Il Governo, forte con l’Italicum di una maggioranza di yes man, avrebbe le mani totalmente libere per firmare la liberalizzazione dei mercati imposta dal neoliberismo internazionale
La Civetta di Minerva, 14 ottobre 2016
Quando attraverso gli organi di informazione, apprendemmo delle proposte di riforma costituzionale, fummo attirati dalla possibilità di risparmio economico con la riduzione del numero dei senatori, dell’abolizione del CNEL e per altri aspetti, ma quando siamo venuti a conoscenza della forte propensione del governo a firmare i Trattati internazionali T-Tip e T.i.S.A. e CETA, ci siamo resi conto che il disegno dell’aggressivo neoliberismo globale ha necessità che le decisioni delle nazioni siano più accentrate e quindi più ridotti gli spazi di democrazia, le tutele e riconoscimenti ambientali nei territori, i diritti civili e sociali, i prodotti di qualità biologica e di eccellenza italiani e ciò per imporre prodotti agroalimentari industrializzati, non riconoscendo quelli a denominazione d’origine controllata ed il principio di precauzione.
Ricordiamo, infatti, che gli accordi internazionali T-Tip, T.i.S.A. e CETA puntano alla liberalizzazione dei servizi. Se dovessero entrare in vigore, questi accordi riguarderebbero il 70% del commercio mondiale di servizi. C’è una strategia che fa da pilastro a questi trattati: ogni regolamentazione di fatto viene vista come una barriera al commercio mondiale. L’obiettivo è sempre il medesimo: multinazionali, grandi imprese e investitori privati vogliono avere le mani libere per entrare senza ostacoli normativi nei servizi pubblici degli stati.
SI AVALLA LA DITTATURA DI UNO SFRENATO NEOLIBERISMO – Non è solo il primato, è la dittatura del neoliberalismo sulla politica; cioè la mistica e la frenesia del profitto ad ogni costo per cui si possono sacrificare risorse materiali ed immateriali, naturali e sociali purché siano a vantaggio della speculazione finanziaria.
Greenpeace Olanda ha rivelato una serie di documenti segreti relativi al capitolo sull’energia (www.tisa-leaks.org) con le iniziative “Don’t trade away our planet” (non svendete il nostro pianeta). Dall’analisi di tali documenti, l’allegato sui servizi energetici confermerebbe una clamorosa retromarcia rispetto agli impegni presi a livello mondiale sui temi ambientali ed energetici e alcune misure sarebbero in evidente contraddizione con gli impegni presi a Parigi sui cambiamenti climatici. Sarebbe la rivincita delle energie fossili. Questi testi contengono misure che legano le mani di quegli stessi politici che dovrebbero applicare l’accordo sul clima.
Le trappole sono nelle clausole. Due in particolare. La cosiddetta clausola “ratchet” (una sorta di divieto a reintrodurre barriere commerciali), la quale “implicherebbe che servizi vitali come l’energia, l’acqua potabile e l’istruzione, se liberalizzati, non potranno più essere rinazionalizzati (indipendentemente dalla volontà degli elettori). La clausola “standstill”, invece, renderà quasi impossibile regolamentare il settore privato, proprio in questa fase delicata di lenta transizione energetica (stabilisce una regola secondo cui non si potrà “retrocedere” dal livello di liberalizzazione raggiunto di volta in volta, pena un ricorso ai tribunali). Inoltre si vorrebbe costituire un comitato sovranazionale in cui le grandi aziende private, di fatto, sarebbero coinvolte nella stesura dei nuovi regolamenti commerciali che le riguardano, limitando la supervisione dei governi e la stessa democrazia. E ancòra, “nessuna distinzione potrà essere fatta tra fonti energetiche meno impattanti e combustibili fossili più nocivi, rendendo impossibile una graduale eliminazione di quelle più dannose come il carbone, il petrolio estratto da sabbie bituminose e lo shale gas”.
Lo strapotere delle aziende sancito dal TiSA non riguarda solo il settore energetico. Le regole sulla privacy potranno essere stabilite dai grandi gruppi della comunicazione e le banche non dovrebbero autoregolamentarsi. L’industria dei combustibili fossili potrebbe essere, paradossalmente così, tra i protagonisti della redazione delle politiche ambientali. Sarebbe come chiedere all’industria del tabacco di scrivere le norme sulla salute. Queste decisioni devono essere prese dai cittadini tramite i governi che hanno democraticamente eletto, non dalle aziende. Per questo le varie Organizzazioni Non Governative (ong) chiedono che vengano “immediatamente sospese” le trattative su TiSA, T-TIP e CETA (l’accordo tra Ue e Canada che sarà discusso oggi a Bratislava dai ministri europei al commercio): “Invece di sacrificare la tutela dell’ambiente a beneficio delle grandi aziende, tutti i nuovi accordi devono focalizzarsi su trasparenza e lotta ai cambiamenti climatici”.
IL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’ – Inoltre, ci siamo resi conto che, con il tentativo del governo, si vuole depotenziare l’importantissimo principio di sussidiarietà (art. 118 della Costituzione), come strumento utile di “democrazia dal basso” (molti esempi e testimonianze di attuazione pratica di tale principio possiamo portare: i Comuni del Val di Noto, questo giornale e le associazioni ecologiste riuscirono a bloccare le trivellazioni petrolifere in un territorio Patrimonio dell’Umanità e dove era già ben avviato un modello economico fondato sul turismo e sull’agricoltura biologica; lo stesso per l’inceneritore di Augusta, per il rigassificatore di Priolo Melilli, per la discarica di Cugni-Stallaini vicino alla Riserva Naturale di Cava Grande del Cassibile, eccetera). Pertanto abbiamo maturato la convinzione che bisogna ostacolare il tentativo di riportare indietro il paese di 80 anni, di introdurre, nello spirito e nella cultura della Costituzione, meccanismi distorti ed elementi illiberali come la “clausola di supremazia” e di venire strumentalizzati e diventare succubi dei disegni ultraliberisti.
I CARTELLI FINANZIARI E LE MULTINAZIONALI – Vi è, a nostro parere, un attacco globale perpetrato da ben individuati “cartelli finanziari” e dalle multinazionali. Tutti questi elementi su fatti concreti eco-economici ci danno il senso che si tratta in realtà di una “controriforma istituzionale” che favorisce solo gli interessi delle multinazionali e della finanza speculativa che, non a caso ed in maniera compatta, si è schierata a favore della riforma. A chi dice che le riforme le chiede il mercato possiamo rispondere che il mercato vuole, ad esempio, una effettiva diminuzione dei tempi della giustizia civile o una seria riforma fiscale che non strozzi il paese di tasse, insomma se l’economia italiana è ferma non è certo colpa della Costituzione.
GLI INTERESSI ECONOMICI DELLA FINANZA INTERNAZIONALE – Questa riforma è appoggiata, propugnata e voluta dalla finanza internazionale. Il 28 maggio 2013 la società finanziaria JP Morgan stilò un documento intitolato: “Aggiustamenti nell’area euro”, in cui si afferma che “i sistemi politici e costituzionali del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi”. Pertanto le Carte Costituzionali rappresentano un impaccio per il sistema finanziario, perché tutelano i diritti dei lavoratori, la democrazia, i diritti civili e sociali mentre la finanza internazionale mira alla “governabilità” e non alla rappresentatività, col pericolo concreto di venire strumentalizzati e succubi dei disegni ultraliberisti delle grandi corporations internazionali finanziarie e speculative.

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