Mostra Tranchino 2014

Gaetano Tranchino ci ha lasciati: un ricordo

Ci ha lasciati il maestro Gaetano Tranchino.

Le esequie si terranno il 4 settembre 2026 alle ore 16 nella Cattedrale di Siracusa.

“La Civetta di Minerva” porge le proprie condoglianze alla famiglia e agli amici.

Ci è gradito riproporre due articoli dedicati al grande artista: la prima è un’intervista al maestro Tranchino e a Claudio Fayer in occasione della mostra siracusana del 2014, il secondo è un pezzo sulla mostra floridiana del 2017.

 

9 aprile 2014

Prosegue, con grande affluenza di visitatori e consensi della critica, la mostra su Gaetano Tranchino che l’antiquario Claudio Fayer ha inaugurato lo scorso 29 marzo e che resterà aperta fino al 4 maggio.

“La Civetta di Minerva” ha incontrato per i lettori Claudio Fayer e il maestro Tranchino.

Può parlarci dello “stato dell’arte”? Lei, come molti galleristi e antiquari, ha la possibilità di tastare il polso del mercato. Cosa si vende e soprattutto chi acquista arte?

Claudio Fayer: L’arte è amata da molti. Tante persone amano circondarsi di begli oggetti, di mobili, di quadri e sculture. La crisi di cui tanto si parla non ha inciso su questo ma sulla possibilità concreta di acquistare. L’amore per l’arte non è diminuito, ma l’acquisto è appannaggio di chi può permettersi un bisogno che sembra diventato un lusso: la ricerca della bellezza, l’amore per le cose belle, è un qualcosa che è o dovrebbe essere di tutti, ma oggi fasce di persone che prima potevano acquistare adesso si trovano preclusa questa possibilità.

Dopo una certa stasi del mercato, posso dire che inizio a notare una leggera ripresa. Anzi, nonostante si spenda meno per certi settori – abbigliamento e altri –, io constato una ricerca maggiore dell’oggetto bello, che dura per sempre. È un investimento sulla bellezza e sulla qualità, sia per se stessi che per la famiglia. Una ricerca di beni durevoli, sia per quanto riguarda l’arte antica che quella contemporanea: non ha molta importanza focalizzarsi sul che cosa venga acquistato, ma sul fatto che si sia tornati ad apprezzare e ad acquistare mobili e oggetti d’arte di qualità.

La mostra su Gaetano Tranchino rappresenta una delle iniziative della sua Galleria. Può parlarcene?

Claudio Fayer: Ho diviso lo spazio dedicato all’antiquariato – il negozio vero e proprio – da quello dedicato all’esposizione, la galleria vera e propria, perché voglio continuare nel mio impegno di ospitare un evento al mese.  

Tra febbraio e marzo abbiamo ospitato una mostra dedicata al fotografo Guido Gaudioso e dopo l’evento dedicato al maestro Tranchino inaugureremo un’altra esposizione incentrata stavolta sulla scultura, per valorizzare tutte le arti. Oggi il gallerista, l’antiquario, l’operatore di questo settore, devono proporsi e proporre iniziative di qualità alle persone che amano le cose belle, educandole e guidandole nell’acquisto, facendosene garanti, proponendo mobili e oggetti selezionati e artisti di spessore.

Chi opera in questo campo, anzi, deve essere un provocatore nel senso migliore del termine, offrendo un ventaglio di diverse proposte artistiche ed attuando una sorta di programma educativo, piuttosto che puntando sull’evento fine a se stesso. La gente risponde: basti pensare che in una sola settimana questa mostra dedicata a Tranchino ha registrato più di cinquecento presenze.

E adesso passiamo la parola al maestro. Conversare con Gaetano Tranchino vuol dire fare un tuffo nel grande mare dei ricordi e delle esperienze maturate in sessant’anni di carriera. Le parole di Tranchino fluiscono serene eppure piene di vita come i colori accesi dei suoi lavori.

Un primo bilancio di questa mostra.

Con Fayer il mio rapporto risale a molti anni fa: ospitò i miei lavori quando la sua galleria era in Via Malta, ma preferisco questo spazio per la presenza di mobili che restituiscono l’atmosfera di una casa. I quadri sono più valorizzati così rispetto a quando sono esposti in spazi spesso asettici.

Per quanto riguarda la vendita, non ho mai avuto lo spirito del commerciante. Sono felice quando un mio lavoro va nella casa di chi può amarlo e qualcuno possa apprezzarlo.

Molto interessanti i riferimenti letterari dei suoi quadri: leggevamo delle sue preferenze per Borges e Conrad, maestri del labirinto, dello spaesamento, dei viaggi reali e immaginari che ritroviamo nel suo lavoro. Ut pictura poësis, citando Orazio. E viceversa?

Amo anche Mann, o Musil. I miei ultimi innamoramenti letterari riguardano Joseph Roth, Nabokov, o quello straordinario narratore che è Simenon. Il libro, i libri sono per me imprescindibili e la mia pittura si nutre di letteratura.

Dirò di più: il libro è parola scritta e inequivocabile, cosa che lo avvantaggia rispetto all’opera d’arte, della quale bisogna vedere gli originali e non accontentarsi delle riproduzioni, che non sono mai perfettamente fedeli e non riescono e restituire la dimensione reale di un quadro, che è soprattutto superficie, né i colori, come ho potuto sperimentare ammirando dal vivo “L’Arlecchino” o “Le bagnanti” di Picasso, per esempio.

Un quadro è portatore di un’atmosfera particolare. È fatto di piccoli gesti, di scelte, correzioni, interventi.

È un tessuto da ammirare nell’insieme e poi da vicino.

Come un testo, che anch’esso è “textum”, tessuto.

Certo. Leggendo un libro, dalla prima lettura possiamo trarre solo un venti per cento del suo potenziale. Fondamentali sono le riletture. “Io rileggo”, rispondeva l’amico Sciascia – mente cristallina, umanità che non sono riuscito a trovare in nessun altro – a chi gli chiedeva che cosa leggesse. Rileggere è ritrovare il giardino, ritrovare una patria ideale.

Le parole scelte, quasi pennellate. Il tono affabulatorio. Nella conversazione con Tranchino rivivono Bufalino, Consolo, Sciascia e i momenti conviviali alla Noce, ricorrono citazioni di scrittori e artisti. Il mondo di questo maestro appartato, schivo ma cortese, che ci dedica un pomeriggio narrando di sé senza compiacimenti, ci ricorda quello di certi artisti antichi, per cui ricordare, vivere e creare, senza presenzialismi narcisistici, sono tutt’uno.

Quali sono invece i suoi riferimenti artistici? Lei è stato accomunato, per certi aspetti, a Savinio e a De Chirico.

Come tutti, all’inizio della mia carriera apprezzavo molto gli impressionisti francesi. Poi sono passato agli espressionisti tedeschi ma quella che mi ha incantato è la pittura italiana del 1300-1400. Li chiamano primitivi, ma quanta sapienza in questi artisti.

Savinio è forse più interessante come scrittore che come artista, proprio perché troppo bravo. La padronanza del mestiere è pericolosa, perché l’essenza del lavoro dell’artista è passare dall’idea alla sua realizzazione e la difficoltà che si incontra nel farlo è l’occasione fortunata per aprire la via all’intuito.

Nel mio lavoro la cosa fondamentale è sorvegliarsi. Picasso parlava della necessità, per lui, di una vita intera per passare dagli esordi in cui dipingeva come un vecchio alla maturità, caratterizzata da una specie di ritorno all’innocenza, allo sguardo di un bambino. Il critico Strinati ha parlato della ragione che poi si incarna in una forma, Braque diceva di amare la regola che guida la scelta e la scelta che sovverte la regola, altri sono per l’elusione della ragione. Ci sono vie diverse. Io ho scelto la ragione, anche se alla base c’è sempre il daimon, c’è un’intuizione, un’idea informe.

Ha mai pensato di insegnare?

Non ne sono capace. Quando qualcuno mi parla di ragazzi talentuosi il mio consiglio è sempre quello di farli studiare, magari al Liceo classico. La tecnica se non è nutrita di cultura è vuota.

Anzi, la vocazione artistica non andrebbe incoraggiata. Se è reale, supererà ogni ostacolo e difficoltà.

Sperimentare, apprendere da soli, questo è il bello dell’arte. Le tecniche devono essere apprese con l’esperienza, magari forgiandosi i propri strumenti, scoprendo materiali e colori.

Io non smetto mai di imparare: ultimamente ho sperimentato con il bulino, strumento davvero diabolico perché non ammette errori e imprecisioni. Sono in contatto con incisori, alcuni dei quali lavorano sull’acciaio – pensiamo agli antichi fucili da caccia inglesi, capolavori di incisione.

Qual è il suo rapporto con la sicilitudine, per citare ancora Leonardo Sciascia?

La pittura è restituzione di immagini. Nei miei quadri c’è quello che io ho assorbito e assorbo e tento di restituire: innanzitutto la grecità. La storia, la letteratura. All’inizio, quando venivo presentato come artista siciliano, avvertivo questo quasi come una deminutio, ma se guardiamo indietro alla storia della Sicilia, che ha dimensioni e prospettive europee, credo di essermi nutrito della ricchezza cosmopolita di tutta la storia e di tutta la letteratura di questa terra.

Parliamo ancora, dell’amore per il mare e la vela – vela e tela, superfici con cui sperimentare sempre, costruendo e realizzando da sé tutto quello che serve per mettere in acqua il trizzotu “ru pizza”, l’imbarcazione tipica della Trezza come il “buzzettu” lo è per la marineria siracusana –, di teatro, della sua esperienza di scenografo – un brillio negli occhi al ricordo della scoperta dei colori ad acqua, del rullo, delle grandi superfici –, della “dittatura” però necessaria dei registi, dei manifesti per l’INDA, di Claude Ambroise, di Ferdinando Scianna che ha ritratto Tranchino restituendo miracolosamente attraverso le sue fotografie il volto e si direbbe l’essenza di questo artista.

Lo invitiamo a non disperdere il patrimonio di esperienza, di cultura, di ricordanze preziose accumulato in una vita di incontro e di lavoro.

Forse lo farò, un giorno. Ma ho troppo rispetto per il lavoro dello scrittore per prendere la penna in mano.

 

Ed ecco il link al secondo articolo: https://www.lacivettapress.it/2017/01/07/mostra-a-floridia-di-tranchino-il-maestro-di-cui-scrisse-sciascia/

 

La Civetta di Minerva, 23 dicembre 2016

“I libri sono per me imprescindibili e la mia pittura si nutre di letteratura”: così ebbe a dirci qualche anno fa il maestro Gaetano Tranchino nel corso di una preziosa intervista in occasione di una mostra siracusana delle sue opere.

Classe 1938, carattere schivo, pochi viaggi e ancor meno presenzialismo da artista “fashion” o engagé, forti legami con il teatro e le radici della nostra cultura, questo artista così imbevuto di cultura classica, di sicilianità nel suo senso più alto, di tecnica sperimentata ogni giorno da più di sessant’anni, espone le sue opere in una personale organizzata dalla “ProLoco Floridia” in occasione delle festività natalizie: “Immagini della memoria” è il titolo della mostra presso la Galleria Civica d’Arte Moderna del Palazzo Raeli di Floridia. Inaugurata mercoledì scorso, sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio.  Il testo critico verrà affidato all’architetto Salvatore Rapisarda.

“Seguo il lavoro di Tranchino da più di vent’ anni: da quando, non so più su quale giornale e per quale mostra, ho visto la riproduzione di un suo quadro e, capitando a Siracusa, in compagnia di Dominique Fernandez, che allora passava le estati in una casetta sul mare di Pachino, sono andato nel suo studio. Lavoro, dico, per improprio – in questo caso – modo di dire: Tranchino, stendhalianamente e savinianamente, non lavora […], si diletta: dipinge cioè con diletto, con piacere, come in una prolungata vacanza — tanto prolungata –, continua ed intensa da assorbire interamente la sua vita. E forse appunto da ciò nasce l’attenzione, il sodalizio, l’amicizia che ci lega: dal reciproco riconoscerci dilettanti proprio nel senso di cui discorreva Savinio per Clerici. E non che il dilettarsi escluda i «latinucci», la ricerca, I’inquietudine, il travaglio, il guardarsi dentro a volte con sgomento e il guardar fuori con prensile attenzione e a volte avidamente: ma in una sfera, sempre, di «divertimento», di gioco esistenziale. Un gioco in cui ha gran parte la memoria, il suo trasmutarsi o mutarsi in mito, favola ad avvertimento del presente; del destino, anche: e così trascorrendo le immagini, le metafore, gli emblemi da Omero a Conrad, con alquante postille borgesiane.

Otto Weininger diceva che a Siracusa si può nascere o morire, non vivere. Pensava, forse, a Platen che è andato a morirvi. Ma Tranchino non solo serenamente ci vive, ma ne rivive i miti lontani (che a volte appaiono come «citazioni» di De Chirico, di Savinio) e quelli dell’infanzia: tra il mare e la campagna, nei dissepolti splendori di una civiltà impareggiabile”.

Queste le parole di Leonardo Sciascia su Tranchino e migliore biglietto da visita non potrebbe esistere per un artista, oltre a quanto scritto da critici, sodali e amici come Ferdinando Scianna, Vincenzo Consolo o Claude Ambroise.

Il titolo della mostra ci rimanda a uno dei temi, dei leitmotiv dell’arte di Tranchino: “balconate, muri del giardino, palme nane, colonne mozze, uomo tormentato intorno a un libro, chiazze interstiziali di colori, la casa, approdi…” e gli altri soggetti delle sue opere sono quello che sono e molto di più, cioè la doppia immagine di un oggetto e del suo ricordo, della sua traccia mnestica e del suo essere mithos, racconto di un passato reale e favoloso insieme, la cosa e il suo eternarsi letterario e artistico. Memoria.

Questo vale a maggior ragione per la Sicilia di Tranchino, terra impastata di memorie stratificate e materiche come la texture delle sue opere, terra mai abbandonata, sempre presente sia fisicamente che nel ricordo, imago essa stessa, reale e atemporale insieme come i sogni, come uno stream of consciousness di forme e colori, di racconto e rimembranze.

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