Fondazione Inda: riflessioni sulla messa in scena dei testi classici e sulla governance dell ente

<Che effetto fa essere chiamata la “Signora del dramma antico“?>
Comincia con questa domanda l’intervista a tutta pagina del Corriere della Sera del 2 agosto a Marina Valensise, editorialista del Foglio, scrittrice e consigliera delegata della Fondazione Inda.  Ed ecco la risposta :< Preferirei “Signora del dramma antico e moderno”. Perché il dramma antico è sempre contemporaneo >.
Dunque  un effetto gradevole, tanto più se sorretto dai numeri: “Il rendiconto appena registrato – dice Marina Valensise – è il migliore in 110 anni.  Abbiamo superato la soglia dei 201 mila biglietti venduti in 8 settimane di attività”. Complimenti.
Altra, e più insidiosa, domanda: “Anche quest’anno abbiamo visto attori in giacca e cravatta, alcuni nei panni di boss mafiosi, Kalashnikov sotto braccio, movenze e costumi modernissimi, compresa un simil Melania Trump in tailleur e copricapo inequivocabili.” Anche questa – risponde la Valensise –  una chiave per far capire che la materia incandescente  del dramma antico continua a parlare all’uomo di oggi.  Si tratta di un modo – aggiunge –  per avvicinare il pubblico meno colto a testi che devono avere un’eco universale”.  Risposta non convincente e contraddittoria. Dire al pubblico, anche a quello “meno colto”, che far vestire abiti moderni agli attori e alle attrici sia un modo per avvicinarlo ai testi antichi è alquanto stravagante.
 Peraltro nell ‘intervista di Gianni Bonina sul quotidiano Libero del 5 giugno scorso la Valensise aveva dato questa risposta: “La messa in scena dei drammi antichi risponde necessariamente alla libertà di lettura e all’interpretazione del regista scelto dall’Inda”.  Dunque sono i registi a decidere. Neanche questa risposta convince perché, come ha osservato il  grecista Giulio Guidorizzi, “il problema è dato dal cattivo gusto di molti registi, dal loro  narcisismo e dalla loro ignoranza”. Pertanto, basterebbe scegliere, se lo si volesse, registi più rispettosi del testo classico e meno interessati agli effetti speciali.
Se la consigliera delegata dell’Inda  resta vaga sul modo di mettere in scena le tragedie, a prendere una chiara ed esplicita posizione, con un bellissimo intervento pubblicato da Libertà Sicilia, è invece Emanuela Gargallo di Castel Lentini, pronipote del fondatore dell’Inda, la quale con tono molto garbato, e senza alcun intento polemico, mette alcuni paletti. “Il dramma antico – dice – non ha bisogno di essere modificato per essere capito da tutti. Nell’Atene del 5° secolo la tragedia non era un genere per iniziati : era la festa per l’intera città”.
 Emanuela Gargallo, intellettuale di primo piano,  risponde indirettamente, e forse senza volerlo, alle affermazioni di Alex Ollè, il catalano regista de I Persiani, il quale su Libero del 5 giugno scorso ha sostenuto  che “il vero tradimento consiste nel trasformare il classico in un reperto museale incapace di dialogare col presente”.  Ma no. “La tragedia greca – osserva  Emanuela Gargallo – non invecchia non perché la si aggiorni ma perché è il tempo intorno a lei a cambiare, mentre lei resta ferma a interrogarlo”
E’ vero, come afferma la consigliera Valensise, che il dramma antico è sempre contemporaneo, ma, aggiunge Emanuela Gargallo, “lo è di suo, per natura, e che il compito più alto e più umile di chi lo serve è lasciarlo parlare”.
L’intervento, pregevolissimo, di Emanuela Gargallo è destinato a suscitare un dibattito sulle future  scelte artistiche della Fondazione Inda, dibattito a cui siamo molto interessati.
C’è un altro aspetto che ha incuriosito Felice Cavallaro del Corriere il quale chiede signora Valensise se ha mai ricevuto pressioni dalla politica nella scelta delle attrici, dei registi?  La risposta è netta: ” Ora non più”.   Se le pressioni dei politici sono cessate, potrebbero invece aver agito indisturbate quelle interne come dimostrerebbe il caso, per citarne solo uno, del professor Walter Lapini il quale in 6 stagioni, compresa quella del prossimo anno, ha ricevuto per sette volte l’incarico di traduttore?
Resta un interrogativo di fondo: perché la consigliera delegata che, in base allo statuto, dovrebbe occuparsi di bilanci, pianta organica, appalti, acquisti, limitandosi a proporre al consiglio di amministrazione gli “indirizzi” artistico-culturali,  viene chiamata  “Signora del dramma antico”?
Fermo restando che le qualità culturali di Marina Valensise non sono in discussione e che non c’è da parte nostra alcun pregiudizio personale,  va detto che all’Inda si è consolidata una  prassi  “sovversiva” che consiste nel sovvertimento del ruoli di consigliere delegato e sovrintendente artistico e culturale. Il compito di dirigere l’attività culturale dell’Inda spetta infatti a quest’ultimo  il quale, per statuto, deve avere una vasta e riconosciuta esperienza nella gestione dello spettacolo dal vivo, requisito non previsto  per il consigliere delegato.  Il sovrintendente è il “manager culturale” e spetta a lui “curare in autonomia l’attività teatrale e artistica” della Fondazione”.  In altri termini è lui, e non il consigliere delegato, il responsabile del prodotto culturale.
Va ricordato a tale proposito che nel 2023 il consiglio di amministrazione tentò, con un vero e proprio colpo di mano, di marginalizzare il ruolo del sovrintendente sottraendogli alcune rilevanti competenze per attribuirle alla consigliera delegata la quale, se il ministero della Cultura non avesse sconfessato clamorosamente il maldestro tentativo di “sovvertire” lo statuto, sarebbe diventata il dominus assoluto della Fondazione.
Lo è di fatto, ma a dispetto dello  statuto.

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