuzione dei redditi che, in particolare, penalizza gli stranieri e le famiglie con figli. Concorre al risultato anche la scomparsa delle professioni intermedie e, a sorpresa, cresce soprattutto l’occupazione a bassa qualificazione. Semplificando i contenuti del rapporto, si può dire che non esiste più la classe operaia, almeno quella a cui si faceva riferimento nel ‘68 e si fa fatica a rintracciare il ceto medio, mentre è sempre di più un anziano la “persona di riferimento” nelle nostre famiglie, magari pensionato.
Nel Rapporto l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato e molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi prodotti e, in buona parte, anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.
“La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”. L’Istat propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. Questa divisione nuova della società farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari, in realtà di rivoluzionario non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale dove i piani alti sono sempre meno accessibili.
Le disuguaglianze si spiegano soprattutto con il reddito ed, evidentemente, con la mancanza di meccanismi di redistribuzione adeguati, a differenza di altri Paesi europei. I redditi da lavoro contribuiscono con il 64% alle disuguaglianze, anche se una parte è determinata dai redditi da capitale.
Sono in difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri, con disoccupati, oppure con occupazione part-time, specialmente se con figli minori. La povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie mentre sono molte di più le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale: ben il 28,7% della popolazione, mentre il 70% degli under 35 vive ancora con i genitori. L’Istat conferma l’aumento dell’occupazione, anche se mancano ancora all’appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. ma si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l’aumento su base annua è del 2,1%) e diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time.Nel 2016 la crescita si concentra nei servizi: prevalgono trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese: l’industria è ancora in arretrato di 387.000 unità lavorative rispetto al 2008.
Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di giovani tra 18-34 anni. Mentre la quota di individui con oltre 65 anni raggiunge il 22%, e si registra un calo delle nascite, nonostante gli stranieri, facendo dell’Italia il Paese più vecchio d’Europa.
In questo contesto, finalmente, arriva il via libera alla riforma dell’impiego statale, la cui lentezza e inadeguatezza sono una delle cause dell’arretratezza del nostro sistema pubblico. Il ministro accelera sul decreto che riscrive le regole e quindi si avvierà, finalmente, la fase dei rinnovi contrattuali dopo otto anni di blocco.
Il decreto legislativo che riscrive le regole del pubblico impiego è ormai una realtà e legherà a doppio filo i rinnovi contrattuali con la lotta ai fenomeni di assenteismo. Più chiare le sanzioni: Accanto ai furbetti del cartellino, alle assenze ingiustificate e alle false dichiarazioni per ottenere posti e promozioni, le nuove regole impongono il licenziamento anche per chi viola in modo grave e reiterato i codici di comportamento oppure per scarso rendimento e per chi incassa “costanti valutazioni negative per tre anni di fila”.
Abolite definitivamente le tre fasce fissate dalla legge Brunetta, ma mai applicate e che avrebbero azzerato i premi al 25% del personale. I nuovi criteri prevedono la “valutazione della performance” dell’intero ufficio in termini di servizi resi, quindi non solo individuale. Spetterà alla contrattazione decentrata declinarla, fissando parametri e obiettivi. “La valutazione serve ed è fondamentale: per questo superiamo i premi a pioggia e obblighiamo alla differenziazione, in una logica non punitiva ma di potenziamento dei servizi ai cittadini”, spiega il ministro Madia. Si premia cioè di più gli uffici dove non c’è assenteismo e meno quelli dove maggiore è il numero dei furbetti, attivando ,così, una sorta di concorso positivo dei dipendenti pubblici per sollecitare i più menefreghisti ad essere seri e collaborativi.
Novità positive per chi ha tre anni di lavoro anche non continuativi nella pubblica amministrazione negli ultimi otto anni, da conteggiare entro il 31 dicembre 2017; se ne prevede la stabilizzazione dal 2018 al 2020. L’estensione potrebbe riguardare anche chi ha queste caratteristiche ma attualmente non è più in servizio. L’assunzione sarà diretta per chi ha già superato un concorso e sarà possibile anche in amministrazioni diverse da quelle di appartenenza. Gli altri dovranno partecipare ai bandi, potendo però contare su una riserva della metà dei posti messi a concorso. Secondo le stime del ministero, la stabilizzazione dovrebbe portare definitivamente nei ranghi delle amministrazioni circa 50 mila precari.
La stabilizzazione del precariato e il rilancio dell’economia potrebbero modificare significativamente il report dell’Istat del prossimo anno. Ora “abbiamo bisogno di riaprire le assunzioni nel pubblico impiego, far entrare i giovani per le professionalità che servono, per migliorare i servizi ai cittadini”, conclude il ministro nell’illustrare i provvedimenti. Incrociamo le dita.

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