La stabilità del governo è un obiettivo di rilievo costituzionale? Perché ogni volta, a fine legislatura, si presenta una nuova legge elettorale per garantirla? Abbiamo posto queste domande a Sergio Bagnasco, noto ai lettori del nostro giornale come profondo conoscitore della materia.
La nostra Costituzione affida la vita del governo al Parlamento; di conseguenza, cercare di raggiungere la stabilità di governo con l’ingegneria elettorale è un’illusione che diventa pericolosa se porta a ritenere che la stabilità di governo abbia rilievo costituzionale. Infatti, nella Costituzione non esiste alcuna norma da cui possa discendere il rilievo costituzionale della stabilità di governo o limiti al potere di vita e di morte che il Parlamento ha sul governo. Ne consegue che la stabilità di governo ha, al massimo, rilievo politico, ma non costituzionale. Riconoscere rilievo costituzionale alla stabilità di governo comporta conseguenze che non possiamo eludere. Non è pensabile che quanto costituzionalmente è rilevante non trovi adeguata protezione. Finirebbe per essere ragionevole proporre di limitare il potere del Parlamento; per esempio, la fiducia data al governo non può essere revocata prima che siano trascorsi due anni. Così emergono la leggerezza e la superficialità con cui si affrontano i temi istituzionali. La questione è così evidente che nemmeno il regime fascista prevedeva la stabilità di governo. Il Re aveva il potere di destituire il Capo del governo che doveva fare i conti anche col Gran Consiglio del Fascismo. Questo potere che al tempo apparteneva al Re oggi in epoca repubblicana appartiene al Parlamento, senza limiti e senza condizioni.
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Allora in questo quadro costituzionale?
Oggi la legge può ricorrere a meccanismi elettorali per facilitare la formazione di una maggioranza, ma non per perseguire la pretesa di garantire la stabilità di governo che solo la coesione politica della maggioranza può garantire. Pertanto, ogni maggioranza assoluta creata ricorrendo a premi elettorali è a Costituzione vigente irragionevole.
Quindi è ingannevole etichettare “stabilicum” la nuova legge elettorale in discussione?
Certamente, primo: il premio potrebbe non scattare e quindi dal voto non uscirebbe alcuna maggioranza predefinita, quindi la stabilità sarebbe affidata alla capacità di mediazione delle forze politiche; ergo non serve il “premio di governabilità”. Secondo: se dal voto uscisse una maggioranza nulla, impedirebbe che questa potesse implodere, come già successo con altri governi che hanno beneficiato del premio, per esempio il Berlusconi IV. I politici farebbero bene, dopo tanti fallimentari esperimenti che ci hanno dato instabilità elettorale, a smetterla di essere stabilmente idioti, nel senso etimologico del termine, ma in ogni caso la garanzia è lo smantellamento della democrazia parlamentare consegnataci dalla Costituzione.
Invece cosa pensa della prossima elezione del presidente della Repubblica?
Sarà il primo a essere eletto da un collegio drasticamente ridotto: dai 1.009 grandi elettori del 2022 si passerà a 663 grandi elettori. Tra questi ci saranno sempre 58 delegati regionali. Avendo ridotto i parlamentari, senza modificare l’art. 83 della Costituzione, è evidente che i delegati regionali acquisiscono rispetto al passato un peso molto più elevato nell’elezione.
Si tratta di un aspetto marginale e trascurabile?
Per nulla, perché ancora oggi c’è una profonda differenza tra rappresentanza nazionale (i parlamentari sono gli unici eletti che in teoria rappresentano la Nazione – art. 67 Cost.) e rappresentanza regionale. Nell’ultima elezione presidenziale del 2022, per esempio, il M5S aveva solo 4 delegati regionali nel collegio elettorale presidenziale, nonostante fosse il primo partito parlamentare. È evidente che diventa molto rilevante il sistema elettorale con cui si elegge il Parlamento, dal momento che dal quarto scrutinio basta la maggioranza assoluta dell’assemblea.
Con il sistema elettorale attuale (misto per 3/8 con collegi uninominali in cui il seggio messo in palio va in regalo a chi prende più voti nei collegi plurinomiali collegati) è probabile che una parte politica ottenga la maggioranza assoluta del Parlamento e quindi possa essere autonoma nell’elezione del Presidente della Repubblica. Oggi, infatti, il CDX è autonomo nell’elezione del Presidente della Repubblica. Con la nuova legge elettorale, nel caso scatti il “premio di governabilità”, tanto il CDX quanto il CSX sarebbero con altissima probabilità autonomi.
Ma il Presidente della Repubblica può essere espressione di una sola parte politica, che, inoltre, con questa legge elettorale, non rappresenta la maggioranza degli elettori?
Assolutamente no. Infatti, questo è quel che succede quando si modifica la Costituzione senza capire che questa è come un organismo vivente. Essa va considerata nella sua unitarietà e unicità. È stata una disinvolta populistica leggerezza intervenire sul numero dei parlamentari senza considerare la legge elettorale, da cui dipende la rappresentatività del Parlamento, il sistema di elezione del Presidente della Repubblica, l’organizzazione del Parlamento e del processo legislativo. Ciò ha accentuato gli squilibri istituzionali che non fanno bene alla democrazia di cui tutti parlano senza comprendere cosa significhi. Nel 2019 il governo Conte 2 nacque anche con l’obiettivo di “mettere in sicurezza l’elezione del PdR” oltre a “cambiare in senso proporzionale la legge elettorale”. Quella maggioranza parlamentare del 2019 – che oggi dovrebbe costituire il “campo largo” – fallì su entrambi i punti. La legge elettorale – il famigerato Rosatellum – rimase invariata e la messa in sicurezza del PdR si ridusse – con la consueta miopia – a rieleggere Mattarella, vale a dire a rinviare il problema perché finito il mandato di Mattarella il problema si ripropone negli stessi termini che sono noti dal 1993. È infatti da quando è stato cambiato il sistema elettorale passando dal proporzionale a un sistema a prevalenza maggioritario o con premio di maggioranza, palese/occulto, che esiste l’alta probabilità di una parte politica che possa in autonomia eleggere il PdR.
Quindi un grosso problema democratico?
Indubbiamente, il PdR dovrebbe essere una figura al di sopra delle parti, non dovrebbe identificarsi con un leader di partito. Non a caso, con l’unica eccezione molto particolare di Saragat, nessun segretario di partito è mai diventato Presidente della Repubblica, preferendo sempre figure istituzionali. Addirittura i primi presidenti sono stati eletti a garanzia delle minoranze. De Nicola, monarchico, fu nominato Presidente proprio per rassicurare la vasta minoranza monarchica. Gronchi, primo presidente democristiano, non era certo allineato con la maggioranza DC e così via. Il Presidente della Repubblica dovrebbe incarnare lo spirito costituente, essere a garanzia di tutti, e questo profilo non si concilia con chi nella Costituzione non si riconosce o è universalmente riconosciuto come leader di partito, ancor più se è un alfiere del “noi contro loro” e disdegna la dialettica politica che dovrebbe rappresentare il fulcro del nostro sistema, fondato sulla centralità del Parlamento. Quando chi ricopre cariche istituzionali non ha la cultura e l’intelligenza per occuparsi delle cose pubbliche e si trascina stancamente in attività inconcludenti, è esattamente ciò che – sul piano etimologico – si definisce idiota e in Parlamento da molti anni prevalgono questi!

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