Democrazia e governabilità. L’etrusco Renzi vuol rottamare la prima per consolidare l’altra? La funzione legislativa è già da tempo privata delle sue funzioni
La Civetta di Minerva, 24 giugno 2016
Le nostre riflessioni pubblicate nel numero precedente hanno suscitato qualche dibattito. Ma anche qualche insofferenza, che ha trovato espressione nel pronunciamento di un giudizio liquidatorio ed apodittico: “gli italiani non vogliamo farci governare da nessuno”. In altri termini, se osiamo criticare certi aspetti del renzismo e della degenerazione della democrazia, ciò deriverebbe da una presunta renitenza degli italiani alla governabilità. Annidato da qualche parte nel nostro DNA ci sarebbe una sorta di gene che ci costringerebbe a prendere le distanze da qualunque buon governo della repubblica. Strano modo, questo, di difendere la riforma di Renzi e la sua condotta politica senza neanche curarsi di leggere le nostre analisi e le nostre valutazioni: qualcuno ha la teoria giusta per rigettare aprioristicamente le nostre idee, che sarebbero solo il frutto di una intolleranza congenita alla governabilità. Anzi: a qualsiasi generoso tentativo di governarci.
Ovviamente, dissentiamo. Ciascuno è liberissimo di pensare quel che vuole e di sbagliare per i fatti suoi. E il mondo è bello perché è vario. Né coi nostri ragionamenti vogliamo pilotare le scelte di nessuno verso un partito o un altro, oppure pro o contro la riforma costituzionale partorita da questo governo etrusco. Vogliamo solo alimentare il dibattito tra menti libere da preconcetti. Ed esprimere il nostro punto di vista personale, altrettanto libero (e non determinato dalla genetica): a noi la democrazia continua a stare a cuore più della governabilità.
Ieri Berlusconi ripeteva come una giaculatoria le sue lamentele per le lungaggini dell’iter legislativo; oggi l’etrusco Renzi, segretario del PD, provvede a manomettere la Costituzione per velocizzare l’iter legislativo. Ma è veramente questo l’intento da lui perseguito? O non c’è invece in atto (da tempo, da prima che Renzi si occupasse di politica) uno slittamento della democrazia che si manifesta come diminuzione progressiva dell’autonomia del legislativo? Forse Renzi sta solo contribuendo ad accelerare il degrado della democrazia. In nome della governabilità.
In democrazia il legislativo dovrebbe legiferare autonomamente e i governi dovrebbero esercitare la loro funzione esecutiva, governando nel rispetto più assoluto delle leggi vigenti. E invece si assiste ad una costante prevaricazione dei governi nei confronti dei legislatori: pochissime leggi sono di iniziativa parlamentare; molti atti legislativi sono frutto della conversione di decreti legge, a cui i governi fanno sempre più sistematicamente ricorso, mentre tali decreti dovrebbero essere limitati solo ai casi di necessità e di urgenza. E non solo i governi abusano della decretazione di urgenza, ma ricorrono sempre più spesso alla “fiducia”, esercitando in tal modo una forte coercizione su deputati e senatori. Le cui candidature sono decise dai vertici dei partiti e non direttamente dagli elettori. E ciò rafforza ulteriormente una sorta di sudditanza dei parlamentari rispetto ai potentati dei partiti, che possono decidere sulla loro candidabilità e sulla loro collocazione in posizione chiave all’interno delle liste. Finché la scelta dei candidati e l’ordine della loro collocazione nelle liste sarà in mano ai signori dei partiti, l’autonomia dei parlamentari risulterà gravemente compromessa.
Ma, tornando alla formazione delle leggi, che dire dei decreti omnibus, in cui si inserisce di tutto e di più? La cronaca recente ci ha rivelato interessanti retroscena su come certi provvedimenti (certi regali alle lobby, ad esempio) vengano inseriti, nottetempo, nel testo di farraginosi malloppi legislativi in formazione. Certi ministri possono meno di sottosegretari navigati e radicati nell’humus della politica ben concimata dalle lobby. E possono essere ricattati o, in vario modo, obbligati a far introdurre da occulte manine onnipossenti gli inserti più straordinari in quei corposi mallopponi legislativi che poi vengono battezzati con nomi di fantasia e ad effetto come “sblocca-Italia”.
Esempio di leggi omnibus sono anche le finanziarie. Anch’esse approntate dai governi ma anche fortemente condizionate dal potere della troika e in gran parte infarcite di suggerimenti di potenti meno noti e zavorrate da interessi di persone rispetto alle quali la politica governativa si prostra a tal punto da avvertirsi ridotta a svolgere ad una funzione da sguattera del Guatemala.
Tutto ciò accade da tempo. Chi scrive ricorda ancora che la privatizzazione del servizio idrico ricevette un impulso fortissimo da un articolo 23 bis inserito in una finanziaria nel lontano 2008. In realtà quell’articolo era una leggina (i cui articoli furono declassati a commi) già pronta, che fu inserita come articolo 23 bis nella finanziaria in allestimento. Accadde in agosto di quell’anno, mentre molti erano distratti o in vacanza. Questo è, ormai da tempo, il modo in cui si producono le leggi che un parlamento di nominati, di transfughi, di verdiniani raccogliticci, di sedicenti “responsabili” è costretto ad approvare.
Questa è democrazia? La democrazia è un sistema di potere condiviso, nel quale la autorità promana dal basso, cioè dalla sovranità popolare, riconosciuta dalla Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo…” All’onesto Fabrizio Barca fu chiesto inutilmente qualche anno fa, in occasione di una sua presenza al Vermexio, cosa ne pensasse della subordinazione attuale di ciascun livello decisionale al livello superiore. Infatti il parlamentare è più subordinato ai capi-partito che non agli elettori che lo votano e che lo investono della sua funzione. E il legislativo è sempre più sistematicamente subordinato ai governi in carica. E questi appaiono sempre più ligi a richieste e condizionamenti che provengono da poteri forti che risiedono altrove, come rivela la famosa lettera del 2011 al cavallerizzo. La domanda fu riproposta a Barca per mail, ma il silenzio più assoluto è rimasto l’unica eloquente risposta.
Quanto la volontà politica sia succube di interessi non rappresentati dagli eletti nei parlamenti ma di fatto recepiti dai governi lo rivela ancora più chiaramente un documento del 2013 scritto dagli economisti del gigante finanziario americano JP Morgan (The Euro area adjustment: about halfway there – Europe Economic Research – 28 May 2013). In esso gli autori suggeriscono ai governi europei la strategia giusta, a loro avviso, per la sistemazione dell’area euro: «I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea […]: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».
Noi condividiamo solo la critica mossa alle «tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo». Tutto il resto ci sembra un delirio allucinante. Gli economisti di JP Morgan parlano di «esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori». Niente, niente l’etrusco Renzi avesse preso spunto da tale documento per ideare il suo Jobs act che ha attenuato le tutele dei diritti dei lavoratori? E chissà che non si sia lasciato ispirare da tale vangelo nella sua smania di impugnare aspetti importanti della legge regionale siciliana n. 19/2015 sulla ripubblicizzazione del servizio idrico e sulla gestione dell’acqua? E siamo troppo maligni a sospettare che anche la riforma costituzionale promossa dal governo etrusco voglia perseguire un ulteriore rafforzamento dell’esecutivo rispetto al legislativo, già così asservito e deprivato di autonomia nello svolgimento della sua funzione? E il gallo Hollande per la sua loi travail sta traendo ispirazione dalla stessa fonte?
Ci siamo lasciati prendere anche noi della Civetta dalla tentazione di gridare al complotto? No. E riteniamo che abbia ragione Vaciago quando afferma che «Da molti anni, non solo le grandi banche internazionali, ma tutte le autorità comuni (da Bruxelles al G7, dal Fondo monetario internazionale a tutti gli altri) ci dicono che dovevamo fare riforme per migliorare e rendere più efficiente la nostra governance politica».
Nessuna novità e nessun complotto: noi ci limitiamo ad indicare una convergenza di vedute e di giudizi (oltreché di interessi) tra politici e ambienti bancari ed affaristici; tra economisti talebani, fedelissimi alla dottrina iperliberista, e politici di destra come anche di centrosinistra, folgorati e convertiti a tale visione; tra giornalisti, opinionisti e divulgatori del pensiero dominante e politicanti di mestiere o di ventura al servizio di chi li arruola e li inserisce nelle liste elettorali. Nessun complotto: forse non avrebbero neanche l’ardire di tramarlo. Solo uno scempio progressivo della democrazia, uno scivolamento verso un baratto (candidatura, appoggi elettorali, vitalizio e privilegi di casta in cambio di una continua militanza obbediente nelle file di questo o di quel partito, magari con cambi di casacca nel corso del mandato) purché sempre col fiero intento di appoggiare il potente di turno, di assecondarlo, di fornirgli i voti in parlamento o di assicurare e garantire, “responsabilmente”, la governabilità.
Viva la governabilità! Anche noi riteniamo che la governabilità sia un valore, ma siamo convinti che la democrazia non sia in alcun modo subordinabile ad essa. La dignità personale neppure. Il rispetto del mandato elettorale ricevuto dagli elettori sovrani nemmeno. Pertanto cercheremo di essere resilienti rispetto al degrado in corso e di contagiare ai politici questo nostro bisogno di resilienza. E se non ci riusciremo, ci adopereremo affinché non siano rieletti e siano spazzati via.
Quanto alla riformicchia del senato e della Costituzione a cui l’etrusco ha legato la sua permanenza a palazzo Chigi, ribadiamo che essa non ci soddisfa. Vogliamo eliminare il bicameralismo ed evitare il ping pong delle leggi tra Camera e Senato? Bene! Eliminiamo una delle due Camere: via il Senato. Lo si abroghi e basta. Ma Renzi lo sta solo riducendo di numero e depotenziando di funzioni. Il Senato non darà più la fiducia. Non eserciterà la funzione legislativa ma… potrà esercitare (magari a comando) una funzione di ostruzionismo sul legislativo, chiedendo di visionare una legge in itinere. E c’è da scommettere che, essendo un senato di nominati – giubilati – immunizzati, eserciterà tale funzione rispetto a leggi sgradite al potere di turno.
Criticheremmo queste scelte politiche, se a farle fosse ancora il cavallerizzo. Perché dovremmo tacere il nostro disappunto ora che ad imporle è qualcuno che ha prima sedotto e poi tradito le nostre aspettative? La cosa ci irrita ancora di più: dal cavallerizzo non ci aspettava nulla di buono. Renzi molti di noi lo abbiamo votato alle primarie. E ci ha delusi.

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