Coppia di cingalesi, lei in Italia lui in Pakistan, per coronare il sogno d’amore utilizzano il web. L’Ufficiale di Stato civile nega la trascrizione ma, dopo due gradi di giudizio, la Suprema Corte ha dato loro ragione: rito equiparato al matrimonio per procura
La Civetta di Minerva, 27 gennaio 2017
Risale a qualche mese fa una pronuncia della Corte di Cassazione (la 15343 del 2016) che ha ritenuto non difforme dai principi di ordine pubblico del nostro ordinamento la trascrizione di un matrimonio celebrato da due pakistani in un modo decisamente peculiare: la sposa, infatti, si trovava in Italia e ha pronunciato il fatidico “sì, lo voglio” in diretta Skype, mentre lo sposo ricambiava la promessa d’amore “finché morte non ci separi” dal Pakistan.
Il problema si è posto quando la coppia ha richiesto la trascrizione all’Ufficiale di Stato civile e si è vista opporre un netto rifiuto; solo dopo due gradi di giudizio di merito ed uno di legittimità, sempre in contraddittorio con il Ministero dell’Interno, la coppia ha ottenuto che il loro legame producesse effetti pure nel nostro ordinamento.
La pronuncia della Corte, che pure sembra rivoluzionaria da un punto di vista etico, si è limitata ad interpretare correttamente i principi che emergono dalla legge 218 del 1995. Quest’ultima è una legge di massima importanza (basti pensare che è stampata in apertura del codice civile, seconda solo alla Costituzione), che individua il diritto applicabile ai casi in cui alla giurisdizione italiana si affianchi quella di un altro Stato: in altre parole, contiene dei principi che servono a regolare, in anticipo, i rapporti tra italiani e non italiani e, soprattutto, a definire se e quando atti formati all’estero abbiano efficacia in Italia.
E tale legge pone, quale baluardo dell’integrità del nostro ordinamento, un principio tanto altisonante, quanto liquido: l’ordine pubblico. È il baluardo innalzato dal Ministero dell’Interno per bloccare l’efficacia del matrimonio via Skype: sarebbe radicalmente contraria alla nostra essenza, ai nostri valori l’ammissione di un legame nuziale sorto con l’ausilio di un software di telecomunicazioni.
C’è, però, un errore. Infatti, la legge 218 serve a regolare i rapporti tra sistemi giuridici, ma tutelandone la diversità; quindi, il limite dell’ordine pubblico deve essere, non solo interpretato in coerenza con le evoluzioni storiche (a questo servono queste clausole apparentemente generiche), ma anche utilizzato a estrema protezione del nostro ordinamento, solo nel caso in cui un provvedimento straniero attentasse al nucleo essenziale dei nostri valori, quello inattaccabile anche dalle nostre leggi. Nel nostro ordinamento, però, a ben vedere, non è affatto vietato il matrimonio per procura: è consentito ai militari in missione e, in generale, a coloro che risiedano all’estero (rispettando determinate formalità: gravi motivi, autorizzazione del tribunale, procura notarile). Il matrimonio via Skype è stato considerato – in un’ottica sicuramente moderna ed elastica – una forma di matrimonio per procura. Diverso sarebbe stato se, per esempio, la legge di uno stato estero avesse autorizzato un matrimonio con il consenso del solo sposo e senza il consenso della sposa: il beneplacito di entrambe le parti è una condizione essenziale e può considerarsi, quello sì, un principio di ordine pubblico del nostro ordinamento.
Tirando le somme: poiché il matrimonio via Skype è valido per la legge pakistana, poiché la legge 218 considera valido anche in Italia un matrimonio già considerato valido dalla legge del luogo di celebrazione e poiché, come detto, non c’è nessun contrasto con l’ordine pubblico italiano, i giudici hanno ritenuto illegittimo il rifiuto di trascriverlo da parte dell’Ufficiale di Stato civile.
Nessuna rivoluzione giuridica: la produzione di effetti di un atto che già produce effetti in Pakistan è cosa ben diversa dall’autorizzazione tout court di matrimoni fra italiani tramite uno smartphone: dire che un provvedimento straniero abbia efficacia pure in Italia non equivale a modificare le regole dei provvedimenti italiani, fra italiani. Insomma, a noi non basterà inviare un poke su Facebook o un cuoricino via Whatsapp per dire di essere sposati.
Eppure, questa pronuncia ha tranquillizzato i tanti stranieri che vivono qua, che lavorano qua e che vogliono che la loro situazione coniugale sia riconosciuta pure in Italia. Una coppia dello Sri Lanka, in Italia da più di dieci anni, è entusiasta di questo avallo: per loro, in realtà, ben poco cambia perché il loro matrimonio è stato celebrato a Catania. Ma sono contenti perché questa sentenza semplificherà le procedure per tutti coloro che vivono una quotidiana, enorme distanza tra il luogo in cui sono nati e nel quale hanno lasciato gli affetti e il luogo in cui hanno scelto di impostare il loro futuro.
Sposarsi via Skype, ci spiegano, non è una tradizione asiatica o mediorientale, come pure s’è detto, ma un’esigenza. Anche gli italiani – che hanno dovuto attendere il 2016 per ottenere un riconoscimento delle convivenze – sanno quant’è difficile affrontare la burocrazia per una famiglia che non abbia alla base un legame di coniugio. Non sarà il matrimonio più romantico del mondo, concorda la coppia cingalese, ma serve a porre una prima base, una prima data di matrimonio, in un momento in cui, per svariati motivi, ci si trovi in due continenti diversi. Che il consenso espresso per amore e grazie a internet sia legittimato pure in Italia, concludono, è soltanto un corollario del principio di eguaglianza.

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