Festeggiata alla grande nella chiesa di Bosco Minniti. “Volevo farmi suora ma la superiora del convento mi castigava chiudendomi, bambina, in una stanza buia. Dopo 7 anni tornai a casa e divenni infermiera allo psichiatrico. Ora mi manca la presenza dei parenti”
“I ricordi sono tanti”, così inizia Serafina Trigilo, la donna che ha compiuto 100 anni il 13 luglio di quest’anno. “Sono nata a Buscemi e ricordo come se fosse oggi le lacrime di mia madre, perché aspettava mio padre partito per la grande guerra, fu per questo che andò in processione a piedi nudi e con me in braccio a San Sebastiano, ma per strada cadde in malo modo e le dovettero dare parecchi punti al viso, mentre io non subii un graffio”.
Si, infatti mio padre ritornò sano e salvo ma, anche se lui lavorava, la miseria e la fame inseguivano la nostra famiglia composta da 7 figli. Per questo ancora piccola fui portata a Roma in un istituto: era quello delle suore francescane missionarie d’Egitto.
Così piccola?
Si, ma a quell’epoca io mi sentivo portata a fare la suora, per me era una bella cosa, invece la superiora che trovai era cattiva, maltrattava molte di noi, mi rinchiudeva in una stanza buia da far paura specie per una bambina come me. Fu per questo che decisi a malincuore di andar via, ma dopo il consenso del papa, perché ero già vincolata, almeno così mi dissero e dovetti ubbidire. Dopo alcuni mesi di ulteriori sopportazioni ottenni questo scioglimento papale e piangendo uscii da quell’istituto. Venne a prendermi un mio zio di Roma che mi portò sul treno per Siracusa.
Fu un viaggio lungo, a cosa pensava?
Lasci stare questo aspetto, perché dimenticai tutto quando mi trovai alla stazione e abbracciai mio padre che non vedevo da 7 anni. Ci fu una commozione generale, perché erano presenti anche i miei fratelli.
Allora non decise più di farsi suora, ma di aiutare in casa sua madre davanti a una famiglia numerosa?
Ma no, quale! La mia vita è stata sì sempre piena di lavoro, ma non quella di fare la casalinga, tutti dovevamo portare qualcosa a casa, perché la fame persisteva, e fu per questo che un giorno mio padre andò dal podestà, che conosceva, chiedendogli un lavoro per me. Guardi che avevo il titolo della 5° elementare. Il podestà lo accontentò immediatamente e il giorno dopo io entravo al manicomio, che oggi si chiama ospedale psichiatrico, come infermiera. Mi misero subito al reparto femminile agitate (le più violente, ndr). Infatti, esistevano due reparti, quello delle tranquille e quello delle agitate. Ma io ci stavo bene lì, ci sapevo fare, c’era comprensione fra me e le malate e mai una volta qualche pazza si comportò male con me.
Davvero ammirevole. Veramente non accadde mai niente in tutti quegli anni?
Si, per la verità ora mi ricordo un unico episodio negativo: capitò che in un’accesa e vivace discussione fra un’agitata e la superiora mi vidi arrivare uno sgabello, che schivai miracolosamente. All’intervento del direttore che voleva portarmi via dal reparto, tutte le agitate, compreso la responsabile del gesto, pregarono lui e me di rimanere scusandosi per quello che era accaduto. Ma anche se il mio modo di fare era dolce e così apprezzato dalle malate, quando c’era il caso di intervenire energicamente ne avevo abbastanza di forza per immobilizzare una di loro. Però quello che avveniva da noi era niente rispetto ai reparti maschili. Lì i malati venivano trattati veramente malissimo. Io due terzi dei miei 40 anni di quel duro lavoro compiuto in turni li ho passati fra le agitate e, quando lasciai quel reparto, ci furono tanti rimpianti.
Allora grandi soddisfazioni sul lavoro e sicuramente anche un salario adeguato…
“Ma quale! Sono entrata con la paga di 19,2 lire, che solo dopo anni passò a 70. Erano tutti soldi che inviavo alla famiglia tenendomi lo stretto necessario.
E il suo tempo libero come lo passava? Andava al cinema?
Quando uscivo, sempre in compagnia di altre amiche, perché c’era tanta rigidità, si andava anche al cinema, ma principalmente cercavo di continuare a lavorare nel privato come infermiera per racimolare ancora denaro da inviare alla famiglia a Buscemi aiutando tutti loro, perché nella mia vita, anche se non mi sono mai sposata, ho sempre dato tutto quello che guadagnavo a loro.
Ma veramente non ha mai pensato a sposarsi, a farsi una sua famiglia?
Aspetti! Su questo debbo confessarle un bel ricordo, fu quello di un giovane: si chiamava Mario, lo conobbi durante l’ultima guerra. Era bello e quando mi lanciò il suo sguardo con quei suoi splendidi occhi sentii che tutto questo mi attraversava il cuore e i polmoni. Fu una stretta al centro del mio corpo. Era un soldato e mi promise che finito il militare sarebbe tornato, mi avrebbe sposata e portata via, mi lasciò con una frase da innamorato a cui poi ho sempre riflettuto: ci vedremo lo stesso o qui o in un’altra vita. Un volermi dire che ancora mi aspetta. Non sapevo cosa dire, cosa fare, proprio io, che non avevo mai pensato a sposarmi, ma il sogno svanì presto: a Napoli lo ammazzarono e allora per me la questione matrimonio si chiuse per sempre anche se mi furono fatte altre proposte rispettabili. Ricordo che, proprio per quell’episodio litigai con mia madre, perché nella rigidità di allora, non aveva acconsentito neppure che ricevessi un semplice bacio da Mario.
Una vita sempre sofferta la sua.
“Già, pensi che quando venne in visita a Siracusa Mussolini volle visitare il nostro ospedale e stringere la mano a tutte noi, ma alla fine cosa cambiò? La paga rimase bassa e solo dopo la guerra aumentò in maniera esponenziale. Fu per questa mutata situazione economica che ho potuto prendermi cura di un mio nipote, tenerlo a casa, farlo studiare fino a farlo diventare ingegnere. È stata la mia più grande soddisfazione e ho deciso di dare tutto quello che possiedo a lui. Gestisce anche la mia pensione. Però vorrei essere più pensata da parte dei miei parenti, perché a loro ho dato tanto. Mi basta solo che vengano un po’ di più, qui a trovarmi.
Ma non ha la compagnia della signora vicina che conosce da piccola,che l’accudisce?
Ma quale! Io sono ancora autosufficiente, mi vesto, mi svesto, cammino lentamente, ma cammino e poi…
E poi?
La mia testa funziona ancora, anche molto bene, ma sa si diventa tristi, tanto tristi a questa età, anche se devo ammettere che ho vissuto una vita non solo piena di lavoro, ma d’emozioni, con viaggi fatti anche fuori Italia, e tante altre cose. Ecco, pensi che ho visto morire a distanza di pochi giorni i miei genitori, che per il loro grande amore volevano morire insieme e sono stati accontentati. E ancora ho vissuto giorni di grande paura quando, quasi alla fine di questa ultima guerra, avvenivano rastrellamenti di militari tedeschi e alcune persone aiutarono me e altre donne tenendoci nascoste in un vagone bestiame. Furono giorni terribili. Ma oggi vorrei vicino quelli a cui ho sempre fatto del bene, che vengano a visitarmi più spesso.
È sicura che non viene pensata, poco visitata? Ultimamente per il suo compleanno da centenaria le hanno fatto una gran festa alla sua parrocchia (Bosco Minniti,ndr) organizzata da suo nipote, da padre Carlo e la comunità parrocchiale, da tutti i suoi parenti e tante persone che la stimano e tanti sono stati i regali. In quell’occasione tutti l’hanno vista contenta, davanti a tanti flash non era per niente infastidita.
“Forse sono io che pretendo di più, che vivo dei momenti di stanchezza e mi sento che niente cambia, tutto rimane come prima ed è questo che a me non piace. “
La chiacchierata è finita, lasciamo la signorina Serafina che, con dignità, si vuole alzare dalla sedia per offrire garbatamente la mano sorridendo. Dice: “Quando uscirà l’intervista fatemelo sapere, così vado a farmi comprare il vostro giornale.”

Commenti recenti