Sono costretti a indebitarsi per mantenere il livello dei consumi, ma non ci può essere crescita all’infinito per tutti e questo genera squilibri e paradossi non più sopportabili. E’ ancora possibile passare da un’economia basata sulla crescita continua al riequilibrio
La crisi del 2008 ha mostrato che il modello di economia espansiva non poteva più reggersi, inducendo le nazioni ad indebitarsi per mantenere il livello dei consumi e dei beni. Tutti i governi hanno dovuto affrontare le difficoltà con misure d’emergenza, assunte nella falsa convinzione che bastava bloccare le falle perché la nave riprendesse il largo, come se si fosse di fronte a una normale crisi congiunturale, cui far fronte con interventi tampone, senza voler riconoscere che è entrato in crisi proprio il modello di sistema economico; è entrato in crisi quell’equilibrio fra risorse, produzione e consumi per cui, come nelle corse dei cani, si insegue ancora la lepre di pezza.
Le Nazioni non hanno fatto altro che gettarsi fra le braccia dei mercati finanziari e nell’indebitamento, ignorando colpevolmente che i mercati finanziari non sono né giusti né neutrali e hanno interessi opposti a quelli degli Stati, in quanto traggono maggior beneficio e concorrono quindi a creare instabilità che consente alla speculazione di realizzare enormi extra-profitti che derivano dalla rendita parassitaria alimentata dall’indebitamento.
Ciò che costituisce un fattore di rischio per l’economia reale, l’instabilità, è per i mercati finanziari il terreno più fertile per guadagni speculativi, inclusi quelli della criminalità organizzata che, grazie alle enormi quantità di denaro disponibile, trovano nei mercati finanziari lo strumento più efficace per impiegarli. Non è passata l’idea di imporre ai mercati finanziari quelle regole e quei vincoli che finora non hanno avuto, a cominciare dall’istituzione della tassa sulle transazioni finanziarie, la Tobin Tax che, con appena l’1% del valore tassato, determinerebbe, nella sola Europa, un gettito di oltre 4.000 miliardi di euro l’anno.
Nonostante tutto avanza in Europa la consapevolezza che serve ristabilire una corrispondenza, un nuovo equilibrio fra le condizioni di vita e l’economia che le sostiene, essendo di tutta evidenza che non ci può essere crescita all’infinito per tutti e che questo genera squilibri e paradossi non più sopportabili. Come quello, per citare un esempio, che vede buttare, ogni anno, in Italia molte tonnellate di cibo che potrebbero nutrire tantissime persone mentre i nostri produttori agricoli lamentano una crisi senza precedenti. Paradosso, fra infiniti altri, di un modello economico che non è più all’altezza dei bisogni dell’umanità.
È qui che si presenta l’occasione storica per promuovere un’organizzazione economica più razionale ed equa, più ordinata e compatibile, abbandonando l’acritico inseguimento di una “crescita” basata sull’espansione dei consumi, ormai impossibile oltre che insostenibile. Forse è mancato finora il coraggio di pronunciare scelte alternative chiare e radicali ma che l’acuirsi della crisi potrebbe rendere inevitabile.
La Terza via, cioè quella dell’economia della sostenibilità dovrebbe cambiare (e in effetti già in alcune realtà vi è il cambiamento) i rapporti economici, il sistema delle transazioni, ma anche la politica. C’è un nuovo atteggiamento mentale ed una nuova visione che riguarda lo scontro tra il modello autoritario e centralizzato e quello distribuito e collaborativo. La tematica delle risorse limitate del pianeta e del riutilizzo (come per esempio per i rifiuti dove già in molte comunità è una pratica che raggiunge percentuali elevate) o il passaggio verso il risparmio energetico e le energie rinnovabili sta ridefinendo la nozione delle relazioni lungo nuove linee. La visione coloniale della natura, come nemico da saccheggiare e schiavizzare, sta per essere sostituita in parte in alcune zone con una nuova visione della natura come comunità condivisa da proteggere. Il valore utilitaristico della natura sta facendo spazio al suo valore intrinseco. Questo è il significato profondo di un futuro sostenibile. Anche il nostro senso della relazione e la responsabilità verso gli altri esseri umani stanno cominciando a cambiare.
La vera libertà non sta nell’essere slegato dagli altri, ma in profonda partecipazione con essi, ma oggi ci troviamo combattere su due fronti. Da un lato la crisi minaccia la crescita che è considerata, oggi, l´irrinunciabile sostegno dell´economia. Dall´altro, la crescita minaccia la sopravvivenza, che si basa sui grandi equilibri ecologici e il fatto è che la drammaticità della minaccia ecologica sta proprio nella sua imminenza e che non c´è compatibilità tra equilibrio ecologico e crescita; mentre, invece, si può rendere compatibile l´equilibrio ecologico con l´equilibrio economico.
L’economia può prosperare con un’economia non distruttiva, ma ciò richiede però un radicale mutamento di paradigma: il passaggio da una economia di crescita a una economia di equilibrio ma che non significa staticità. Come ha affermato Giorgio Ruffolo: <”Un lago con immissari ed emissari è un sistema bilanciato, aperto e dinamico, non uno stagno; mentre, d´altra parte, un lago provvisto solo d’immissari non può evitare l´inondazione. In altri termini, la crescita continua, senza fine, oltre che insostenibile, è anche illogica, impossibile ed insensata”. Solo in tale condizione di “equilibrio dinamico” (e, come ha affermato l’economista italiano, non è un ossimoro) vi può essere un’economia della sostenibilità più duratura e più efficiente, la strada maestra che può risolvere la grande questione ambientale e sociale.
*Consigl. nazionale dei Verdi

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