Foto Salvo La Delfa

“Le pietre che non dimenticano mai” di I sette contro Tebe

E’ andata in scena la prima de “I sette contro Tebe”. Soddisfatti il regista Marco Baliani (“Era quello che volevo fare e per la prima volta ho portato in scena entrambi i fratelli”) e la coreografa Alessandra Fazzino (“Abbiamo lavorato sodo perché sapevamo che saremmo stati protagonisti”)

[Salvo La Delfa] “Le pietre non dimenticano mai”, esordisce così Aedo (interpretato dall’attore Gianni Salvo) nel suggestivo teatro greco di Siracusa. Le stesse pietre dove i siracusani vivono ogni giorno, immersi nella storia di una città plurimillenaria e dove ieri sera erano seduti per assistere alla rappresentazione classica “I sette contro Tebe”, opera di Eschilo, messa in scena dal regista Marco Baliani, inaugurando in questo modo il cinquantatreesimo ciclo di spettacoli classici di Siracusa. “Le pietre”, continua Aedo, “si risvegliano per ricordare la storia”, per essere da insegnamento per le future generazioni e per raccontare “le umane vicende evitando in questo modo che vadano nell’oblio”.

E la vicenda raccontata ieri è quella di Eteocle, che si rifiuta di cedere la guida della città di Tebe ed è quella di Polinice che decide di muoversi con il suo esercito, aiutato dal re di Argo Adastro, contro il fratello Eteocle e contro Tebe. Vicenda umana questa perché vede la morte di “entrambi i re che con mani fraterni si sono uccisi l’un l’altro e morendo assieme sono diventati davvero consanguinei”.

L’interpretazione di Marco Baliani della tragedia di Eschilo (che fu rappresentata per la prima volta ad Atene nel 467 a.C.) si sviluppa in una scenografia abbastanza semplice con la presenza di un solo albero nel logeion (palcoscenico). La tragedia “I sette contro Tebe” messa in scena ieri al teatro greco di Siracusa mostra due momenti diversi. Una prima parte iniziale più statica, forse eccessivamente lenta e a tratti noiosa, quando Tebe rassicura i suoi cittadini e quando vengono nominati i guerrieri che presidieranno le porte di Tebe, ed una seconda parte finale più movimentata, turbolenta, nelle scene che simulano la battaglia e la morte dei due fratelli.Straziante la rappresentazione della guerra messa in scena con riferimenti ai conflitti dei nostri giorni.

Gli effetti sonori che hanno simulato l’arrivo dei cavalli dell’esercito di Polinice e della battaglia sono sembrati a tratti eccessivamente rimbombanti, confusi ed indistinti. Il volume era eccessivamente alto ed assordante infastidendo anche gli stessi spettatori. Tutto ciò al di là dei problemi tecnici dovuti all’improvvisa interruzione della corrente elettrica che per ben due volte hanno mandato in tilt il sistema di amplificazione e che hanno portato l’attore Marco Foschi (che interpreta Eteocle) a sdrammatizzare con un fuori programma “Avete sentito?” che ha fatto sorridere gli spettatori e che lo hanno, successivamente, incoraggiato con un applauso.

Il tema del potere è trattato in alcuni passaggi della rappresentazione, evidenziando come sia difficile lasciare il comando, con riferimenti al periodo fascista (utilizzando in scena un megafono) e con frasi come “E sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto” oppure “Ottimo servizio ai nemici è il morbo della vigliaccheria, mentre noi ci devastiamo a vicenda”.

Marco Baliani ha il merito di aver portato entrambi i fratelli sulla scena (nell’opera di Eschilo Polinice non si vede mai) e di avere ricordato con la rappresentazione della battaglia quanto cruente e dolorose siano le guerre.

Il corifeo è presente per tutta la rappresentazione, partecipando in diversi momenti come la presenza dell’indovino Tiresia vestito da corvo, la presentazione dei guerrieri con la rotazione di una scala e la scena di combattimento.

Commovente la richiesta di Antigone (interpretata da Anna Della Rosa) di “sfuggire il dolore degli dei” invitando Eteocle a non andare a combattere contro Polinice, mentre la scena della battaglia è impressionante, urla, pianti, rumori di lance, movimento continuo dei guerrieri, fumo nel campo di battaglia, distruzione dell’albero (che rappresentava la vita).

La rappresentazione si chiude con il seppellimento di Polinice da parte delle sorelle nonostante che il “governo della città” avesse comunicato, tramite il megafono, di non farlo.

“Un pianto che si nutre di pianto” e “tremendo è il potere di questa carne di cui siamo fatti” sono gli ultimi insegnamenti che “le pietre che non dimenticano mai” hanno voluto lasciarci, risvegliandosi, per raccontare “le umane storie”.

“Sono felice”, commenta il regista Marco Baliani, che abbiamo sentito alla fine della rappresentazione, “la risposta del pubblico è stata bellissima. I problemi tecnici non sono dipesi da noi. Tutti gli attori hanno lavorato intensamente. Era quello che volevo fare. Quello che ho visto stasera era quello che volevo. Nel testo di Eschilo Polinice non si vede mai. Io almeno da morto l’ho fatto vedere dando dignità ad entrambi i fratelli”.

“La coralità è una caratteristica del teatro di Marco Baliani”, ci dichiara Alessandra Fazzino, coreografa siracusana della tragedia. Sapevo che i ragazzi sarebbero stati protagonisti ed abbiamo lavorato fin dall’inizio con l’idea di essere sempre presenti in scena. Un’artista non è mai soddisfatta”, continua Alessandra. “Sento sempre che si poteva fare di più ma per questo spettacolo sono felice. La parte della battaglia è stata il cuore di tutta la rappresentazione”

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