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Ciane, le associazioni stroncano la relazione del Libero Consorzio: “Solo difese d’ufficio”

Tra algoritmi e incarichi su carta, il Libero Consorzio elude il crollo degli argini e la morte del papiro. La replica delle associazioni all’intervento del Presidente Libero Consorzio nella seduta al Consiglio Comunale di Siracusa.

di Giuseppe Ansaldi e Carmelo Iapichino

(Legambiente, Comitato Parchi, LIPU e Italia Nostra)

La seduta aperta del Consiglio Comunale di Siracusa avrebbe dovuto segnare un momento di verità e l’inizio di una decisa inversione di rotta per la Riserva Naturale Orientata “Fiume Ciane e Saline di Siracusa”. Purtroppo, la memoria scritta depositata dal Presidente del Libero Consorzio Comunale (LCC), Michelangelo Giansiracusa, ha confermato il peggiore dei timori: di fronte a un ecosistema al collasso, l’Ente gestore sceglie la via di una rigida difesa d’ufficio, infarcita di proclami tecnologici e giustificazioni contabili, eludendo sistematicamente le domande più scottanti.

La ferita più grave e visibile continua a essere trattata con disarmante sufficienza: l’erosione marina che sta cancellando le antiche Saline. L’erosione marina, negli ultimi anni, ha abbattuto gli argini residui ed è avanzato di oltre settanta metri all’interno delle vasche, distruggendo la zonazione idraulica e parte delle vasche salanti. Lo stesso Libero Consorzio ammette nei propri atti che, senza opere di difesa, la costa arretrerà di un intero chilometro. Eppure, di fronte a un’assegnazione straordinaria di 5,5 milioni di euro di fondi europei (PR FESR 2021-2027), non è stato stanziato un solo centesimo per ricostruire la barriera a mare e le relative chiuse!

L’Ente disponeva già di un progetto di massima elaborato sei anni fa per la difesa costiera: anziché aggiornarlo e trasformarlo in un cantiere operativo, si è preferito destinare oltre 276 mila euro a incarichi per la progettazione, senza alcuna garanzia di copertura per realizzare le opere. Si continua a teorizzare sulla carta mentre la riserva annega.

Altrettanto grave è la metamorfosi subita dallo stesso finanziamento comunitario. Dopo la bocciatura della proposta iniziale da parte della Regione per l’assenza del Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica prescritto dalla legge, l’Ente ha operato un discutibile maquillage contabile: la quota riservata ai lavori fisici è stata compressa ad appena il 18,5% (€ 719.000), mentre la voce “servizi e forniture” è lievitata all’81,5%. Un contenitore frammentato, piegato a input esterni estranei alle priorità del sito, nel quale spiccano 1,5 milioni di euro per un incubatoio ittico nell’ex centrale Mezzabotte: una struttura che avrebbe dovuto accogliere un moderno polo museale, laboratori per le scuole e un centro visite all’altezza della storia di Siracusa.

In questo quadro, l’annuncio del Presidente di voler richiedere un parere preventivo all’ANAC appare un tardivo tentativo di mettere le mani avanti: una mossa formalizzata solo dopo che le associazioni hanno depositato un circostanziato esposto alla stessa Autorità Anticorruzione e alla Corte dei Conti per denunciare lo spezzettamento degli incarichi professionali e l’anomala procedura adottata.

Non meno allarmante è la ricostruzione fornita dall’Ente sul disastroso rogo del 30 agosto scorso. Sostenere che la Zona A sia una “riserva integrale” dove qualunque taglio della vegetazione costituirebbe reato svela una confusione normativa imperdonabile. Il Ciane non è una riserva integrale, ma una Riserva Naturale Orientata (L.R. 98/1981). La dicitura stessa impone la gestione attiva dell’uomo: il canneto senescente e la biomassa subacquea vanno diradati con sfalci selettivi per consentire il deflusso idraulico e far respirare i rizomi del papiro. Un canneto abbandonato a se stesso, oltre a strozzare il corso d’acqua e allagare i campi a monte, si trasforma inevitabilmente in un’enorme polveriera estiva. In tutto il mondo le zone umide si tutelano curandole, non abbandonandole al degrado per poi scaricare la responsabilità sui privati frontisti della Zona B o sull’assenza di vigilanza.

E crolla anche la narrazione rassicurante sulla vigilanza: se davvero sul campo operano costantemente tre addetti e quattro collaboratori tecnici per soli 300 ettari, com’è stato possibile che quel 30 agosto – in piena allerta rossa di protezione civile per caldo estremo e pericolo incendi – non vi fosse alcun presidio preventivo in servizio attivo? Il personale in reperibilità è intervenuto a incendio ormai divampato, confermando che i protocolli appesi alle bacheche non salvano gli habitat.

       

Mentre la presidenza si perde in narrazioni suggestive su server dotati di Intelligenza Artificiale, droni e monitoraggi satellitari, ammette candidamente poche righe dopo di non avere le risorse correnti per togliere la spazzatura dalle banchine, ripristinare i cartelli distrutti o stampare materiale divulgativo, arrivando persino a presentare una normale asfaltatura di bordo strada lungo il Mammaiabica come un traguardo di riqualificazione ecologica.

Dopo oltre quarant’anni di rinvii e occasioni perdute, la gestione di una riserva naturale non può ridursi alla stesura di documenti burocratici o alla difesa d’ufficio dell’indifendibile. Servono competenze idrauliche, visione biologica, inventiva e rispetto profondo per il bene comune. Se il Presidente Giansiracusa vuole dimostrare una discontinuità autentica, rinnovi l’organigramma e la catena di comando tecnico-gestionale della riserva e pretenda immediatamente la rimodulazione dei 5,5 milioni FESR verso la sola direzione irrinunciabile: l’apertura dei cantieri per salvare gli argini a mare e lo sfalcio del fiume. Senza questa determinazione, la politica locale sarà ricordata solo come l’esecutrice passiva della fine del Ciane.

 

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