Sanità per chi paga, occhio al passato per capire il presente

Dagli enormi sprechi della mutua ai grandi affari delle industrie farmaceutiche. In quei pochi anni gli italiani si mangiarono l’assistenza dei propri figli e nipoti e oggi siamo al rendez vous

 

Una volta molti cittadini pagavano le cure, chi non aveva denaro non poteva curarsi. Mi sovvengono immagini di un passato ormai lontanissimo, suggestioni di un mondo che non c’è più, saggezze ormai perdute, storie d’altri tempi.

Ricordo una dolcissima ma poverissima vecchietta che non aveva avuto figli, aveva perso il marito da giovane, viveva di niente, aveva dedicato la vita a servire una persona importante che le assicurò una casa e la sussistenza fino a tarda età. Non aveva nulla, meno che mai una pensione. Viveva della carità altrui. Da ragazzo mi piaceva portarle i pesci che pescavo. Ne prendevo tanti, avevo una passione per la pesca e l’anima buona di mia madre mi aveva insegnato a donare il pesce ad un gruppo di persone che volentieri lo accettavano. Erano altre epoche di Siracusa, altra luce, altri cieli, altro mare. Avevo tanta disponibilità di tempo e c’erano tanti pesci.

Le faceva piacere la compagnia dell’adolescente che ero allora e amava conversare un po’ con me. La mia disponibilità non era del tutto disinteressata, lei conosceva la mia voracità per i fichi e me ne regalava, d’estate, cestini interi. Nel piccolissimo giardino aveva, infatti, un albero grande pieno di frutti dolcissimi. Li portavo via in bici con fatica e, in meno di ventiquattro ore, me li facevo fuori.

Mi raccontava con orgoglio del pochissimo denaro che aveva risparmiato nella sua vita. Non lo spendeva quasi mai per sé. Doveva servirle per il dottore e per la morte, mi spiegava, intendendo una veste dignitosa con cui coprire le sue spoglie e i soldi per essere seppellita. Ricordo ancora i suoi occhi buoni e verdi, le lacrime che le sfuggivano. Non cercava commiserazione, parlava solo del suo prossimo futuro con la consapevolezza di una donna che ne aveva viste tante e non era avvezza alle illusioni.

Più di mezzo secolo fa le cure non erano accessibili a tutti, intere fasce della popolazione ne erano escluse. Mi sembra di ricordare come, nel giro di poche settimane o qualche mese, le persone morissero di malattia e ricordo ancora le considerazioni sugli scomparsi in bocca a mia madre. Si moriva in fretta, pochi avevano la possibilità di convivere, come facciamo oggi, per anni interi con le malattie croniche.

Gli anni che seguirono videro il miracolo economico italiano nei suoi pallidi riflessi del sud e tutte le meraviglie dello stato sociale che, a poco a poco, cambiarono lo scenario sanitario della popolazione. Per la verità passammo da un estremo all’altro.

Chi si può scordare il boom della mutua in Italia? Ricordo, come fosse un incubo, le sale d’aspetto ribollenti di vociante umanità, ricette chilometriche in cui si potevano prescrivere tutte le medicine che si volevano. Sprechi paurosi, sfaccendati presenti due, tre volte a settimana in ambulatorio a chiedere ogni tipo di farmaco. In pochi anni gli italiani si mangiarono la sanità dei propri figli e nipoti. Nelle mie prime esperienze lavorative di sostituzione di mutualisti famosi, la generosità del sistema mutualistico italiano si spingeva a dispensare gratuitamente, come digestivo, bei tubettoni gialli di citrato di sodio (Citrosodina), olio di mandorle dolci o olio di vaselina come lassativi, Soluzione Schoum (antispastico, antidolorifico vegetale di discreto tenore alcolico, quasi un liquore di gradevolissimo sapore) a litri. Dal consumo che ne vedevo fare in certi strati della popolazione, i più bassi, ero certo che servissero più da genere voluttuario che da farmaci. Solo due categorie di sanitari, medici della mutua e farmacisti, possono aver idea di quante medicine prendessero certi siracusani e con quanta avidità ne facessero scorta in casa.

Un malcostume rivoltante di cui pochi, anche gli addetti ai lavori, avevano consapevolezza. Un tripudio di abusi, anche di costume. Uno scadere progressivo della figura del medico di famiglia, visto più come un dispensatore di farmaci che come figura ieratica e autorevole che decide dei destini delle persone e ne conosce le vicende personali e familiari. La stessa mirabolante ascesa delle richieste di prestazioni rese la professione quasi impraticabile. Troppe erano le prestazioni da rendere e nullo il potere del medico nel poterle mitigare, gli stessi guadagni erano proporzionali alle visite rese e ogni “no” costituiva motivo di cessazione del rapporto di fiducia. Fu una pacchia per i maleducati frequentatori futili e pretenziosi degli ambulatori e altrettanto per chi, fra i miei colleghi, dimenticò subito i sacri principi della professione sposando lo stile, le abitudini, il cinismo, l’avidità, il pescecanismo sanitario magistralmente interpretato da Alberto Sordi nei panni del dottor Tersilli, medico della mutua.

Con tutte le esagerazioni del mondo cinematografico, i due film interpretati da questo grande artista che, come pochi, seppe rappresentare gli immarcescibili difetti degli italiani, danno l’esatta misura di una realtà allucinante. I danni fatti all’immagine della medicina di famiglia dalle aberrazioni di quelle epoche non si sono mai completamente riparati. I pochi ignoranti, maleducati, abusatori cronici di una sanità finalmente estesa a larghissime fasce di popolazione, contagiarono buona parte dei cittadini per bene e ingenerarono una rappresentazione del rapporto di cura più vicino alla commedia dell’arte che alla buona pratica sanitaria, altrove universalmente diffusa.

Gli epigoni di quei personaggi sopravvivono in qualche odierno frequentatore fisso dei nostri ambulatori. Sono ormai tutti anziani, percepiscono pensioni per le quali non hanno quasi mai contribuito, blaterano di contributi sanitari versati e di diritti acquisiti, hanno consumato quello che non hanno mai pagato.

In quegli anni in Italia si consolidano posizioni industriali nel campo farmaceutico per lo meno sospette. A fronte di una ricerca sui nuovi farmaci sempre più difficile, complessa, costosa oltre ogni immaginazione, lunga e defatigante, costellata di fallimenti frequenti e di mancati ritorni economici, l’Italia si defila sempre più dallo scenario scientifico contemporaneo. Pochissime le molecole sviluppate in Italia e vendute in tutto il mondo. Già alla fine degli anni ’70 l’Italia esce dalla sperimentazione autonoma di nuovi farmaci e si specializza nella produzione di molecole inventate da altri ma soprattutto nella loro commercializzazione. Una rete potente d’informatori scientifici, la più numerosa al mondo in rapporto alla popolazione, fa le fortune economiche di aziende specializzate nel co-marketing, nella vendita di farmaci stranieri il cui prezzo era stabilito tramite lubrificatissime entrature presso i ministeri addetti. Il mercato farmaceutico italiano diventa uno dei più appetibili al mondo, privo di regole scientifiche rigide, con margini altissimi di guadagno per le cosiddette “marche” e per tutta la catena di commercializzazione dei farmaci. Una pacchia per tutti, tranne per le casse dello stato. E’ l’epoca della formazione dell’enorme debito pubblico: pensioni ricche a chi non ha contribuito, sanità a gogò per tutti.

Con grande attenzione all’immagine si radica nella realtà sanitaria italiana il concetto di farmaco di “marca”. In altre realtà, più serie in tutti i sensi, i servizi sanitari stranieri, sconoscendo il concetto di “marca” chiamavano i farmaci con il nome della molecola chimica che li costituiva. Proprio in quegli anni ’70 cominciano a diffondersi i farmaci equivalenti. Subito accolti con naturalezza in tutto il mondo, essi costituirono un’opportunità di risparmio perché, con la scadenza del brevetto, il loro costo pesava sulla comunità almeno per il 50% in meno. Il consumatore non avvertiva nessuna differenza giacché la denominazione del farmaco non si modificava, cambiava solo il produttore ma la molecola rimaneva sempre quella.

Fu così che, man mano che scadevano i brevetti, tutto il mondo cominciò a pagare a metà prezzo un buon numero di farmaci. Con i risparmi ottenuti potevano essere sostenibili i costi per le nuove sostanze di recente sintesi, naturalmente più alti.

Chiunque avrebbe colto quest’opportunità sociale facendone tesoro, tranne l’Italia. Il fenomeno dei farmaci equivalenti rimane pressoché sconosciuto nel nostro paese fino alla fine degli anni ’90. Si comincia col definirli “generici” quasi incoraggiando con la denominazione quello che, poi, di fatto, avviene nell’errata convinzione di molti. Sembra quasi che un farmaco definito generico abbia qualcosa di meno e meno pregiato rispetto a quello di marca. Chissà se questa infelice definizione proviene dalla malevola accoglienza che gran parte degli operatori sanitari ma soprattutto il mondo dell’imprenditoria farmaceutica italiana riserva a questa salvifica categoria di farmaci.

Inutile girare intorno al problema: su qualcosa che costa meno della metà non ci sono margini di guadagno nemmeno comparabili rispetto a quelli ben più corposi che facevano la fortuna di quelli che “producono”, vendono, guadagnano attorno al farmaco. Un dramma per un paese che fa della tangente un’istituzione fondamentale dell’economia. Ecco che buona parte dei beneficati del vecchio sistema che ruota attorno al farmaco di marca (molti di più di quanto si possa mai immaginare), comincia a fare di tutto per screditare e boicottare la commercializzazione dei farmaci generici.

Bisognerà aspettare il 2005 per vedere salvato l’onore in terra italiana di questa categoria salvifica di farmaci e vedere cambiata la denominazione in “equivalenti”, termine che rispecchia la sostanza fondamentale del problema. Solo la comparazione con simpatici anfibi come le anguille può rendere ragione di quello che si è visto inventare in Italia per screditare qualcosa che farebbe risparmiare il servizio sanitario e, soprattutto le famiglie, in questi tristissimi tempi di crisi. In effetti, un ammalato medio italiano, usando i farmaci equivalenti, può risparmiare fino a trecento euro l’anno.

Indimenticabili per me resteranno le performances scientifiche, l’arrampicamento sugli specchi, le leggende metropolitane bevute e rilanciate da famosi specialisti, primari e dirigenti ospedalieri. Abituati da lustri a essere omaggiati di tutto, sponsorizzati per ogni occasione convegnistica, anche all’estero, continuano imperterriti a prescrivere solo farmaci di marca fino ad oggi. La cosa più desolante è sentire che alcuni veramente credano che si possa al giorno d’oggi, in barba ad organismi di controllo sovranazionali e nazionali veramente inattaccabili, definire equivalente qualcosa che equivalente non è. Miracoli italiani ma al contrario.

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