LA FABBRICA DELL’IMPOTENZA. Quando la Città disabilita” il cittadino

La città fabbrica dell’impotenza.
Questo articolo propone al lettore, critico e dialogante, una riflessione nata da un’analisi che mette in relazione i traumi urbani e la determinante politica. In breve si elabora ciò che ci viene narrato continuamente, ciclicamente negli ultimi mesi attraverso i media informativi e social media riguardo la città di Siracusa.

Per andare oltre la cronaca dell’emergenza quotidiana e comprendere la radice del declino strutturale di Siracusa, questa riflessione adotta una prospettiva interdisciplinare integrata. Il metodo combina la Teoria Sociale della Disabilità (che interpreta l’handicap come prodotto dell’ambiente ostile e non come mero limite individuale) con la Teoria Sistemica di Bateson (sui meccanismi di comunicazione paralizzante del doppio legame) e la Teoria  dell’ Attaccamento di John Bowlby (applicata alla relazione tra la città, vista come figura di accudimento, e i suoi abitanti). Il tutto è ancorato all’evidenza empirica fornita dalle rilevazioni decennali della Qualità della Vita de Il Sole 24 Ore con le notizie di attualità locale che i social forniscono. Cerco di riassumere il tutto in tre chiavi di lettura.

La prima, “disabilitizzazione”: la produzione sociale dell’incapacità, un decennio sul fondo.
Rileggere l’ormai consueta posizione di coda della provincia di Siracusa nella classifica del Sole 24 Ore non deve servire ad alimentare una rassegnata contabilità del disastro. I dati, reiterati per oltre un decennio, non fotografano una congiuntura sfortunata o la semplice inefficienza di una singola giunta, ma segnalano la presenza di una vera e propria infrastruttura dell’esclusione.
In questa cornice, la disabilità smette di essere una condizione clinica confinata alla sfera privata del singolo e rivela la sua natura di costruzione sociale. È la città stessa che, giorno dopo giorno, “disabilita” chi la abita. Si manifesta un’autoproduzione dell’impotenza che scaturisce dal crollo sistematico dei servizi primari: quando la rete idrica si interrompe lasciando interi quartieri senz’acqua, quando i quartieri periferici vengono lasciati al buio e all’incuria, quando il sistema dei trasporti pubblici scompare rendendo gli autobus oggetti misteriosi e irraggiungibili, è l’intero corpo sociale a subire una privazione di autonomia.


Percorrere marciapiedi devastati o strade dissestate non è solo un disagio materiale: è la trasformazione forzata di ogni cittadino di qualsiasi forma normoabile o con impairment nero, bianco, etero, omo, cis, genitore con il passeggino, anziano, persona in carrozzina o pedone — in un soggetto vulnerabile. La vulnerabilità, pregiudizievolmente associata a disabilità, non è più un’eccezione da tutelare, ma la condizione standard generata da un ambiente urbano ostile che sposta sempre più l’asticella e realizza una maggiore esclusione e denegazione dell’altro non conforme a degli standard sempre più restrittivi.
Creando così forme di derive che sfociano in patologia sociali che la città evidenzia sempre più e che riguarda la ogni aspetto della vita delle persone.

Punto due, La trappola del “Doppio Legame” e la violenza del quotidiano.
Questa compressione della vita urbana produce una forma sottile ma devastante di violenza psicologica, rintracciabile nel concetto Batesoniano del “doppio legame”.
La cittadinanza vive immersa in una permanente e nevrotizzante dissonanza cognitiva: da un lato assiste allo storytelling istituzionale che narra di una Siracusa “vetrina internazionale”, “capitale culturale” e meta patinata per i grandi eventi; dall’altro si scontra con una realtà materiale segnata dal degrado dei luoghi sociali e della cultura lasciati all’abbandono, da una viabilità stradale e marittima costellata di incidenti mortali e invalidanti e da ricorrenti episodi di microcriminalità e aggressioni ai danni di residenti e turisti.
Ricevere contemporaneamente il messaggio che “tutto va bene ed è bellissimo” e la smentita quotidiana dei propri sensi genera una paralisi dell’agire. Di fronte a questo paradosso non risolvibile, il cittadino interiorizza l’impossibilità del cambiamento. La violenza che ne deriva non è solo quella degli episodi di cronaca nera, ma è la violenza strutturale dell’indifferenza, quella che degrada lo spazio pubblico e innesca la rabbia sociale che si respira nel traffico, nelle file agli sportelli, negli sguardi della persone , nelle periferie dimenticate.

Infine concludo con un classico riferimento di matrice psicologica gli stili di attaccamento di J.Bolwby e gli effetti sociali che produce nell’ individuo ed inoltre una sistemica ecologica nelle relazioni sociali ad ogni livello. La serie ultima riflette sul punto che chiamo: Il Caregiver tossico e l’annullamento del desiderio.
Se applichiamo il paradigma di John Bowlby alla dimensione civica, la città dovrebbe svolgere il ruolo di una “base sicura”, una figura di accudimento collettiva in grado di offrire protezione, prevedibilità e supporto alla crescita individuale. Siracusa, al contrario, agisce come un caregiver affetto da grave patologia relazionale: umorale, negligente, invisibile nei momenti di bisogno, negazionista, superficiale, approssimativo, schizofrenico e delirante pronto a rinfacciare ogni minima richiesta di diritto come se fosse un privilegio concessorio.
L’esito di questo attaccamento insicuro e disorganizzato è un profondo trauma da abbandono.

La sensazione di non poter contare su alcuna struttura pubblica logora i legami di comunità, instilla la diffidenza reciproca ed erode progressivamente il desiderio di vita inteso come spinta all’impegno civile, alla bellezza, alla partecipazione democratica. Quando la sopravvivenza quotidiana assorbe ogni energia, il futuro cessa di essere un orizzonte di possibilità e diventa una minaccia da cui difendersi o da cui fuggire. In tutto questo rifletto su alcune domande su una possibile cura che non può essere mai individuale e sigolarizzata ma aperta, relazionale e sistemica occorre tracciare una cartografia plurale nuova non soggetta ad alcun esclusione

Interrogativi sul possibile presente
Di fronte a un sistema che riproduce se stesso da un decennio e che usa la narrazione per rimuovere il reale, l’analisi deve necessariamente cedere il passo alla responsabilità del presente. Non domani, ma oggi, la comunità siracusana è chiamata a porsi alcune domande fondamentali:
È ancora possibile considerare le carenze strutturali determinate e cicliche come violenza? abbandoni di marciapiedi, acqua trasporti, servizi al cittadino come meri problemi tecnici, o è giunto il momento di denunciarli come un’aperta violazione dei diritti di cittadinanza e un’atto di disabilitazione di massa?

Fino a quando la città accetterà la trappola del “doppio legame”, tollerando la sproporzione tra la propaganda patinata degli eventi e l’abbandono quotidiano dei propri quartieri e delle fasce più deboli?

Come possiamo ricostruire una “base sicura” collettiva capaci di riattivare quel desiderio di vita e di riscatto civile che l’abbandono istituzionale sta lentamente spegnendo?

Siamo disposti, come cittadinanza attiva, a scardinare le logiche stagnanti e a pretendere che la qualità della vita si misuri sul grado di dignità garantito all’ultimo dei suoi abitanti? Riflettere su questi potrebbe essere un buon punto di partenza per cominciare a narrare altro.

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