Ci dicono secondini, guardie carcerarie, siamo invece poliziotti

Lettera al direttore della Casa di Reclusione di Augusta: “Col rispetto dei ruoli ottimi risultati”. “Dobbiamo incarnare la Legge ma far diventare amico il nemico”, “Un lavoro difficile per l’aumento del numero dei detenuti, le tensioni e le difficoltà”

 

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Dopo l’ultimo caso accaduto in un istituto di pena, nello specifico alla Casa di Reclusione di Augusta dove si è sventato un tentativo di evasione, non vogliamo dire o fare i classici comunicati narcisisti di qualche sindacalista ma vogliamo affrontare il problema della gestione operativa e professionale della Polizia Penitenziaria alla luce della situazione precaria dell’odierno sistema carcerario italiano. Difatti non vengono mai analizzati alcuni fattori quali il sovraffollamento carcerario, la carenza di organico penitenziario che costringe gli operatori ad adottare strategie temporanee; le patologie organizzative di un sistema chiuso nei confronti della società ed il burnout individuale ed organizzativo, con particolare attenzione alla problematica del suicidio all’interno del corpo della Polizia Penitenziaria.

La scrivente O.S., con la presente, vuole solamente esprimere concetti e sensazioni scritte e non scritte più volte di quello che realmente sente dentro il proprio “io” l’Agente di Polizia Penitenziaria. Ce ne fosse ulteriormente bisogno, del carcere e di chi lavora al suo interno purtroppo ancora si sa ben poco. L’idea, l’immagine lontana nei tempi, offensiva e inaccettabile, di un ragazzo che senza qualificazione professionale e con una chiave in mano passeggiava solo e triste in una sezione per aprire e chiudere una porta, è un’immagine che non ci appartiene più; semmai ci è appartenuta: è l’immagine di un passato che abbiamo superato.

Ci chiamano secondini, guardie carcerarie o, quando va bene, agenti di custodia – definizioni che non ci appartengono – non sapendo che siamo poliziotti penitenziari! Siamo invece uomini e donne di un Corpo di Polizia dello Stato, che nonostante gravi carenze di organico, deficienze di strutture e di mezzi, rappresentiamo lo Stato stesso nel difficile contesto delle galere. Siamo le stesse persone che, statisticamente, in ogni istituto penitenziario d’Italia, ogni mese, sventano circa 10 tentativi di suicidi posti in essere da detenuti. Ma nessuno lo dice. Ogni giorno affrontiamo il nostro difficile lavoro nonostante l’aumento del numero dei detenuti, le tensioni e le difficoltà di lavoro all’interno delle carceri, per svariate ragioni, con cui il personale della Polizia penitenziaria deve fare ogni giorno i conti. Nonostante la cronica carenza di organico e le mille difficoltà operative-strutturali, tra i detenuti, con compiti di sorveglianza e trattamento, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, c’è il personale di Polizia penitenziaria.

L’agente di Polizia penitenziaria, che deve rappresentare la Legge, la rappresenta da solo, con la sua divisa, con la sua coscienza professionale, con il suo coraggio, con il suo rischio. L’importanza del personale di Polizia penitenziaria si evince ad esempio la sera, quando può verificarsi un tentativo di suicidio (come si è verificato e si verifica, purtroppo, abbastanza frequentemente) o quando il detenuto riceve un mortificante telegramma dalla famiglia che incrina la sua serenità. In tali momenti, insieme a quel detenuto, non vi sono gli educatori o gli assistenti sociali, ma gli agenti di Polizia penitenziaria, pur risultando sotto organico rispetto al sovraffollamento di detenuti. Se il carcere è, in qualche misura, la frontiera ultima, all’interno del sistema carcerario il personale di Polizia penitenziaria costituisce la barriera estrema. Siamo noi quelli che stanno in prima linea, che stanno nelle sezioni detentive, che stanno in contatto quotidiano con i detenuti 24 ore su 24, 365 giorni l’anno.

E’ necessario metterlo in evidenza, perché la rivendicazione del ruolo, del significato, del prestigio e dell’importanza del Corpo di Polizia penitenziaria, di una sua professionalità crescente, di una sua dignità sempre più alta, deve partire dalla considerazione della specificità dei nostri compiti istituzionali. Il personale di Polizia Penitenziaria impersona, dunque, la Legge e la sicurezza della società, ma nello stesso tempo gli si chiede un’altra cosa: di far sì che il nemico diventi un amico. Con una mano lo Stato rinchiude il detenuto e lo allontana dalla collettività, con l’altra lo invita a rientrarvi attraverso il recupero, la rieducazione, il reinserimento nella vita civile. Si tratta quindi di un compito che presenta difficoltà senza pari, un compito arduo e insieme straordinariamente nobile. Si chiede alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria, a questi rappresentanti dello Stato, di fronteggiare il mafioso, il rapinatore, il pedofilo, ecc., nei cui confronti dobbiamo rappresentare l’inflessibilità, la durezza, l’implacabilità della giustizia. Allo stesso tempo ci viene domandato di capire i drammi umani. E’ evidente quindi quanti problemi umani, anche drammatici, dobbiamo ogni giorno affrontare nel silenzio più assoluto.

La scrivente organizzazione sindacale ha voluto esprimere non una posizione sindacale ma la voce dell’Agente di Polizia Penitenziaria, spesse volte non ascoltata né sentita, all’interno di un sistema che premia l’apparenza, l’ipocrisia anziché la realtà dei fatti.

Alla Direzione di Augusta chiediamo semplicemente di ascoltare questa umile riflessione e di continuare, con la stessa determinazione, al rispetto dei ruoli che ci ha portato ad oggi a raggiungere ottimi risultati.

Dirigente naz. UGL p.p.

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