L’ex dirigente del liceo Gargallo e una delle menti più colte della Chiesa siracusana hanno dibattuto, a Palazzolo, sulla Speranza. Due ore di continuo godimento
La Civetta 10 Aprile 2017
Sabato scorso nel Salone delle Aquile del palazzo municipale di Palazzolo ho assistito a singolar tenzone fra due giganti della filosofia. Da una parte c’era monsignor Greco, che rappresenta un errore di Santa Romana Chiesa che non l’ha fatto Vescovo, dall’altra il professore Paolo Greco, mio compagno di liceo e di vita, che ha chiuso la sua carriera come preside del “Gargallo”, ma che per sua pigrizia non ha mai lavorato per la cattedra universitaria che gli spettava di diritto: non per nulla è stato, insieme al compianto onorevole Nino Consiglio, il fondatore e l’animatore d’una rivista di filosofia edita a Siracusa e le cui pubblicazioni si trovano in tutte le biblioteche delle Università italiane.
Il tema del contendere era la Speranza. E’ stato un godimento: due ore e più sono scorse senza che la affollatissima sala “Delle Aquile” se ne accorgesse; è stato non soltanto un tuffo nella cultura ma principalmente è stata un’esplicazione della grandezza dell’intelletto umano che sa muoversi senza limiti.
Per il mestiere che esercito dovrei essere abituato alla grande cultura: le aule della Corte di Assise dovrebbero essere costante palestra di profonde ed ardite elaborazioni intellettuali; ma così non è: se poco, poco un avvocato svolazza su una concettualità sul personaggio uomo, immediatamente un giudice, chi con maggiore chi con minore o addirittura senza alcun garbo, ti invita a parlare dei fatti di quel singolo processo ”senza perder tempo”.
Monsignor Greco da teologo e da filosofo ha parlato d’una Speranza che ha come termine finale il Trascendente. Paolo Greco da buon laico invece ha detto d’una speranza che guarda all’immanente, che approda alla evoluzione del cosmo che esiste e vive di forza sua.
Io, ammiratissimo delle argomentazioni filosofiche di Paolo Greco, alla fine mi son sentito più ricco di lui: la mia speranza è più concreta e più certa della sua; porto nel cuore e nell’intelletto una speranza che mi guida in un approdo finale certo che è Dio, con la possibilità di una ricompensa: vivere nell’eternità.
Sicuramente – se la misericordia di Dio me ne farà dono – rincontrerò mia moglie, mio padre e mia madre, i miei fratelli e mia cognata che mi hanno preceduto, incontrerò la Madonna e i Santi e poi, non lo so perché, mi torna sempre in mente il quadro della Scuola di Atene e quindi spero di poter ascoltare i dibattiti fra Platone e Aristotele.
Non sono sogni; è la speranza che mi viene dalla resurrezione per forza propria di un Uomo che dopo tre giorni dalla sua morte risuscitò perché era il figlio di Dio. Ce lo dice la tradizione, ce lo dicono le scritture, i vangeli e gli Atti degli Apostoli, ce lo dicono i tanti vangeli apocrifi che su un fatto concordano tutti: la resurrezione di Gesù Cristo.
Per questa speranza ci scambiamo da sempre, e sono certo che lo fa anche Paolo, gli auguri di Pasqua; è un invito alla speranza perché se è risorto Lui, lo faremo anche noi col passaggio dalla morte ad una nuova vita.
Nel nome della speranza rivolgo a tutti i lettori della Civetta l’augurio di una santa Pasqua.

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