Pretendono troppo o sono costretti a navigare a vista? Come possiamo descrivere i giovani di oggi?
Il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Giuseppe Toniolo, intitolato La condizione giovanile in Italia, evidenzia come le nuove generazioni che hanno attraversato l’infanzia, l’adolescenza e la prima fase dell’età adulta nel primo quarto del XXI secolo abbiano vissuto non una singola crisi, ma un susseguirsi di eventi dirompenti: gli attentati dell’11 settembre 2001, la grande crisi economica del 2008, la pandemia di Covid-19, la guerra nel cuore dell’Europa, le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e la crisi climatica. Questo vissuto di profonda instabilità, di «permacrisi», ha fatto sì che l’incertezza non fosse una variabile ma una caratteristica permanente e strutturale della condizione delle nuove generazioni.
Chi cresce in un contesto relativamente stabile, pur affrontando inevitabili difficoltà, dispone del tempo necessario per costruire i propri punti di riferimento e le proprie certezze: anche l’inciampo può trasformarsi in un’occasione di crescita. Chi, al contrario, nasce in un contesto di forte instabilità, è come se affrontasse la navigazione in un mare perennemente in tempesta: diventa più difficile trovare una rotta e costruire il proprio futuro.
Questa è la condizione in cui si trovano molti giovani italiani. Le nuove generazioni si affacciano all’età adulta con un evidente carico di precarietà esistenziale cui poi si aggiungerà, con ogni probabilità, anche quella occupazionale: lavoro discontinuo e scarsamente tutelato, limitata autonomia abitativa, difficoltà ad elaborare progetti a lungo termine. Queste situazioni tendono ad acutizzarsi nel Mezzogiorno. La provincia di Siracusa non fa eccezione.
I dati Istat segnalano, con riferimento all’anno 2025, un tasso di disoccupazione, nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni, pari al 24,5% contro una media nazionale del 9%; il tasso di inattività in provincia, per la stessa fascia di età, è del 40,2% mentre l’indicatore nazionale si ferma al 24,7%. Questi dati appaiono particolarmente significativi se si considera che il territorio siracusano possiede potenzialità economiche rilevanti: oltre alla zona industriale, oggi attraversata da una fase di profonda trasformazione, ci sono altri settori strategici: quelli del turismo, della ristorazione, della cultura, dell’agroalimentare. Purtroppo, questi comparti, sebbene in espansione, spesso offrono opportunità di impiego stagionale e a tutele limitate.
Dunque, che fare? Arrendersi all’ineluttabilità del destino o reagire accettando il rischio di fallire? Per i giovani che ne hanno la possibilità economica, una delle prospettive più concrete diventa quella di spostarsi in altre regioni d’Italia o all’estero. Il fenomeno della migrazione porta con sé anche importanti conseguenze culturali e sociologiche, impoverendo il tessuto sociale di competenze, energie e propensione all’innovazione e al cambiamento.
Il filosofo Byung-Chul Han osserva che la nostra società oggi è segnata non solo dall’incertezza e dall’angoscia, ma anche da una progressiva erosione della speranza, ovvero dall’incapacità di immaginare un futuro diverso dal presente. In una società dominata dalla competizione, dalla prestazione e dalla continua esposizione agli stimoli, il futuro diventa corto e privo di progettualità. Questa accelerazione permanente rende inoltre più difficile costruire un rapporto autentico con il proprio contesto locale. Chi entra oggi nel mercato del lavoro non cerca soltanto un’occupazione: desidera sentirsi riconosciuto, valorizzato e parte integrante della comunità in cui vive. Quando questo riconoscimento manca, cresce il senso di estraneità e diminuisce il desiderio di investire nel proprio contesto di appartenenza.
In questo scenario assume particolare rilievo la riflessione di Vito Teti sulla restanza. Restare non significa rassegnarsi all’immobilità, ma scegliere consapevolmente di contribuire alla rigenerazione del proprio territorio attraverso creatività, partecipazione e responsabilità. È un modo diverso di abitare i luoghi: non subirli, ma trasformarli insieme alla propria esperienza personale.
Naturalmente, la restanza può rappresentare un’opportunità soltanto se costituisce una scelta libera. Il punto centrale non è stabilire se sia meglio restare o partire, bensì garantire ai giovani il diritto di scegliere il proprio percorso senza essere costretti dalle circostanze. Quando le decisioni vengono imposte dall’assenza di opportunità, il rischio è quello di disperdere competenze, talento e capitale umano. Ciò conduce ad una perdita di fiducia non solo nelle prospettive economiche, ma anche nelle istituzioni, nella politica e nella possibilità che l’impegno personale venga riconosciuto e premiato.
Come invertire la rotta? Non esistono soluzioni semplici, ma una certezza c’è: senza un investimento deciso sulle nuove generazioni, i territori rischiano di perdere il loro capitale umano più prezioso. Occorrono politiche pubbliche capaci di favorire lavoro di qualità, accesso alla formazione, sostegno all’imprenditorialità giovanile e spazi reali di partecipazione alla vita della comunità.
È proprio questa la responsabilità che oggi interpella istituzioni, imprese, scuola e società civile: creare le condizioni affinché i giovani possano tornare a immaginare il futuro come uno spazio di possibilità e non come un orizzonte di rinunce.
Se la permacrisi ha caratterizzato l’ingresso delle giovani generazioni nell’età adulta, la risposta non può limitarsi alla gestione delle emergenze. Occorre costruire condizioni stabili affinché i giovani possano progettare il proprio futuro.

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