Palazzolo Acreide è ormai un polo attrattivo senza politiche turistiche

Mai messa in pratica l’attivazione del piano di sviluppo dei siti UNESCO. Ci si augura che il museo archeologico non finisca come la Chiesa Madre e il Castello Medievale, che da scenari per ogni tipo di manifestazione sono diventati “solo una chiesa” e “solo quattro pietre”

Finalmente, dopo 50 anni, Palazzolo ha assistito all’apertura del suo museo archeologico regionale, con il “ritorno a casa” della collezione Iudica, presso Palazzo Cappellani, in via Gaetano Italia.

Un museo è e deve essere un luogo di cultura, in cui, dopo la suggestione trasmessaci dal luogo, impariamo didatticamente quali sono state le vicende e i fatti storici. Dalla storia politica a quella culturale fino al particolare di una cittadina. Il museo deve essere visto come un servizio pubblico essenziale, intrinsecamente legato alla cultura.

Tra i più entusiasti dell’evento, il sindaco, dott. Carlo Scibetta, che ha ricordato come la scelta di Palazzo Cappellani, quale sede del museo, fosse già maturata nel 1972, quando, con l’allora sindaco on. Giovanni Nigro, l’immobile venne espropriato e acquisito dalla Regione. Due gli interventi: il primo, con la legge 1999, per la restaurazione in seguito ai danni del sisma del 1990, e successivamente l’accesso ai fondi europei per realizzare le vetrine dell’installazione. Egli vede nell’apertura del museo un passo importante quasi come fu quello dell’inserimento di Palazzolo nella lista dei siti UNESCO, perché “darà sollecitazione culturale”.

L’archeologa che ha curato l’istallazione è la dott.ssa Laura Carracchia, che in un solo mese è riuscita, con forza e caparbietà, come lei stessa ha detto, in ciò che in 50 anni nessuno era riuscito a fare, forse perché palazzolese.

Al piano terra del palazzo sono stati collocati i reperti preistorici, al primo piano quelli della fase storica, con elementi che dalla fondazione giungono fino ai Romani, all’età Ellenistica, Protocristiana e Cristiana. Perché ogni fase è ben rappresentata, anche se con pochi oggetti. Mancano ancora il medagliere e la sezione epigrafica, con l’unica eccezione dell’epigrafe in cui viene ricordata la fondazione della città di Àkrai (663 a.C.) e il suo primo assetto topografico. Il Museo Archeologico Regionale “Gabriele Judica” dovrebbe, quindi, essere un altro polo attrattivo, insieme al parco archeologico e all’altro Museo Regionale, la Casa Museo di Antonino Uccello. Ben tre strutture regionali, che rappresentano quasi un unicum in terra sicula.

Alcune considerazioni sono, però, da fare. È strano, ascoltando le parole del sindaco, pensare che l’apertura di un museo incrementi qualcosa che, di fatto, non è mai stato messo in pratica, cioè l’attivazione del piano di sviluppo dei siti UNESCO. La totale assenza dell’interesse politico locale porta oggi a non avere quei servizi turistici di base, fonte di attrazione per il viaggiatore, che, a Palazzolo, è denominabile “mordi&fuggi”; dal semplice negozio di souvenir all’organizzazione di eventi culturali ponderati, di livello e organizzati nel tempo, o al semplice sfruttamento di quelli già esistenti. Si pensi, tra tutti, al Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani, tanto vantato dal nostro sindaco. Ma chi li vede questi giovani? Trasportati su bus privati arrivano al Parco di Akrai, recitano, spesso alle sole pietre, si rimettono sullo stesso bus e tornano a Siracusa, in albergo. Palazzolo non viene neanche visitata.

Come lo stesso Assessore Regionale al Turismo, il dott. Antonio Purpura, ha ricordato il giorno dell’inaugurazione: “La presenza del riconoscimento UNESCO deve essere un brand, specie nella concessione dei fondi regionali. Inoltre, il turismo non si fa con le sagre di paese, ma sono necessari eventi di più alto respiro, perché se il turismo riparte, riparte tutto.”

Siamo poi certi che il museo avrà risorse per vivere? La fase della “spending review” e i tremendi tagli delle ultime politiche finanziarie, di fatto, lasciano intendere, senza troppi misteri, che l’Italia non è un Paese in cui vivere di cultura. Si potrebbe prendere ad esempio il modello europeo di museo, in cui, oltre alla visita delle sale museali, sono disponibili una diversa gamma di servizi, dal semplice bar, alle librerie e luogo di intrattenimento; una valida alternativa al centro commerciale.

Attualmente il museo è privo di indicazioni stradali. Inoltre, l’annunciata apertura quotidiana esclude il fine settimana, con aperture parziali di mezza giornata. Cosa assurda pensando che, di solito, i week-end sono quelli in cui i piccoli o i medi gruppi si spostano, spesso mossi dalle belle giornate, poi rovinate dall’incapacità gestionale. Sbagliando la fascia oraria, infatti, si rischia di tornare a casa senza aver visto niente.

Sicuramente Paolo Orsi, oggi, vedendo in che condizioni è l’area archeologica; in che modo è stata barbarizzata e cementificata — operazione, tra l’altro, che sembra continuare e perpetuare, nonostante il sollevamento del problema al Consiglio Comunale e alla Soprintendenza di Siracusa — avrebbe parole di ammonimento.

Ci si augura, inoltre, che anche le università siciliane si interessino al Museo e, soprattutto al sito archeologico, che oggi, di fatto, è indagato dalla sola missione archeologica polacca, in collaborazione con l’associazione culturale regionale SiciliAntica.

Non vorremmo, infine, che passato l’entusiasmo del primo periodo anche questa struttura finisca nel dimenticatoio tra qualche anno, così come è stato per la riapertura della Chiesa Madre e, prima, del Castello Medievale, che da scenari per ogni tipo di manifestazione sono diventati “solo una chiesa” e “solo quattro pietre”.

 

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