E i robot finiscono in un testo politico e normativo…

Nella proposta del Parlamento europeo, che vuole tassarne l’utilizzo, parole degne di un film di fantascienza: “E’ possibile che, nel giro di pochi decenni, l’intelligenza artificiale superi la capacità intellettuale umana”

 

La Civetta di Minerva, 24 febbraio 2017

«Dal mostro di Frankenstein ideato da Mary Shelley al mito classico di Pigmalione, passando per la storia del Golem di Praga e il robot di Karel Čapek, che ha coniato la parola, gli esseri umani hanno fantasticato sulla possibilità di costruire macchine intelligenti, spesso androidi con caratteristiche umane…». Questo incipit, che sembrerebbe parafrasare un immaginifico trattato sui futuri scenari del mondo, che sembrerebbe evocare le prime pagine di un libro dal titolo “Robot: nascita ed evoluzione”, è parte, in realtà, di un testo giuridico. Si tratta, per la precisione, del primo Considerando della proposta di risoluzione che il Parlamento europeo – organo di rappresentanza comunitaria, democraticamente eletto – ha indirizzato alla Commissione. E, poiché ogni innovazione tecnologica riceve un concreto avallo quando viene tradotta in diritto, è interessante l’idea di creare “uno status giuridico specifico per i robot”, considerandoli “persone elettroniche, con diritti e obblighi specifici”.

La personalità ha, nel diritto, un’accezione diversa da quella che ha nel linguaggio comune: la persona, infatti, è un soggetto di diritto, titolare di diritti ed obblighi e dotato di capacità giuridica. Gli esseri umani, dalla nascita, sono persone fisiche, mentre gli enti (formati da persone, che dispongono di un patrimonio e perseguono uno scopo lecito) diventano persone giuridiche e, quindi, soggetti di diritto, attraverso il riconoscimento statale. Nel nostro ordinamento, allo stato, v’è solo questa dualità.

Eppure, se il legislatore europeo si pone il problema dei robot e della loro personalità elettronica, è perché la questione è più attuale e concreta di quanto sembri. Negli ultimi anni, la crescita delle vendite di parti motrici elettrico-elettroniche è aumentata in modo considerevole, così come sono triplicate le richieste di brevetto per le tecnologie robotiche. Il Parlamento europeo, conscio della maggiore efficienza delle intelligenze artificiali, prevede un incremento del loro utilizzo nei settori manifatturiero, medico e agricolo, per citarne alcuni. È un dato di fatto che, grazie agli strabilianti progressi tecnologici raggiunti – degni delle previsioni di un film di fantascienza degli anni Ottanta – i robot sono, oggi, in grado di svolgere attività che tradizionalmente erano tipiche dei soli esseri umani; inoltre, lo sviluppo delle loro caratteristiche cognitive, fa sì che siano sempre più capaci di interagire con l’ambiente circostante. Inutile una anacronistica caccia alle streghe, lo sviluppo è foriero di meraviglie: le nuove acquisizioni tecnologiche, per esempio, ci consentono di compiere attività pericolose, con precisione e senza rischi o di raggiungere luoghi prima inaccessibili (si pensi al drone che vola al di là del muro di una diga, per metterne in evidenza le crepe).

Il rovescio della medaglia è quello dell’occupazione: un robot che non va in maternità, non chiede aumenti di salario e non intenta cause al datore di lavoro è, di sicuro, un investimento assai conveniente per gli imprenditori. Le previsioni funeste del Parlamento europeo – di un futuro ancora più pregno di diseguaglianze economiche e sociali di quante non ve ne siano già – sono mitigate da una proposta e da una previsione.

La proposta è quella di introdurre un’imposta fiscale sull’utilizzo dei robot: una sorta di tassa che compensi il mancato versamento dei fondi previdenziali, che spetterebbero ai lavoratori in carne ed ossa.

La previsione è che, entro il 2020, vi sarà una carenza di professionisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione pari a 825 mila posti di lavoro, in tutta Europa. Sempre meno posti di manovalanza, sempre più posti da informatici e programmatori qualificati. D’altro canto, si stima che, entro il 2020, il 90% degli impieghi richiederà, come minimo, competenze digitali di base.

Il nocciolo della proposta dell’organo comunitario non è, però, di stampo occupazionale: ci si preoccupa, piuttosto, dei profili di responsabilità civile dei robot. Allo stato della normativa, infatti, per ottenere il risarcimento del danno subito a causa di un “prodotto difettoso”, occorre rivolgersi ad uno specifico agente umano (il fabbricante, il proprietario, l’importatore), dimostrando di aver subito un danno e dimostrando che il danno stia in relazione con il difetto del prodotto. La proposta del Parlamento è, per il futuro, quella di ancorare la responsabilità del produttore dei robot alla possibilità che egli aveva nel prevenire o evitare il comportamento nocivo; dovrà adottarsi, quindi, un criterio proporzionale in base all’effettivo livello di istruzioni impartite e all’effettivo margine di autonomia di scelta della macchina. Potrebbe, inoltre, istituirsi un regime assicurativo obbligatorio per i detentori di robot, analogo a quello previsto per gli automobilisti.

Fantascienza o realtà?

Che la proposta sia adottata o meno a livello legislativo, resta la stranezza di leggere, in un testo politico e normativo, parole degne di un film apocalittico made in USA: «è possibile che, nel giro di pochi decenni, l’intelligenza artificiale superi la capacità intellettuale umana, al punto che, se non saremo preparati, potrebbe mettere a repentaglio la capacità degli umani di controllare ciò che hanno creato e, di conseguenza, anche la loro capacità di essere responsabili del proprio destino e garantire la sopravvivenza della specie».

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