L’Italia descritta dal 48° Rapporto Censis. Il nero, il sommerso, l’evasione e l’elusione fiscale si rafforzano. I giovani sono oramai solo il 19,5% degli occupati e chi di essi lavora lo fa con salari bassissimi. Ai primi posti sul valore delle raccomandazioni per trovare un’occupazione
Una società stremata da sei anni di crisi e che ormai si aspetta solo il peggio. Le famiglie che si barricano dietro un risparmio che cresce nonostante il crollo dei redditi, ma che non si traduce né in consumi né in investimenti, un capitale umano che vorrebbe essere energia lavorativa ma che rimane al palo, un patrimonio culturale ingente ma che non produce valore perché è mal gestito o non è gestito affatto.
E’ sempre più l’Italia dei social network, utilizzati dal 49% della popolazione e dall’80% degli under 29, ma anche della solitudine segnata dalla diffidenza: solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia e il 79,6% è convinto che bisogna stare molto attenti. E infatti, domina la paura: il 60% degli italiani ritiene che a chiunque possa capitare di finire in povertà; ciò non solo per le famiglie ma anche per le imprese che non investono più: nel 2013 gli investimenti hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi 13 anni.
Rimane la solitudine del singolo, che non sa dove andare. Si è liquefatto il sistema: stiamo diventando non tanto una società liquida o molecolare ma una società profondamente asistemica che si deteriora di giorno in giorno: “Il rischio è che l’attuale situazione si trasformi in attendismo e porti al cinismo, alla solitudine e allo sfilacciamento dei legami comunitari”. Da qui un appello alla politica, perché si immedesimi nuovamente nello Stato e recuperi la reputazione persa.
La Politica, infatti, è necessaria ed è l’unico strumento per gestire una società democratica, altro che appelli al disimpegno e allo sfascio: riprendersi la politica come strumento di guida e di costruzione del futuro. Gli atteggiamenti rinunciatari rispetto all’assunzione delle responsabilità portano solo al peggioramento del vivere civile: riflettano i neofiti della politica e i contestatori “globali”.E’ singolare che in un Paese in recessione per la terza volta in sei anni i contanti e i depositi bancari aumentino, si registra infatti un aumento del 4,9% tra il 2007 e il 2013. Il 44,6% delle famiglie destina il proprio risparmio alla copertura di possibili imprevisti. In più, il contante è anche lo strumento preferito. Il nero, il sommerso, l’evasione e l’elusione fiscale si rafforzano: è l’atteggiamento che il Censis chiama “l’immersione difensiva degli italiani”. I giovani sono oramai solo il 19,5% degli occupati e chi di essi lavora lo fa con salari bassissimi: di 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre la metà ricevono un aiuto economico dai genitori.
L’Italia non spreca solo le sue energie umane migliori, ma anche un patrimonio culturale che pone il nostro Paese al primo posto nella graduatoria dei siti Unesco. Se ne occupano infatti solo 304.000 lavoratori, l’1,3% del totale, la metà di quelli del Regno Unito e della Germania e molto meno dei 409.000 della Spagna; i risultati in termini economici sono evidenti: nel 2013 il settore della cultura produceva un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro, contro i 35 miliardi di euro della Germania e i 27 della Francia.
Non c’è da stupirsi di come, in una società così spaventata, impoverita e ripiegata su se stessa, gli italiani siano particolarmente cinici nel rispondere alla domanda su quali siano i fattori più importanti per riuscire nella vita. L’intelligenza raccoglie solo il 7% delle risposte (il valore più basso nell’Unione Europea); all’istruzione va meglio perché viene indicata dal 51% dei nostri connazionali contro però l’82% dei tedeschi e il 63% della media europea, mentre il lavoro duro vale solo per il 46% degli intervistati contro il 74% del Regno Unito. Superiamo gli altri Paesi quando si arriva alle “conoscenze giuste”, alla provenienza da una famiglia benestante.
Pur nondimeno, in questo panorama desolante, il Censis ha raccolto alcuni dati che testimoniano la persistenza di un certo fascino del “modello Italia” all’estero. Siamo la quinta destinazione turistica al mondo con un aumento del 6,8% rispetto al 2012. L’export del Made in Italy è aumentato del 30,1% tra il 2009 e il 2013.
Interessante, nel rapporto, è il dato sull’uso del cellulare, ormai principale mezzo di accesso a Internet per gli italiani: in un giorno medio si collegano al web con il portatile 7,4 milioni di persone, molte di più dei 5,3 milioni che vi accedono solo dal personal computer e un po’ di più di quelle che lo fanno utilizzando entrambi gli strumenti, 7,2 milioni.
Quello che gli italiani cercano in Rete sono soprattutto i social network: gli utenti di Facebook tra i 36 e i 45 anni sono aumentati del 153% tra il 2009 e il 2014 mentre sono l’80% dei giovani tra i 14 ai 29 anni. Circa 2 ore delle 4,7 trascorse sul web in media dagli italiani sono dedicate proprio ai social network.
Potrebbe sembrare un utilizzo narcisistico, e infatti il Rapporto Censis traccia un parallelo tra il fenomeno dei selfie e la crescente solitudine degli italiani: ognuno passa in media, completamente da solo, più di 5 ore al giorno. Il problema è che la scuola non aiuta i giovani a utilizzare in modo migliore e più completo Internet eppure, più in generale, l’Italia sta accumulando ritardi sul fronte della modernità delle infrastrutture rispetto al resto dell’Europa. Ma l’Italia è indietro anche sulla presenza del pc nelle famiglie: solo alcune aree del Paese si avvicinano ai valori europei secondo i quali il 19% dei cittadini tra i 16 e i 74 anni non ha mai usato il computer.
Stenta ancora anche la scuola digitale. Su 100 studenti italiani iscritti all’ultimo anno di scuola superiore di primo grado, solo 8,3 dispongono di un personal computer, contro i 21,1 della media europea. Il 17,9% dei loro colleghi del terzo anno di scuola superiore frequentano istituti privi di connessione alla banda larga, contro il 3,7% della media europea. Frequentano scuole dotate di ambienti di apprendimento virtuale solo il 19% degli studenti in uscita dalla scuola media di primo grado e il 33% degli iscritti al terzo anno della secondaria, contro rispettivamente il 58% e il 61% delle medie europee.
Le scuole non hanno i finanziamenti e non hanno gli spazi, ma spesso non fanno abbastanza per integrare la multimedialità nella didattica ordinaria: l’uso di materiale didattico digitale si riscontra solo nel 18,1% degli istituti, eppure l’interesse degli insegnanti è alto, il’78,4% le conosce o comunque le ha sperimentate.
In questo quadro desolante, però, emergono piccole luci all’orizzonte: gli ultimi dati sugli occupati cominciano a crescere sia pure lentamente. Che sia arrivato il momento della svolta? Lo speriamo tutti; in primo luogo ci spera il Governo che con determinazione ha imposto alcune svolte importanti sul mercato del lavoro e nella gestione dei processi civili. Sull’esito, in termini di nuova occupazione e di sviluppo, si giocherà il futuro del governo Renzi, comunque lo si giudichi.

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