Intervista al parroco della Chiesa Madre che ogni mese fa la conta dei morti per cancro con nomi e cognomi. “Ai deputati chiederò un impegno per lanciare la proposta di una legge speciale”. “La politica delle grosse multinazionali è di spremere fino all’osso un territorio per poi abbandonarlo”
Con don Palmiro Prisutto, da oltre un quarto di secolo impegnato nelle battaglie in difesa dell’ambiente e della salute e da poco più di un anno parroco della Chiesa Madre e capo della chiesa augustana, ci incontriamo il pomeriggio di domenica nella sua oasi preferita, l’eremo dell’Adonai, di cui è rettore e che cura eseguendo personalmente anche i lavori manuali più faticosi. Seduti su una panchina nel terrazzo con alle spalle il mare di Brucoli e sullo sfondo l’Etna, parliamo del suo impegno e delle prospettive di questo territorio, che con la lettura della lunga lista dei morti di cancro nella messa serale del ventotto di ogni mese, che ripete ormai da dieci mesi, ha riportato all’attenzione dei media nazionali.
Gli chiedo quale sia l’obiettivo della sua battaglia.
“Voglio che sia possibile continuare ad abitare Augusta, e perché questo si realizzi è necessario che qualcuno cambi registro, perché continuando così la nostra è una città destinata a morire. Ricordo bene un episodio che abbiamo immortalato nel film ‘La baia dei lupi’, quando accompagnai i miei alunni a Megara Iblea, dissi loro: “C’è il rischio che quello che stiamo vedendo oggi non sia il nostro passato ma il nostro futuro; se le cose continueranno così, questa è la fine che farà Augusta. Resteranno solo i ruderi della città, come del resto è già avvenuto per Marina di Melilli”.
Hai citato ‘La baia dei lupi’, il film in cui racconti anche di aver risposto a uno dei tuoi alunni che ti chiedeva un messaggio di speranza verso il futuro che ‘la speranza è andare via da Augusta’. Oggi risponderesti ancora allo stesso modo?
Nelle condizioni attuali sì!
Cosa dovrebbe succedere per farti cambiare idea e restituire un po’ di ottimismo e la speranza necessari per continuare a vivere con serenità in questo territorio?
I livelli più alti delle istituzioni dovrebberocapire che anche i cittadini di Augusta sono essere umani e come tali vanno rispettati e che il profitto non può prevalere sulle ragioni dell’etica. Se andiamo a 1.500 chilometri di distanza o meglio a 3.000, se ci spostiamo cioè in Austria, Svizzera, Germania, Olanda, la convivenza tra industria e territorio è possibile. Perché qui non può essere lo stesso?
Quindi l’obiettivo della tua battaglia non è far chiudere le industrie?
Mai avuta l’idea di far chiudere le industrie. L’obiettivo è piuttosto quello di costringerle ad adeguarsi alle migliori tecnologie disponibili, ad attuare il miglioramento continuo nei riguardi del rispetto del territorio e della salute dei lavoratori e dei cittadini, senza condizionarlo al raggiungimento del profitto ad ogni costo.
Qualcuno però teme che la tua battaglia possa essere strumentalizzata da qualche gruppo industriale, pensiamo alla vicenda Eni ad esempio, per giustificare l’abbandono delle produzioni che provocherebbe rilevanti conseguenze sul piano occupazionale.
Partiamo da un dato certo: l’errore storico sta nel fatto che il porto di Augusta non poteva ospitare una zona industriale così estesa. Chi vende una raffineria in Texas non lo fa perché non produce profitto, ma probabilmente perché ha capito qualcos’altro. La politica che stanno seguendo le grosse multinazionali è quella di spremere fino all’osso un territorio per poi abbandonarlo. Magari con la scusa che sono stati gli ambientalisti a provocare la chiusura degli impianti, ma non è vero, perché è semplicemente una questione di profitto.
Qui la produzione costa, ma se si va ad investire in qualche altra parte, nel terzo mondo o nell’est dell’Europa, grazie alle agevolazioni dello Stato e alla povertà della gente si produce a prezzi più bassi. Trasporto qui il prodotto finito e da qui lo rivendo; troppo comodo, cosa significa questo? Intanto la mancanza di lungimiranza della nostra classe politica nel non diversificare le produzioni. Non si può basare tutto su un unico settore, perché se quel settore va in crisi, va in crisi l’indotto e tutto il territorio di riferimento. Qui è stato basato tutto sul chimico e sul petrolifero. Non c’è turismo, né manifatturiero.
Fino a quando continuerai a leggere la sempre più lunga lista dei morti per cancro?
Fino a quando non si avrà una forte presa di posizione da parte delle istituzioni, che riconosca che Augusta si trova in una condizione eccezionale da tanti punti di vista, attualmente tutti in negativo. Vogliamo aiutare questa città a risollevarsi?Cominciamo dalla questione sanitaria. Non si può continuare a morire di cancro perché lo scopriamo dopo due anni che lo abbiamo già.
Nel ’90, quando il territorio di Augusta – Priolo – Melilli fu dichiarato area a rischio, si prevedevano screening sulla popolazione, indagini epidemiologiche. Da allora non è stato fatto praticamente nulla di tutto questo. Perché avviare il reparto di oncologia con soli quattro posti letto quando l’esigenza è avere un polo oncologico di eccellenza? È necessario un investimento immediato. Bisogna salvare la gente che qui vive! Non si possono aspettare due anni per un’indagine diagnostica. Aspettare due anni per una mammografia o una colonscopia equivale spesso ad una condanna a morte. Bisogna investire per rendere possibili indagini immediate per cogliere il cancro allo stato iniziale, quando spesso è ancora guaribile.
Continui a chiedere con insistenza la presenza ad Augusta del Presidente della Repubblica.
Ho già scritto a Napolitano che ha ancora una possibilità: parlare agli italiani della strage silenziosa di Augusta nel prossimo discorso di fine anno.
Cosa chiederesti al Presidente della Repubblica se davvero venisse ad Augusta?
Di adoperarsi per convocare qui una riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri per decidere, con il contributo della popolazione che ci vive, cosa fare per salvare questa città. Troppi progetti sono stati decisi altrove e a noi è toccato poi combatterli, come per il termovalorizzatore e il rigassificatore; decisioni prese tutte lontano dal nostro territorio che ha dovuto subirle o combatterle. Ora il rischio è che, con l’entrata in vigore del decreto sblocca Italia, alcune battaglie vinte si debbano ricombattere.
Si ha però la sensazione che si stia aprendo un altro conflitto all’interno della comunità cittadina, come se ci fosse una parte di questa città che vive di industria e una parte che invece ne muore, quando invece tutti, in un modo o nell’altro, ne viviamo e tutti ne moriamo.
La radicalizzazione di questo conflitto c’era già quando, anni fa, perfino un bambino ti diceva che è meglio morire di cancro che di fame. Significa che ti sei totalmente asservito alle logiche delle lobbies. Era pressoché impossibile trovare una famiglia con un malato di cancro, o un bambino nato malformato, disposta a denunciare la propria condizione. La paura di ritorsioni sul piano lavorativo ha reso per un lungo periodo i morti di cancro e i bambini malformati quasi dei fantasmi.
L’idea della messa del ventotto di ogni mese ha contribuito ad abbattere quel muro di omertà. Non si parla più genericamente di morti di cancro. Ora hanno un nome, un volto e una storia da raccontare. I settecentocinque nomi raccolti finora sono solo la punta dell’iceberg.
Non possiamo accettare il ricatto occupazionale ma neanche la logica della monetizzazione del rischio, che è ancora più subdola. Mentre il ricatto è fatto di vigliaccheria, o questo o questo, monetizzazione significa io ti compro e tu sai a cosa vai incontro; c’è consapevolezza delle conseguenze.
Quindi non chiedi un risarcimento economico.
A livello europeo si è ormai affermato il principio che chi inquina paga. Perché altrove vale e qui ancora non è stato preso neanche in considerazione? Bisogna partire dall’accertamento dei reali limiti della convivenza tra industrie e popolazione residente. Le Aia non si possono rilasciare senza la presenza dei rappresentanti dei territori, cosa che di recente succede troppo spesso. È necessaria una moratoria su tutti gli impianti che hanno un impatto, anche potenziale, sull’ambiente e la salute dei cittadini.
È il Governo che deve farsi garante dell’avvio di una nuova fase, senza ridurlo a una questione economica, con un intervento straordinario che investa nel risanamento di questo territorio. Non solo le aziende, ma anche lo Stato ha lucrato profitto dalla zona industriale, con tasse e accise. Ci restituiscano parte di queste. Sarebbe un minimo ritorno del tanto che questa città ha dato.
Intanto si cominci con lo spendere i soldi delle bonifiche. Inoltre si deve intervenire con decisione per la tutela della salute attraverso misure sanitarie di prevenzione, e la realizzazione di una rete di monitoraggio di tutti gli agenti inquinanti che sia accessibile in tempo reale da parte dei cittadini.
La Regione deve farsi carico della questione sanitaria. Le esigenze sanitarie dei cittadini che vivono in questo territorio richiedono un’attenzione speciale. Non si può rispondere a queste esigenze ridimensionando i reparti dell’ospedale Muscatello o addirittura ipotizzandone la chiusura. Chiudere l’Unità di Pediatria, dopo il punto nascita, come prevede il nuovo piano regionale della rete ospedaliera, sarebbe l’ennesimo atto di disprezzo verso questa città, la rinuncia a comprendere le reali dimensioni dell’emergenza Augusta.
Quello che hai messo assieme sembra lo schema di una vera e propria legge speciale per questo territorio.
Perché no? È necessario convocare una sorta di stati generali del territorio, con la partecipazione dei rappresentanti istituzionali, delle industrie, delle parti sociali e dell’associazionismo. Ma ci vuole l’impegno diretto dei Ministri dell’ambiente, dello Sviluppo economico e della Salute e della Regione. E bisogna ridare voce ai cittadini che sono la prima istituzione. La chiesa locale potrebbe farsi promotrice e garante morale dell’avvio di una nuova fase. Alla deputazione provinciale chiederò un impegno diretto per lanciare la proposta di una legge speciale.
Intanto come usciamo da questa fase nichilista in cui sembra avvolgersi la società locale?
È auspicabile il superamento del conflitto tra ambiente e salute da una parte, e occupazione dall’altra. Bisogna riaprire il dialogo tra le parti in campo, cominciando però da una esplicita assunzione di responsabilità.
Proprio stamattina, nell’omelia, hai parlato della gioia della fede, mentre qualcuno ti accusa invece di offrire l’immagine di una chiesa che parla troppo di morte e poco di speranza.
Si stava toccando il fondo nella rassegnazione più totale, ci voleva una strigliata. Io non parlo di morte. Grido forte il mio appello alla vita contro un massacro contro il quale nessuno alza la voce. Abbiamo già scosso le coscienze, è un primo passo avanti, ma dobbiamo farne ancora di più importanti per recuperare pienamente la gioia e la serenità di vivere in questo territorio, con un sorriso e una speranza in più. Anche questo fa parte della missione di un sacerdote. Per questo continuerò a battermi con tutte le mie forze.

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