Il 26 aprile la prossima udienza del processo ai vertici di Sai 8

Per gli sversamenti illeciti dei reflui della città nel Porto Grande. Nelle indagini, iniziate nell’agosto 2011, si accertò la presenza in mare di solidi sospesi in quantità di gran lunga superiore alla soglia minima di 35 mg/L prevista dalla norma (in alcuni giorni fino a 140 e 260 mg/L)

 

Si avvia verso la conclusione l’escussione dei testi dell’accusa chiamati a deporre nel procedimento penale a carico di Sai8 per la gestione del depuratore di Siracusa negli anni tra il 2008 e il 2011.

Il 6 aprile prossimo sarà la volta dei consulenti tecnici che hanno esaminato i computer sequestrati agli imputati. Successivamente verrà sentito il consulente contabile che ha ricostruito l’andamento della spesa per lo smaltimento dei fanghi gestiti dal depuratore di Contrada Canalicchio dal momento della presa in carico dello stesso depuratore da parte di SAI8. Poi toccherà a quelli della difesa.

Le indagini sono iniziate nell’agosto 2011 sotto la direzione dei Sostituti Procuratori Delia Boschetto e Marco Bisogni, a seguito della segnalazione di un privato cittadino, e dell’associazione Natura Sicula, circa la presenza di una macchia torbida e scura alla foce del canale Pantanelli, alimentato dal torrente Grimaldi, collettore di emergenza del depuratore di Contrada Canalicchio.

Subito sono seguiti i campionamenti delle acque, effettuati dalla polizia giudiziaria dei N.I.C.T.A.S. (Nucleo Investigativo Circondariale Tutela Ambientale e Sanitaria) insieme ai tecnici dell’Arpa, un blitz nell’impianto, nella notte tra il 23 e il 24 marzo del 2012, il sequestro della documentazione relativa alla gestione dei reflui, di alcuni computer portatili e dell’hard disk del server dei computer di Sai8. Quindi, il 25 marzo 2012, su disposizione della Procura il depuratore è stato sequestrato.

I risultati delle analisi dei prelievi delle acque sversate, che attestavano la presenza di solidi sospesi in quantità di gran lunga superiore alla soglia minima di 35 mg/L prevista dalla norma (in alcuni giorni fino a 140 e 260 mg/L), l’assenza di vigilanza dell’impianto nelle ore notturne, verificata in occasione del blitz e confermata dagli operai addetti al controllo, la conferma dei disservizi dovuti al cattivo funzionamento del ciclo di depurazione, non potevano che tradursi prima in avvisi di garanzia e poi nel rinvio a giudizio di sei fra dirigenti e tecnici della Sai 8.

Determinante l’analisi dei MUD (Modello unico di dichiarazione ambientale) che consentiva di appurare, per il biennio 2010-2011, una drastica riduzione della produzione di fanghi, cioè, tecnicamente, del rifiuto prodotto dalla lavorazione dei reflui. Già confrontando i dati con la precedente gestione Sogeas, nonché con il primo anno di conduzione Sai8 (nel 2008 e nel 2009 pari a poco più di 2.500 tonnellate), era evidente l’anomalia: solo 537 tonnellate nel 2010, 842 nel 2011, una differenza non spiegabile, almeno negli immediati riscontri, se non – secondo la Procura – con uno smaltimento non corretto dei fanghi. Significativo il dato estrapolato dai registri di carico e scarico da cui emerge che il primo smaltimento dell’anno 2011 è avvenuto il 30 giugno, sette mesi dopo l’ultimo del 2010 avvenuto a novembre!

Se si considera che, secondo i consulenti della Procura, Mario Sanna e Stefano Sciolette (incaricati, il 24 febbraio del 2012, di verificare il corretto funzionamento del depuratore, le cause dell’eventuale cattivo funzionamento e, in relazione ai lavori previsti, lo stato di realizzazione delle opere), il depuratore di Siracusa ha una potenzialità tale da servire 170 mila abitanti raccogliendo i liquami di Siracusa e alcune sue frazioni, di Floridia e di Solarino, e che già con la gestione Sogeas veniva sottoutilizzato potendo/dovendo smaltire il doppio dei fanghi, meglio si comprende la gravità dell’accaduto. E d’altra parte lo stesso ingegnere Isoppo, amministratore delegato Sai8, in un convegno, come registrato in un video tra i documenti processuali, aveva avuto occasione di specificare che il depuratore di Siracusa produceva 7 mila tonnellate di fanghi all’anno (l’intera provincia circa 10-12 mila tonnellate) con costi di smaltimento intorno al milione di euro.

Si evidenziava da subito, e viene confermato dalle testimonianze, che l’impianto aveva bisogno di frequenti interventi manuali per funzionare più correttamente – come raccontano i testi, occorreva a volte chiudere le pompe per ridurre l’afflusso d’acqua, riportare alla normalità il sedimentatore ed evitare tracimazioni dei fanghi -, operazione che nessuno eseguiva di notte essendo solo due, e diurni, i turni di vigilanza. Nel caso in cui si fosse fermata una pompa arrivava sì un segnale di allarme ai cellulari degli addetti al servizio, ma gli stessi non hanno saputo dire se l’allarme suonasse anche in caso di fuoriuscita dei fanghi.

A monte naturalmente l’interesse economico: un risparmio calcolato nei due anni di 450mila euro solo per lo smaltimento dei fanghi, il costo prevalente, insieme a quello dell’energia elettrica (nella fattispecie non quantizzato), nella gestione dell’impianto.

Le testimonianze fin qui rese nelle udienze, a partire dal luglio 2014, hanno quindi fotografato le criticità gravissime del sistema di depurazione delle acque urbane che si sono andate definendo, dichiarazione dopo dichiarazione, in maniera sempre più nitida e precisa.

Fondamentale, su questo versante, la relazione, e la testimonianza, dei consulenti della Procura: “Per come l’abbiamo trovato, il depuratore è come se non avesse avuto nessuna manutenzione”, questa la sintesi sostanziale delle loro valutazioni.

Delle due vasche che per prime raccolgono i reflui nell’unità dell’impianto sita in Contrada Fusco, e che avrebbero dovuto effettuare la prima grossolana lavorazione separando le parti pesanti da quelle leggere, la prima veniva baypassata e la seconda funzionava male. Il materiale in sospensione, che avrebbe dovuto essere portato via, fermo da chissà quanto tempo, essiccandosi, aveva formato crostoni superficiali di vegetazione. Quindi, il liquame passava alla fase successiva senza prima essere stato sgrossato.

Non funzionanti tanto i misuratori di ossigeno necessari per la reazione aerobica, quanto le centrifughe, necessarie per separare l’acqua dal fango in modo da alleggerire la massa da portare in discarica. Esse risultavano ferme da diverso tempo cosicché, al momento del blitz (fine marzo 2012), nessuno smaltimento era stato fatto da almeno 50 giorni nonostante sversamenti di fango liquido.

Rotti da almeno 4 mesi anche i carroponti delle vasche di sedimentazione secondarie con conseguente mancata movimentazione del refluo: “Dal sedimentatore secondario numero tre si vedeva chiaramente fuoriuscire il refluo con moltissimi solidi sospesi direttamente nello scarico finale” viene dichiarato, e dalla testimonianza del responsabile della manutenzione si apprende che, a causa del blocco dei sedimentatori primari, i fanghi andavano in circolo nelle fasi successive della depurazione, che i digestori anaerobici non funzionavano più come tali dal 2006 e che venivano usati impropriamente come serbatoi di stoccaggio.

Problemi strutturali risalenti a molto tempo prima a parere della Sai8, i cui legali hanno anche ricordato accertamenti della Procura effettuati nel lontano 1999. Proprio a causa di tali disfunzioni infatti l’azienda aveva presentato nel 2008, pochi mesi dopo aver assunto la gestione dell’impianto (8 gennaio 2008), un progetto di adeguamento.

Ma secondo i consulenti della Procura, il progetto, presentato il 30 luglio del 2008, finanziato per 5 mln di euro e affidato il 31 dicembre del 2009, a una verifica del 17 dicembre del 2010 non risultava ancora portato a conclusione. Stabilito quindi quale nuovo termine l’aprile del 2011, al momento dello sversamento dei fanghi, si verificava che ancora non erano state realizzate proprio le opere fondamentali per il corretto funzionamento dell’impianto, in particolare quelle necessarie allaseparazione dei fanghi, cioè soprattutto la sedimentazione primaria: “l’unico intervento vero da fare, così come il ripristino della digestione anaerobica ferma. Nessun altro intervento critico” secondo Sciolette.

Il processo certo continua e solo alla sua conclusione potremo sapere se veramente, come sostiene l’accusa e denunciano da anni le associazioni ambientaliste, nel Porto Grande non solo si è versato il 75% del refluo depurato della città e degli altri due Comuni ma anche, per almeno un biennio, una grande quantità di fanghi liquidi, tutti quelli che non sono mai stati essiccati, rimossi e trasferiti nelle discariche autorizzate ad accogliere rifiuti speciali altamente inquinanti.

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