Elezioni a Siracusa: il rischio della politica senza visione e dei “signori delle preferenze”

Mentre la campagna elettorale entra nel vivo, a Siracusa si avverte una sensazione diffusa, quasi palpabile: quella di una regia occulta che muove i fili da fuori città. È così? E soprattutto, fino a che punto i confini istituzionali dei comuni siracusani sono ancora rispettati, o sono invece già subordinati a logiche di potere sovralocale ‘sapientemente’ orchestrate da personaggi in grado di estendere la propria influenza ben oltre il proprio perimetro di elezione originario?

Piuttosto che discutere di programmazione urbanistica, di transizione ecologica o di sviluppo economico, la politica locale, in particolare quella che ha già in mano le leve di comando, appare impegnata in una strategica gestione dei flussi di potere. Come se le amministrazioni comunali, persa la propria autonomia, non fossero che terminali di un unico centro di comando.

La strategia in campo avrebbe precisi punti di forza. Oltre all’arte di “consigliare” nomine e imporre equilibri di giunta – svuotando l’autonomia dei consigli comunali e dei sindaci ridotti a esecutori di linee decise altrove -, se ne segnalano almeno altri due.

Uno potrebbe essere dato dalle assunzioni nella Pubblica Amministrazione, da sempre forse il principale ammortizzatore sociale, gestite non sulla base delle competenze e del merito quanto piuttosto come strumento di fidelizzazione elettorale e controllo del consenso.

Insieme l’uso frequente (un abuso sistematico?) di strumenti amministrativi quali gli affidamenti diretti sotto soglia che “sembrano” rispondere, più che a reali esigenze di efficienza e rapidità, ad aggirare la concorrenza trasparente e ad alimentare reti di relazioni opache a scapito dell’interesse collettivo.

Se queste “ipotesi” dovessero trovare riscontro nella realtà dei fatti, ci troveremmo di fronte a una mutazione profonda della democrazia locale. Un sistema in cui chi amministra non risponde più ai cittadini che lo hanno votato, ma a chi gestisce i flussi del potere reale dietro le quinte. Con una ulteriore grave ricaduta: l’impossibilità di esprimere una classe dirigente libera, autonoma e orientata esclusivamente al Bene Comune.

Avrebbe ancora senso parlare di competizione democratica se il perimetro delle scelte politiche fosse già tracciato altrove?

La scelta di non affrontare apertamente questi rischi – in particolare da parte delle forze che vorrebbero sostituire le Amministrazioni in essere – è frutto di prudenza, rassegnazione o altro? Andare al voto in queste condizioni significherebbe infatti accettare che il futuro di Siracusa (come di altri comuni) venga deciso non nelle urne sulla base di progetti credibili, ma nelle segrete stanze di una ragnatela di potere trasversale.

Preferire il silenzio (che potrebbe però apparire anche la condivisione di un metodo) significa abbandonare gli elettori, spesso privi degli strumenti necessari a una decisione ponderata e consapevole, non essendo tutti in grado di sapere o di comprendere quanto le istituzioni siano effettivamente libere oppure sotto la cappa di un potere occulto.

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