L’IAS è stato il maggior produttore di rifiuti industriali del polo petrolchimico

Riproponiamo articolo e intervista da noi pubblicati nel 2008 su un problema gravissimo del territorio. 60mila tonnellate l’anno i fanghi affluiti nelle vasche del depuratore

Con soddisfazione, quasi si trattasse della “madre di tutte le bonifiche”, si è plaudito all’approvazione del bando di gara europeo per il servizio di “prelievo, raccolta, trasporto e smaltimento, oltre che recupero e riutilizzo” dei fanghi prodotti dall’impianto di depurazione biologico consortile Ias di Priolo. 257mila tonnellate di fanghi che, stoccati dall’83 “provvisoriamente” nei bacini A e B dell’impianto, attendono di essere “smaltiti” dal ‘91, da quando cioè le vasche-discarica si sono colmate. Un appalto da 64 milioni di euro alla ricerca di un sito autorizzato, in grado di accogliere quanto viene ritenuto dalla magistratura siracusana “pericoloso per la salute umana” e dagli osservatori un business, anzi il business, la ragione stessa, se si vuole, dell’esistenza della società consortile.

Una questione annosa, questa dello smaltimento dei fanghi residuati dal processo di depurazione, che ha sempre avuto connotati di grave emergenza per quello che potrebbe considerarsi un vizio d’origine dell’impianto, realizzato nell’ambito di un progetto dell’ex Cassa per il Mezzogiorno: l’assenza, nella progettazione del depuratore più grande d’Europa per quantità e pericolosità dei reflui lavorati, civili (di Priolo e Melilli) e industriali,di un sistema di smaltimento autonomo e tale da durare nel tempo.

Eppure è la stessa normativa di riferimento a stabilire che lo smaltimento dei rifiuti avvenga nei luoghi di produzione, proprio in considerazione della complessità del trasferimento degli stessi in sedi lontane, dei rischi di natura igienico sanitaria, sempre presenti allorquando ne avviene la movimentazione, e naturalmente dell’esosità dei costi. Nel caso specifico, un difetto nella progettazione a cui non si è posto rimedio neanche nel tempo, nonostante ne fossero chiare da subito le conseguenze e nonostante avrebbe dovuto essere considerato un problema prioritario da parte delle  imprese dell’area industriale che, in quanto azioniste della società, ne affrontano per intero i costi di gestione. Almeno fino al 2002-2003, cioè fino a quando ha operato a pieno regime anche l’impianto di ossido di propilene, grave causa di sofferenza per il depuratore, la Società Ias è stata infatti, con le sue 60mila tonnellate l’anno di fanghi, il maggior produttore di rifiuti industriali dell’intero polo petrolchimico di Augusta (oggi la media è di 9mila tonnellate trattate e smaltite con cadenza settimanale).

Il problema della gestione dei fanghi è rimasto così nel tempo il nodo gordiano su cui si sono interrogati non solo i tanti Consigli di amministrazione e Presidenti (rigorosamente, per “patto parasociale”, di nomina politica) succedutisi negli anni, ma spesso e volentieri gli uffici giudiziari, chiamati a intervenire su un’amministrazione della società e un funzionamento del depuratore non sempre immuni da sospetti.

Dal ‘91 il conferimento dei fanghi è stato effettuato in discariche lontane dal depuratore ma ancora in Sicilia; poi, a partire dal 99-2000, si è conferito fuori regione, in Calabria o in Puglia, o si è dovuto ricorrere a espedienti quali la sopraelevazione in uno dei bacini interni, ritenuta poi illecita, o a progetti di riutilizzazione in cementifici.

È del 2003 un’interpellanza parlamentare dell’attuale governatore della Puglia, Niki Vendola, in relazione all’utilizzazione dei fanghi IAS da parte di un’azienda di Misterbianco (Catania), la Guglielmino Group s.r.l., per la produzione di mattoni, sulla scorta di un progetto finanziato dal Ministero dell’Industria con uno stanziamento di un milione di euro. Dubbi venivano sollevati non solo sulla resistenza del materiale ma soprattutto sull’eventuale presenza di sostanze cancerogene, e quindi sulla possibilità di un rischio non immediato, perché i metalli non vengono rilasciati naturalmente nell’aria, ma importante nei tempi medi e lunghi, laddove crepe e sbriciolamenti avrebbero potuto avere ”conseguenze drammatiche”.

In realtà è proprio sulla pericolosità di tali fanghi che i fili si intrecciano e le cose si ingarbugliano, soprattutto perché i costi di smaltimento sono direttamente collegati alla loro classificazione.

Per oltre due decenni i fanghi Ias sono stati classificati dalla normativa, quella dell’82 (DPR 915), come “rifiuti speciali non tossici e nocivi” e del successivo DPR 22/97 come “non pericolosi”. 

Anche a seguito di alcune indagini della magistratura, intervenuta a bloccare le operazioni di smaltimento dal bacino B,  le analisi volute dalla stessa Ias ed effettuate dalla società CEFIT di Avola, sottoposte all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), riverificate dallo stesso Istituto, avevano decretato un giudizio finale di “non pericolosità”. Di qui il via libero del Ministero all’Ambiente a riprendere lo svuotamento della vasca. Ancora una volta però l’intervento della Procura,  con avvisi di garanzia sia all’Ias che all’ISS, aveva impedito il processo.

Sarà la successiva consulenza del professore Fragalà, nominato dal GIP a seguito di incidente probatorio richiesto dall’Ias, a pervenire a una classificazione “cautelativa” di rifiuti pericolosi, in netta divergenza con il Ministero dell’Ambiente e con una discutibile acquiescenza al “verdetto” da parte della Società Siracusana.

In termini monetari il costo di smaltimento per tonnellata passa così dai 110 ai 350 euro, anche perché l’unica discarica in Italia, idonea a ricevere rifiuti “tendenzialmente o prudenzialmente” classificati come pericolosi, risulta ormai esaurita e non ci si può che rivolgere all’Austria o alla Germania (qui attualmente si conferiscono i fanghi a un costo di circa 2milioni di euro).

La stima di spesa per lo smaltimento dei fanghi dal 91 a oggi è quindi esorbitante, centinaia di miliardi, e prima di realizzare il programma di un sistema che a monte consenta di individuare il residuato pericoloso da quello non pericoloso, così come prospettato dall’attuale presidente Raiti, il percorso appare in verità assai lungo e impervio.

Problema delle industrie si potrebbe obiettare, degli imprenditori privati: loro dovere intervenire nella salvaguardia dell’ambiente, nel far fronte ai guasti da essi stessi determinati. Ma proprio le scelte di multinazionali strapotenti, quasi rassegnate a un’emorragia inarrestabile delle proprie risorse, aprono a domande che meriterebbero un’approfondita riflessione. 

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