Sette confraternite di vari mestieri hanno un ruolo dominante nelle cerimonie pasquali
La Civetta di Minerva, 18 marzo 2016
La tradizione pasquale rappresenta per la cittadina di Augusta, ieri come oggi, un appuntamento molto atteso, dimostrato dalla presenza viva dei cittadini che per giorni vivono la festa del triduo pasquale tra un fervido tripudio e un coinvolgente entusiasmo. Non si tratta solo di rito religioso, che si ripete in moto perpetuo ogni anno, ma esso racchiude in sé un profondo raccoglimento, preparazione, tradizione e cultura popolare e culturale, è insomma un evento a cui ognuno si prepara in modo personale e intimo.
Un tempo i precetti pasquali si aprivano la domenica laetare, cioè la quarta domenica di quaresima, quando, per le vie del paese, faceva la sua comparsa “a Serramonaca”, una donna avvolta in una veste bianca che reggeva una falce, simbolo di peccato, e un cesto dove la gente riponeva delle uova, segno di vita e di impegno cristiano, in modo da giungere alla Santa Pasqua in grazia di Dio. Questa misteriosa signora simboleggiava la contrapposizione tra la vita e la morte, tra il bene e il male. L’ultima “Serramonaca” pare sia apparsa, verso la fine degli anni cinquanta del secolo scorso, e fu “a zza Cuncetta”.
Oggi operano sette confraternite facenti parte delle antiche corporazioni lavorative e che hanno un ruolo dominante nelle cerimonie pasquali. La tradizione vuole che il rituale inizi quando nella Chiesa Madre viene esposto il SS. Sacramento per le “Quarantore”, cioè le ultime quaranta ore di vita di Gesù Cristo. Le confraternite vanno a rendergli omaggio in processione portando il proprio stendardo ma anche per onorare il Signore affinché, durante l’anno, non possa mai mancare il lavoro. I pescatori sono rappresentati dalla confraternita di S. Andrea, la Madonna Odigitria simboleggia i contadini, San Giuseppe i “Mastri d’ascia” falegnami e artigiani, l’Annunziata i naviganti e infine le confraternite del SS. Sacramento, dell’Addolorata e dell’Immacolata.
Le confraternite nascono durante la dominazione spagnola in Sicilia, che va dal XV secolo fino al 1700. Esse furono investite dai re iberici e il potere che avevano è dimostrato dal fatto che i Rettori che ne erano a capo, eletti tra i più anziani, nel giorno dei festeggiamenti per il santo patrono, potevano concedere la grazia a tre condannati. Ad aprire il ciclo di adorazione è la confraternita della Madonna di Odigitria, cioè Colei che indica la strada, seguono tutte le altre confraternite, portando i rispettivi fercoli infiorati e preceduti da numerosi bambini vestiti dai santi più venerati ad Augusta.
Il giovedì santo, la Coena Domini è officiata dai dodici apostoli, impersonati fino agli anni sessanta da dodici anziani scelti fra i più poveri della città, i quali venivano sfamati e curati. Oggi questo compito spetta ai chierichetti che ricevono un pane ricoperto di glassa e zuccherini, chiamato in vernacolo “u cavateddu d’apustuli”, pane che le donne augustane preparavano come segno scaramantico quando aspettavano i loro uomini che erano imbarcati nei pescherecci. Alla fine della messa del giovedì santo, “le Sacre Specie” vengono custodite in una preziosa urna, a simbolo del Sepolcro. Tutte le chiese ne hanno una, tranne la chiesa di San Giuseppe dove invece è esposta la bara con il Cristo morto.
Ma il momento più struggente, intenso e toccante si ha a mezzanotte quando, per le vie del paese, si ode il suono acuto e funereo di una tromba che si ripete a ogni crocevia, seguito dal sordo e ossessionante rullare del tamburo. Il suono della tromba vuole ricordare il pianto lamentoso e disperato della Vergine mentre è in cerca di suo Figlio Gesù, ma anche il desiderio di ricerca in Dio e della fede che c’è in ogni uomo.
Il venerdì santo è il clou della passione. Già all’alba tutti i devoti si recano nella chiesa di San Giuseppe per assistere all’uscita del Cristo morto il quale viene portato in processione per le vie cittadine dai babbalucchi che vestono, per l’occasione, un abito penitenziale di foggia spagnolesca, con una mantellina gialla. A questo punto iniziano due processioni, quella del Cristo morto e quella della Madonna. All’altezza di via Roma, detta via del Calvario, con via Xifonia, si assiste all’ ”A scisa a cruci”, l’incontro tra il Cristo e l’Addolorata, momento di irrefrenabile commozione collettiva, quindi la processione si congiunge e prosegue.
A mezzanotte, tra il sabato e la domenica, il suono festoso delle campane echeggia nella notte ricordando il Cristo Risorto, rendendo magica e surreale l’atmosfera del paese. L’antica tradizione megarese prevedeva, dopo la messa di mezzanotte, “a calata ra tila”, cioè una grande tela viola raffigurante la deposizione che veniva fatta cadere dal campanile della chiesa Madre. La tela veniva velocemente raccolta e portata di corsa fino al portone principale della chiesa e poi veniva esposta ai cittadini che, con gioia esultavano al grido “A tila calau e u Signuri risuscitau”. Questa cerimonia fu però abolita nel 1928 perché ritenuta troppo chiassosa dall’arcivescovo di Siracusa e non proprio consona a un rito religioso.
La domenica di Pasqua è la festa per eccellenza, a ricordo che il Re dei Re è morto e resuscitato per la salvezza degli uomini, le persone si recano a messa con “u vistitu e i scappi novi” perché, in genere, la Pasqua coincide con l’equinozio di primavera, quindi un rinnovamento, non solo spirituale, ma anche evidenziato da un stile nuovo e decisamente più colorato. A parlare di Pasqua, ad Augusta, ci pensa anche l’arte culinaria. Le tavole saranno bandite con i cassateddi di ricotta, agneddu o furnu, u cudduruni, a ministredda ri San Giuseppe, i picureddi ri zucchiru e, dulcis in fundo, le uova di cioccolato.
Insomma, il periodo pasquale significa per gli augustani un riconoscersi in quello che è il confronto tra un passato che è sempre presente e che si rinnova puntualmente costituendo, nell’insieme, il nucleo vivo di un processo storico misto a modelli formatisi spontaneamente e consolidati nel panorama quotidiano, accostando così in un binomio il sentimento religioso e la cultura locale… ricordando ieraticamente che, per ripercorrere le vie della memoria e preservare il tempo andato, occorre vivere il presente, consapevoli che il passato torna sempre e comunque.

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