“Racket del pizzo, non ci sono in provincia zone franche”

Intervista al presidente dell’associazione provinciale antiracket. “Anche con la crisi, per i malavitosi è un enorme giro d’affari”. Troppo pochi i commercianti che denunciano. Dovrebbero essere 100 al mese, non ci si arriva in un anno

 

Venticinque anni nell’antiracket e una certa stanchezza che a volte si fa sentire.

Il contesto in cui Paolo Caligiore opera quotidianamente non è dei più felici. La corruzione è ormai talmente endemica da non essere quasi più avvertita come cancro del sistema sociale; i clan mafiosi vengono decapitati ma trovano nuova linfa e si reinventano seguendo il passo dei tempi; la crisi soffoca l’economia sana e le strozzature nell’erogazione finanziaria consegnano famiglie e imprese nelle mani di usurai senza scrupoli.

Ma se arriva la telefonata di chi subisce un tentativo di estorsione, il sangue torna a scorrere e torna la determinazione a essere a fianco della vittima perché il proprio passato non si dimentica.

“So cosa significa subire un attentato: per tre volte, due ai miei supermercati e una a casa, nel luogo per ciascuno di noi più sacro, la dinamite ha lasciato il segno. Se squilla il telefono per un attimo ancora quei ricordi possono riaffacciarsi e risento quei toni intimidatori. Quando guardo le persone a me care, come allora avverto la precarietà degli affetti. Ecco perché, quando qualcuno chiede aiuto, non possiamo che esserci. E ci siamo dal primo momento fino all’ultimo. Lo accompagniamo da quando decide di denunciare lungo tutte le fasi processuali. Siamo parte civile accanto a lui. E non importa l’entità della condanna dell’estortore, quanto piuttosto che essa arrivi. Perché di questa risposta c’è bisogno per riaffermare la presenza dello Stato là dove si avverte il rischio di sentirsi soli e totalmente indifesi”.

Processi in cui è dunque necessario essere presenti fisicamente, in tanti, perché sia tangibile la vicinanza di un presidio di legalità. Ma i risultati, seppure raggiunti, non sono pienamente soddisfacenti: “Sarà perché vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto”!

Dovrebbero esserci 100 denunce al giorno, e invece quella cifra, su per giù, si raggiunge in un anno. Un segno di acquiescenza, di rassegnazione e addirittura l’assuefazione a collocare la richiesta estorsiva tra le voci di bilancio, tra i rischi di impresa, niente di più.

‟E’ vero quello che dici: la crisi ha modificato il racket. Le strategie sono cambiate: non si pretendono più le somme di una volta, di migliaia di euro, ci si accontenta di meno, tra i 150 e i 600 euro a seconda della tipologia dell’azienda o dell’esercizio commerciale, quel tanto che serve a mandare i soldi ai parenti detenuti, a pagare i picciotti, a finanziare “l’impresa”. Oppure si fa la spesa senza pagare il conto, o ci si veste come meglio piace senza passare dalla cassa. Più che i ricavi conta affermare la propria presenza sul territorio, far capire, a tutti, chi comanda.

Ecco perché bisogna far comprendere a imprenditori e commercianti che, anche se la pretesa è modesta, è indispensabile opporre un rifiuto categorico, privo di tentennamenti. Non bisogna mai dare la percezione di riconoscere la loro forza, il loro potere. Pagare poco certo rende tranquilli, non fa temere conseguenze più gravi, ma significa pur sempre alimentare il cancro, far diffondere la metastasi. Oggi gli estortori sanno di rischiare di più: temono più che nel passato le denunce perché comprendono che le cose sono cambiate e che bisogna mettere in conto la reazione della vittima. Giocano infatti su richieste più accettabili, tollerabili, su quelle che non fanno scatenare la disperazione e con essa quasi la necessità di non sottostare. Diciamo che si sono adeguati al mercato: la mafia dell’estorsione, da accorta impresa qual è, ne sa leggere le regoleˮ.

Ovunque, in provincia, è lo stesso? Ci sono Comuni dove il fenomeno è meno diffuso? Pesa ancora il radicamento di alcune famiglie mafiose nonostante i colpi portati a segno dalle forze di polizia?

‟Determinante è di certo la presenza forte delle associazioni antiracket. Non c’è alcun dubbio. Palazzolo, la zona montana, sono più sicuri da questo punto di vista. Noto, Avola, Francoforte dovrebbero rafforzare i propri presidi. Ma non è possibile parlare di zone franche, non ne esistono. E purtroppo non basta decapitare i vertici dei clan se poi, immediatamente, le forze sane della società, gli imprenditori non fanno subito muro contro il ripetersi delle richieste estorsive. Dopo un blitz, nella confusione che ne deriva nella quale non si sa più chi è rimasto e chi comanda, chiunque, anche il più giovane, può presentarsi a chiedere il pizzo e lì bisognerebbe interrompere il gioco, avere la forza di dire di no, per sempre, ma questo non accade. Dopo l’operazione Terra bruciata così è stato.

Oggi le condizioni per far fronte comune ci sono anche perché è strettissima la collaborazione con tutte le forze dell’ordine: con loro le nostre associazioni lavorano in piena sintonia e armonia e a volte sono loro stesse a chiedere il nostro intervento per accompagnare le vittime di estorsioni nel nuovo percorso che inizia, ma non si può dire che si sia pienamente radicata una coscienza antiracketˮ.

E’ possibile quantificare il fatturato annuo della mafia delle estorsioni in questa provincia?

‟No, assolutamente no, e mi fanno sorridere quelli che fanno statistiche: ma da quali dati le fanno derivare? Possiamo al massimo ragionare per deduzione: se consideriamo l’entità dei beni che nelle operazioni di polizia o guardia di finanza o carabinieri vengono sequestrati, ci rendiamo conto di quale sia la forza economica in campo. Un enorme volume d’affari! Gli ultimi casi sono emblematici: venti milioni agli affiliati del clan Nardo, una parte!, tre milioni e mezzo a Salafia che pensavamo fosse niente, 7 milioni al siracusano Fabio Manservigiˮ.

A questo proposito: veramente ancora possiamo parlare di un’organizzazione mafiosa che sia altro rispetto alla società, al tessuto imprenditoriale, al ceto dei professionisti, anche di quelli che dovrebbero essere a servizio della giustizia? Avvocati, notai, magistrati, commercialisti, imprenditori, politici, tutori dell’ordine: tutte le categorie appaiono inquinate. Io credo che sia ormai uno stereotipo, forse anche un cliché di comodo per non guardare in faccia la realtà, distinguere tra parte sana e parte malata della società, tale è stata nel tempo la forza pervasiva del malaffare e talmente debole, velleitaria, la capacità di reazione da parte di chi avrebbe dovuto fare argine.

‟Non ti si può dare torto. Ma abbiamo l’obbligo di resistere. Forse occorre una più incisiva azione educativa: parlare di più, e meglio, alle nuove leve, ai giovani. Già come associazioni lo facciamo, ma è importante lavorare nelle scuole per spiegare i danni, che provocano i sì di chi ha paura o semplicemente non vuole fastidi. Dobbiamo continuare a lavorare con la Camera di Commercio, attiva nel segnalare situazioni poco trasparenti.

E’ necessario spiegare che anche la corruzione è una forma di pizzo. Ma se poi si sciolgono i Comuni per infiltrazione mafiosa e però nessuno viene allontanato, e in particolare i dirigenti restano al loro posto, allora qualcosa è da cambiare. Abbiamo leggi perfette ma non vengono utilizzate o vengono applicate nel modo sbagliato e dopo due giorni i colpevoli sono a piede libero. Oppure ci scontriamo con una giustizia lenta, lentissima. Con i pubblici ministeri che ruotano con una frequenza altissima e i rischi, nei processi, di ripartire da zeroˮ.

E poi c’è il grande territorio dell’usura. Crisi economica, credito al consumo, ludopatia: le persone si indebitano sempre di più, e a questo punto?

‟Ci siamo intestati da tempo anche questa battaglia: il fenomeno c’è, in tutta la provincia, e riguarda non solo gli imprenditori bensì anche le famiglie. La ludopatia ne è spesso alla base. Le denunce sono solo la punta dell’iceberg, ma desidero che un messaggio sia chiaro. Noi non facciamo antimafia e non vogliamo perderci nelle parole, o confonderci con chi attraverso l’antimafia ha costruito la propria carriera, mira ad avere visibilità, o con i tanti che sanno, vedono e tacciono sulle distorsioni cui assistono. Noi trasferiamo i nostri principi in azioni concrete, facciamo i fatti. Siamo presenti, fisicamente presenti – nel processo Salafia erano in 15 i rappresentanti delle associazioni antiracket -, accanto a chi ha subito un’estorsione e ha la forza di ribellarsi. Sono persone da ammirare coloro che si sottraggono alla paura delle intimidazioni e accettano di vivere i tempi lunghi della giustizia che, semmai, quando arriva, è parziale: nel mio processo uno solo è stato condannato. Eppure abbiamo continuato a lavorare, sapendo che non possiamo garantire i risultati, né salvare noi il mondo, e che ciascuno, per prima la politica, dovrebbe fare la propria parte. Bisogna distinguere i ruoli e comprendere i limiti dell’azione. Anche i cittadini devono sentirsi coinvolti: devono aiutare chi denuncia, condividerne l’impegno, anche con strumenti quali il consumo critico che è più di una forma di solidarietà. E’ il senso di appartenenza a una comunità che vuole ripristinare la legalitàˮ.

C’è anche chi cerca di approfittare, di inventare situazioni inesistenti per un proprio tornaconto?

‟A molti ho detto di no, e dopo 25 anni di esperienza riusciamo a distinguere un caso dall’altro. Inoltre è strettissimo il rapporto con chi fa le indagini così da capire se si tratta di reale estorsione o di vendette personali, come spesso accade. Vale poi sempre la regola che la denuncia ha quale primo obiettivo la condanna dell’estortore, non il risarcimentoˮ.

Subisci ancora intimidazioni?

(sorride) Non lo dico, non ha importanza. Se ci sono, sono da considerare telefonate stupide che non potrebbero farmi cambiare idea. Quando lascerò, lo farò per mia sola decisione, quando non me la sentirò più di aiutare chi si rivolge a me. Dico sempre di essere il peggior nemico di me stesso.

A volte, certo, la stanchezza si avverte. L’impegno è costante e spesso è necessario trascurare la famiglia per incontrare gli imprenditori, anche di domenica, o per partecipare alle diverse iniziative in cui portare una testimonianza concreta. Ma l’unico modo per cambiare la nostra società è assumersi una responsabilità diretta, non delegare, non aspettarsi neanche risultati immediati. Oggi lo Stato c’è più nelle sue diramazioni periferiche che come governo centrale. E tuttavia abbiamo alcune buone leggi, finalmente. Ci vorrà ancora tempo ma dobbiamo fare la nostra parteˮ.

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