I giovani siracusani che Poletti non vuole avere tra i piedi

Sara,  Simone, Giulia:Ho firmato contratti per quindici ore settimanali lavorando full time per otto ore giornaliere”, “Il mondo lavorativo è troppo spesso scorretto”, “A scuola ho avuto ottimi voti, parlo tre lingue, per trovare lavoro penso di emigrare”

 

La Civetta di Minerva, 27 gennaio 2017

Con una laurea a pieni voti in Filosofia teoretica e un bagaglio culturale di tutto rispetto (che farebbe invidia a più di un politico nostrano) Marta, protagonista di una nota commedia all’italiana di Paolo Virzì, cerca il suo posto nel mondo con l’entusiasmo di chi ha “tutta la vita davanti”. Ma nel paese delle meraviglie, di crozziana memoria, la ricerca diviene un’odissea e l’odissea approda al disincanto: sogni, speranze, progetti di vita polverizzati da un’anonima e alienante postazione in un call center, tra promesse di incentivi per gli stakanovisti, secondo un modello economico di matrice stalinista, e disumana competizione connaturata alla logica liberista.

Seppur illuminato a tratti da un onirismo di matrice felliniana (metafora della resistenza a proteggere il proprio sogno?), il film di Virzì è un’impietosa e dissacrante fotografia della realtà socio-economica del bel paese e Marta il volto di una generazione di figli che, come afferma Savater, “si fanno carico di tutta la famiglia e si indignano per le vecchie ingiustizie di un sistema che li sottomette o li emargina”.

Il volto di tanti giovani siracusani.

Quello di Sara che, terminati gli studi liceali, è costretta a rinunciare alla sua passione per la letteratura perché la condizione di precarietà esistenziale in cui versa da anni  la sua famiglia le ha richiesto un’assunzione di responsabilità. ”Ho abdicato a un futuro ambizioso – dice – per questo presente complicato. Il mio primo lavoro da cameriera è stato per me l’ingresso nell’arena: il mondo lavorativo è troppo spesso scorretto, non ti accoglie, ti giudica, ti fa sentire inadeguata. Vivo di malinconie ma non mi sento una perdente: la mia scelta è stata dettata da una condizione di necessità; sono fiera di poter aiutare la mia famiglia”.

Marta è anche il volto di Simone, che di lavori precari nella città aretusea ne ha sperimentati diversi: assicuratore, agente immobiliare, addetto alla reception, commesso in un negozio di strumenti musicali. “Per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro la prima tappa è l’iscrizione presso un’agenzia interinale. Mi hanno chiesto venti euro per la registrazione; non sono mai più stato ricontattato. Poi l’estenuante consultazione di siti web e di carta stampata. Ho firmato contratti per quindici ore settimanali lavorando full time per otto ore giornaliere. Il progetto di mettere su famiglia con la mia ragazza, laureata e precaria come me, con mille euro al mese in due, sembra quello di due onironauti, ma non intendiamo abdicarvi. A questa città, a questo paese, che non amano i loro figli, mi legano solo gli affetti familiari. Se potessi portarli con me, non avrei alcuna esitazione a ricostruire la mia vita in qualunque altra parte del mondo”. Simone ama la musica, suona la chitarra e sogna di realizzare un’attività in proprio, con i risparmi che ha messo da parte. Come non credere in lui?

Marta è infine il volto di Giulia, studentessa liceale prossima alla Maturità: “Mio padre ha perso il lavoro da cinque anni e la situazione della mia famiglia è disperata. In casa manca di tutto e, malgrado le promesse dei servizi sociali, le nostre esistenze sembrano paralizzate in un immobilismo che non ci lascia intravedere la possibilità di un riscatto. Le bollette, la spesa, un mutuo sulla casa che non possiamo più pagare, un’automobile su cui è stato posto il fermo, i creditori alle porte. Viviamo con la paura di ritrovarci un giorno o l’altro per strada.

“Lo sguardo di mio padre è sempre più assente, silenzioso, come le sue lacrime. La mia realtà quotidiana è fatta di rabbia, impotenza, desiderio di fuga. Più di una volta ho pensato di lasciare la scuola per provvedere ai miei due fratelli più piccoli, ma i miei successi scolastici e il sostegno di alcuni miei professori mi hanno dissuasa dal proposito. Parlo tre lingue; spero di emigrare. Qualunque lavoro sarà per me il mezzo attraverso cui restituire dignità e serenità alla mia famiglia”.

Sono questi alcuni dei giovani che il ministro Poletti vorrebbe non avere più tra i piedi.

Du sublime au ridicule, il n’y a qu’un pas, affermava Napoleone. Lei, ministro Poletti, ne ha fatti più di uno. Troppo semplice chiedere scusa a quei ragazzi di cui ignora l’esistenza. Ritornare sui suoi passi significherebbe ripensare in termini critici al jobs act e ai vaucher, diabolici strumenti di precarizzazione delle esistenze dei nostri figli.

Ma questo richiede, caro ministro, un’assunzione di responsabilità che, a differenza delle tante Marte del nostro paese, lei non sarà capace di fare.

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