Tutti indebitati, Stato Regioni Comuni, e spuntano i tecnobrontosauri. A Catania il Piano di riequilibrio finanziario affidato a una società toscana, che “orienterà le politiche” del Comune…
La Civetta di Minerva, 23 dicembre 2016
Il debito non è solo un problema globale. Non riguarda solo gli Stati del mondo. Né solo un problema nazionale. Sono indebitati anche i Comuni. Di quanto? I vari aspiranti alle poltrone di sindaco ne hanno consapevolezza? Hanno qualche idea su come affrontare tale problema? Prendono in considerazione il suggerimento fornito loro dall’associazione internazionale ATTAC (e dalla sua componente italiana) di istituire un audit sul debito, anche per verificare se si tratti di vero debito o di debito, almeno in parte, indebito o illegittimo?
Nei nostri Comuni già scalpitano i candidati in pectore che intendono contendersi l’onere e gli onori della carica di primo cittadino. Ma sono consapevoli della complessità dei compiti che li attendono?
L’austerità imposta, a livello comunitario, dal fiscal compact (col suo strascico di conseguenti restrizioni e tagli lineari alla spesa pubblica) trova riscontro, per i nostri Comuni, nel patto di stabilità interno, che comporta il blocco del turn over e una drastica riduzione dei trasferimenti di risorse. La situazione è talmente critica che persino il funzionamento dell’ordinario risulta difficilmente assicurabile.
Tutto ciò finisce spesso col fornire un alibi a scelte di disinvestimento pubblico e di privatizzazione; e tali scelte contribuiscono ad aggravare la situazione generale. È accaduto che, non potendo facilmente accrescere l’organico comunale per garantire la continuità agli operatori di un servizio idrico già svolto da una ditta privata miseramente fallita, un sindaco, piuttosto di scervellarsi alla ricerca di una soluzione coerente col suo programma di ripubblicizzazione di tale servizio, si sia rassegnato a trovare celermente una nuova ditta privata a cui riaffidarlo, magari senza badare ad effettuare una gara che avesse tutti i crismi della legittimità. Provvisoriamente! Sì, ma allora egli si sarebbe dovuto dare da fare per passare dalla soluzione transitoria ad una definitiva, coerente con la sua promessa elettorale. E avrebbe dovuto spronare il potere politico centrale a rivedere sia il forsennato fiscal compact che l’asfissiante patto di stabilità interno.
Non ci pare che questo sia accaduto. O non ne abbiamo avuto notizia. Anzi ci pare che ci sia stato un deferente e duraturo inchino al principe di turno, tal Renzino di Pontassieve. Ed ora pare che ci sia l’intenzione di bandire una nuova gara, magari con una procedura e un bando riveduti e corretti. Ben vengano le correzioni, ma la promessa elettorale era quella di ripubblicizzare il servizio idrico. E non viene certo mantenuta con un nuovo affidamento a privati.
Ma torniamo a focalizzare l’attenzione su un declino generale della politica tutta: globale, nazionale e locale. Posta, a tutti i livelli, al guinzaglio del debito, la politica tende ad abdicare alle sue prerogative ed ai suoi compiti. Questa resa agli interessi privati si manifesta nella propensione a sottoscrivere trattati internazionali imposti dalle grandi lobby (TTIP, TISA, CETA); nella scandalosa disponibilità a corrompere persino le Costituzioni in ossequio a diktat provenienti da grandi banche di affari; nella produzione di leggi nazionali che tendono a minare le conquiste dei lavoratori (Jobs Act); e, per finire, nella privatizzazione dell’amministrazione pubblica, che arriva a comprendere persino una esternalizzazione delle scelte politiche di competenza degli amministratori eletti.
L’incapacità di esaminare criticamente l’attuale disastro spinge fatalmente i politici e gli amministratori locali a dare per obbligati certi esiti che in realtà evidenziano una sorta di abdicazione della politica rispetto ai suoi compiti e una rinuncia alla democrazia, a cui sempre più spesso si tende a sostituire il ricorso a soluzioni tecniche.
Oggi il compito di un sindaco richiede competenze che gli aspiranti o gli eletti sono lungi dal possedere? Ecco la soluzione: affidare la maggior parte del lavoro al city manager. La Raggi a Roma scopre di essere impari al compito che l’aspetta? Ricorre alle prestazioni di un avvocato Marra, di cui si fida ciecamente e per il quale arriva a fornire garanzie. Salvo poi ricredersi, quando il collaboratore tecnico (non eletto) viene arrestato e, in tal modo, sottratto ai compiti assegnatigli. E se avesse compiuto atti contrari all’interesse dei cittadini nel periodo durante il quale si è vantato di poter fare a suo piacimento? È stata resa nota, infatti, una sua affermazione del seguente tenore, tratta da una intercettazione: «Faccio ciò che voglio. Lei mi copre»
Una domanda: quante saranno le situazioni simili, che rimangono ignote sino a quando non vengono alla luce per vicende giudiziarie? Quanti avventurieri non eletti movimentano somme ingenti ed operano scelte “tecniche”, agendo per conto e in luogo di una politica inetta e posta al guinzaglio? Diremmo che va persino meglio (ma solo nel senso che la cosa avviene alla luce del sole) lì dove la politica, a corto di risorse umane presentabili interne ai partiti, punta direttamente alla candidatura di tecnici o manager. Emblematico è stato il caso di Milano, dove a contendersi la poltrona di Sindaco sono stati due manager come Sala e Parisi. Va forse meglio nella nostra vicina Catania, dove la poltrona di sindaco è occupata da un politico di lungo corso e di successo come Bianco? Forse no.
Con grande rincrescimento apprendiamo che tra i Comuni che hanno deciso di esternalizzare persino la redazione dei documenti contabili, c’è anche Catania. Infatti nella città del liotro, strangolata da un debito immane, è il Centro Studi Enti Locali ad essersi dimostrato disponibile a scrivere, per conto dell’amministrazione comunale, un nuovo Piano di riequilibrio finanziario. Allibiti, leggiamo che si tratterebbe di «una società privata toscana, molto vicina ad ambienti governativi, che ha già avviato collaborazioni e consulenze con molti comuni della Sicilia Orientale. Obiettivo di questa società, e delle altre che potrebbero formarsi, è “curare” l’amministrazione pubblica al posto degli organismi democraticamente eletti, orientarne le politiche.»
Orientarne le politiche? Possibile? Anche l’amministrazione del democratico Enzo Bianco si affida al traino di una struttura privata, dalla quale si fa scrivere un documento così importante? Non osiamo crederci. Bianco ha solo chiesto consulenza o ha abdicato ad un compito essenzialmente politico? Ci auguriamo che sia vera la prima ipotesi.
Noi idealisti della Civetta vorremmo che i candidati rivelassero non solo le loro intenzioni ma anche la competenza tecnica per realizzarle; ma viviamo in uno Stato in cui la ministra della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca è una tizia in possesso di un diploma triennale (e passi!) che si attribuisce una laurea che non possiede (e questo ci sembra un fatto molto grave, mentre non lo sarebbe il mancato possesso di un titolo, se fosse compensato da reali capacità dimostrate sul campo). Ma spesso le capacità rivelate da certi politici sono solo quelle di sgomitare per raggiungere un posto al sole: una carica, un seggio, un posto nell’amministrazione (o nel sottobosco) o in una delle due Camere o in una mangiatoia qualsiasi. Talvolta i meriti di un politico in carriera consistono esclusivamente nella militanza come portaborse o come galoppino elettorale di padreterni dei partiti, che hanno fatto carriera prima di lui allo stesso modo. Non di rado gli opportunisti si mimetizzano come camaleonti per ottenere candidature nelle liste di movimenti in ascesa. Sappiamo già quale sia lo sviluppo di queste azioni di arrembaggio ai seggi: sono circa trecentocinquanta i parlamentari italiani che hanno cambiato casacca nel corso della presente legislatura.
Sic rebus stantibus, riteniamo che sarebbe opportuna una leggina di riforma puntuale della Costituzione che istituisca un vincolo di mandato (magari con esclusione dell’obbligo di portare il cervello all’ammasso su questioni di carattere esclusivamente morale). Ma nessuno approfitti di un tale suggerimento per sognarsi una nuova modifica peggiorativa di un terzo della nostra Costituzione. Un’altra modifica sensata, che riscuoterebbe consensi pressoché unanimi, potrebbe essere o una soppressione del CNEL, ridotto ad una mangiatoia inutile per l’ignavia di molti che sono stati mandati a farne parte; o, in alternativa, la proposta del prof. De Masi, che suggerisce di valorizzare il CNEL, inserendo in esso solo docenti di chiara fama e specialisti che si siano occupati seriamente di lavoro, di giuslavorismo e di soluzioni innovative per l’economia. Certo, se di esso avessero fatto parte studiosi di grande «virtute e canoscenza» come quelli auspicati da De Masi, il CNEL non ci apparirebbe come il primo degli enti inutili da sopprimere.
Non abbiamo alcuna prevenzione nei confronti dei tecnici. A nostro avviso, un “parlamentino” ove si studino seriamente, si confrontino e si offrano alla politica decidente ipotesi innovative da vagliare responsabilmente non sarebbe certo uno spreco. Un CNEL improduttivo è invece uno dei primi rami secchi da potare. Ben venga il supporto dei “tecnici” alle sagge e ponderate decisioni che spetta alla politica assumere. Ma un uso distorto e improduttivo di tecnici e un abuso di consulenze (a qualsiasi livello) nasconde, forse, una sorta di peculato per distrazione di risorse. Una mungitura della vacca pubblica, effettuata per alimentare l’insaziabile sete di arricchimento privato; per ingraziarsi una rete relazionale di persone che contano; per soddisfare gli appetiti di un apparato clientelare d’alto bordo…
Localmente accade qualcosa di molto simile, quando la spesa pubblica serve a finanziare solo clientele elettorali. Negli enti locali poi il meccanismo distorsivo è stato istituzionalizzato attraverso l’elargizione di compensi pubblici per il lavoro sottratto a ditte private che talvolta assumono gli eletti con un tempismo che suscita perplessità. Ed anche la tempistica e la durata di certe sedute dei consigli comunali sembra talvolta stranamente funzionale a un intendimento di elargizione. La politica si mostra piuttosto fertile di trovate utili… per un pugno di euro in più (da erogare). Di denaro pubblico come di fondi divenuti risorse private, spendibili dai partiti.
Ha suscitato e suscita parecchia ironia il lauto compenso promesso, pare, dal segretario del PD ad un tale Messina, “tecnico” della comunicazione che ha collezionato un filotto di insuccessi. Ma nel PD pare che la cosa non faccia scalpore. Forse ci sono abituati. Come dappertutto, del resto. Ma ora questo malcostume, spesso in passato punito solo con il disprezzo verso i politici accattoni e sciuponi, diventa intollerabile in tempi di crisi o di vacche magre. E si moltiplicano gli interventi di garbata denuncia alla maniera di Rizzo & Stella, per intenderci; come anche le chiassose “aggressioni” di un giornalismo televisivo da iene. Ma i lupi non sembrano perdere il pelo e neanche il vizio. Nessun articolo di giornale, nessun libro e nessuno sputtanamento televisivo riesce a graffiarli con effetti dissuasivi. Il malcostume impera.
Tornando ai tecnici, ribadiamo che non abbiamo nulla contro di essi. Critichiamo solo un rapporto perverso tra politica e consulenti. Sia quando esso è ordito dalla politica per gonfiare la spesa e per operare una distorsione di risorse pubbliche, sia quando è tramato congiuntamente da politici che abdicano al loro ruolo e da “tecnici” che si sobbarcano volentieri al compito di esautorarli. I tecnici prospettino ipotesi e possibili soluzioni ai politici; ma questi badino bene di non lasciarsi sottomettere ed esautorare dai tecnici. È una questione di tutela della democrazia.
E si affrettino a promuovere, ad ogni livello, anche locale, un audit sul debito, per evitare di essere sottomessi al guinzaglio di un potere usuraio e ingannatore. Abbiamo già spiegato in precedenti articoli che abbiamo ottime ragioni per ritenere, in buona parte, indebito (non dovuto o illegittimo) il nostro debito pubblico. Ma la politica ha abdicato alla funzione della monetazione; si è fatta incravattare da un potere usuraio; continua a lasciarsi guidare dal pensiero unico neoliberista; si lascia imporre scelte legislative da lobby e da banche d’affari debordanti; affida a soggetti tecnici le scelte amministrative e, in una sede in cui potrebbe raccogliere il fior fiore dei suoi tecnici (senza però rinunciare a vagliarne responsabilmente i suggerimenti), lascia che l’ignavia di personaggi nominati svuoti di significato il CNEL.
Così come, localmente, tollera fenomeni come gettonopoli. Com’è possibile, porco di un cane, che un tal Consiglio nel nostro reame… sia stato mandato a puttane? E com’è possibile che l’esercizio concreto della democrazia rappresentativa continui ad essere mandato a rotoli da pseudodemocratici che si affidano ciecamente ai tecnici e agli economisti dal pensiero unico? E che gli interessi comuni siano dati in pasto ai profittatori privati da coloro che spacciano (lo fece Gentiloni, ospite del Caffè di Corradino Mineo) per liberalizzazioni (apprezzabili) le ignobili privatizzazioni?
Contro questo marasma noi singoli cittadini abbiamo solo la possibilità di prendere coscienza e divulgare le ragioni della nostra indignazione, nella speranza che la selezione elettorale diventi sempre più efficiente nell’escludere inetti, abdicatari e corrotti. E abbiamo fiducia nella magistratura, nelle sue indagini e nei suoi giudizi. E la invitiamo a vigilare, scrutando la società a 360 gradi.

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