La raffinatezza del vice sindaco Francesco Italia

IL TACCUINO di Titta Rizza

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Date a Francesco quel che è di Francesco. Non mi riferisco al Papa, ma aFrancesco Italia nostro amato vice sindaco. Secondo me è sua la raffinatezza dei candelabri di antica fattura, con la luce fioca di candele sullunghissimo tavolo per la cena a piazza Duomo. E indubitabilmente è sua– infatti palazzo Cassia è di sua proprietà – lasplendida ed elegante idea di far cantare soprani e tenori dal balcone ad angolo della piazza

Vorrei che fosse questa la nostra Siracusa, una raffinata città d’arte che offre, innanzi tutto a se stessa per suo intimo diletto, modelli di eleganza e di signorilità, per poi farne dono ai turisti che vengono a visitarla. Ma non è così; saranno gli immigrati campagnoli degli anni ‘50, quelli dell’epoca del sorgere della nostra zona industriale, saràla latitanza dalla scuola dell’obbligo, fatto è che a volte ci imbattiamo in episodi d’una volgarità che ci porta a farci livellare tutti in basso.

Nei pub che sorgono come funghi e dove dai 5 si è passati ai 10 euro per un cocktail, te lo offrono con un bicchiere con la cannuccia di plastica ma senza piattino: chi indossa una giacca, la cannuccia invece di poggiarla sul tavolo se la può inserire nel taschino del fazzoletto! Sempre in tema di pub la bottiglietta di birra te la servono senza bicchiere: tanto si sa che la birra la si beve in bottiglia; a garganella.

Ieri l’altro alla villetta della nostra Marina, un insegnante d’una scuola elementare, in gita scolastica qui da noi, spiegava ai suoi bambini con molta enfasi la poesia del mito di Aretusa e di Alfeo; bimbi attenti e rapiti. Subito dopo lo sciogliete le righe, i bambini cominciano a sciamare e i maschietti cominciano a scambiarsi una volgarità; ma perché sempre la medesima e non altre? Ho alzato gli occhi ed ho avuto la spiegazione: l’un l’altro si scambiavano la volgarità costituita dal cubitale nome del bar, dico proprio dalla insegna commerciale (di cui la Civetta ha scritto nello scorso numero); andate a controllare alla Marina.

Siracusa città d’arte; Siracusa città dalla raffinatezza dei candelabri sulla chilometrica tavola per la cena sotto un cielo stellato; Siracusa città di cultura dalla grecità nel sangue, e poi non c’è un vigile urbano, un assistente sociale, un consigliere comunale o di quartiere che vada a consigliare a questo raffinatissimo imprenditore commerciale di cambiare il nome del suo MAKITIKAKA.

Male autorità da me invocate comprendono motu proprio, per scienza loro infusa, la volgarità che ti rompe gli occhi, o prima hanno di bisogno d’un corso di preparazione?

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