Percorso di avvicinamento con l’aiuto del gesuita piemontese Guido Bertagna. La figlia dello statista: “Ho sentito una voce dentro, una voce che scava la pietra: esiste il dolore dell’altro”. La carceriera delle BR: “Ho imparato a pormi domande e ad assumere altri punti di vista”
Quando fu pubblicato il libro “L’anno della tigre. Storia di Adriana Faranda” (di Silvana Mazzocchi), l’ex brigatista era appena uscita dal carcere in libertà condizionale, dopo avervi trascorso quindici anni. Era il 1994 ed io ebbi finalmente la possibilità di conoscere meglio, leggendo quel libro, una personalità che mi aveva colpito e incuriosito seguendo le cronache del tempo o ascoltando la sua voce nelle rare interviste.
Confesso che sono andato all’incontro sul tema della “Riconciliazione” organizzato dall’ Istituto Superiore di Scienze Religiose più per ascoltare lei che Agnese Moro, figlia dello statista assassinato dalle Brigate Rosse.
Di Agnese Moro non si può che provare un profondo rispetto per l’immane tragedia subita, una forte ammirazione per la dignità e la compostezza con cui ha reagito e immensa gratitudine per il grande insegnamento che la sua testimonianza dona a tutti.
Parlare di Perdono, di Riconciliazione, non è semplice in generale. Che lo faccia chi ha avuto il padre ucciso suscita un interesse superiore e merita un’attenzione profonda. Agnese Moro lo ha fatto, tra l’altro, perché ha ritenuto “impossibile non sperare… perché le persone cambiano… perché la solitudine ci rende simili… per rispondere alla propria coscienza… Ho sentito una voce dentro, una voce che scava la pietra: esiste il dolore dell’altro”
“Abbiamo inseguito la giustizia, a modo nostro…” – esordisce Adriana Faranda – “E avevo un senso della Giustizia molto forte e personale. Poi quando sono stata arrestata, giudicata, condannata, ho conosciuto un’altra Giustizia. Forse quella giusta… Avevo messo in conto il carcere. In carcere si paga ma non si sente il compiere della Giustizia… e quando hai scontato la tua pena continui comunque a pagare. Non sei accettata, rimani l’ex terrorista”
Entrambe le personalità parlano sommessamente, si avverte una serenità interiore raggiunta con sofferenza e sacrificio. Ammettono che il percorso intrapreso non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di padre Guido Bertagna, “gesuita piemontese” che ha operato a lungo in carcere a San Vittore e al centro Culturale San Fedele di Milano dove questo lungo e lento percorso di “Riconciliazione” fra ex terroristi e familiari delle vittime è stato pensato e ha avuto inizio e che è stato quindi trasferito in un libro (“Il libro dell’incontro“, Il Saggiatore).
Chi è la Vittima? Chi è il carnefice? Questo percorso interiore di introspezione proposto e condotto da don Guido ci offre il dolore di entrambi che li rende simili e vicini ma non uguali.
“Andando alla ricerca dell’altro e del suo dolore, senti lo sguardo su di te che ti scuote, ti interroga e chiede di entrare, vuole aiutarti… Noi siamo il nostro linguaggio. Senza un linguaggio ed un vocabolario comune bisognava comprendersi… La ricerca dell’altro come terreno comune e via di uscita… – è ancora la Faranda a raccontare – “So che questo percorso non è ancora concluso, ma ha dei compimenti, della tappe. Ho imparato a pormi domande e ad assumere altri punti di vista, a risolvere i conflitti attraverso il dialogo e le parole… Ho compiuto atti che non si possono rimediare ma continuo a sognare un Mondo diverso…
Adriana Faranda era per me donna di grande fascino, bella, colta, intelligente, dagli occhi penetranti, la frangetta sbarazzina e la voce suadente. Adesso mostra anche più della sua età, come una vecchia e posata signora lontana da quell’immaginario che aveva suscitato in me interesse e curiosità e vederla firmare autografi, concedersi ai selfie, ricevere i saluti ossequiosi di autorità e persone comuni mi fa sentire meno il senso di colpa per essere venuto più per ascoltare lei che Agnese Moro. La gente si accalca attorno al palco dei relatori. Il salone del Santuario non è mai stato così pieno, credo ci fossero almeno 500 persone di tutte le generazioni. Quelli che erano giovani negli anni ’70 non possono che registrare il fallimento di un’idea rivoluzionaria giovane, bella e accattivante morta dietro un’utopia terroristica. La rivoluzione si è trasformata. L’idea da percorrere che si propone adesso ha una pistola dalla canna annodata. È la Riconciliazione possibile.

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