Nel contenitore di miti e radici di un’intera comunità, Marco Castello col suo linguaggio musicale vibrante ci ha addomesticati come il Principe con la sua Volpe, rafforzando un legame ancora più potente con la sua Siracusa. La performance live ha coniugato parole, disciplina acustica e passaggi arrangiati creando un’ esperienza stereoscopica.
Il Teatro Greco è stato pervaso da una forza vitale che ha unito atmosfere soffuse ed evocative a ritmi poderosi e inebrianti. In un gioco che ha incrociato ironia e divertimento la scena è stata presa da coreuti – le Sacre Pietre – che hanno creato situazioni esilaranti. Geniale. Come unici e rari sono stati i featuring dal vivo con la presenza a sorpresa di Marco Cappuccio e Carlo Castello che ha incantato raccontando. Il nostro Ulisse è finalmente tornato.
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Il sound raffinato e ricercato nella combinazione di accordi e armonie è stata la cifra stilistica di Marco Castello e dei suoi straordinari musicisti. È sperimentazione virtuosa che confluisce nel jazz, nell’intensità emotiva del soul e nel groove ripetitivo del funk. L’abbraccio del numeroso pubblico all’artista è stato ricambiato con un flusso sonoro inarrestabile sussurrato e muscoloso. Un Teatro totalmente immerso in un universo parallelo e contemporaneo dove tutti gli strumenti hanno dialogato simultaneamente creando un’energia che come un’onda ha travolto il pubblico abbattendo ogni confine fisico.
Marco Castello è un artista che sceglie un modo di comunicare anticonformista che offre più livelli di lettura. Riesce a fare convergere i suoni con l’arte visiva, come Rothko è in grado di esprimere le emozioni umane. Le sonorità vibrano e fluttuano liberamente su una tela immaginaria sfiorando corde emotive prive di margini. E dalle pennellate intime Marco abbraccia, in un tempo senza tempo, l’umorismo e l’ironia di Satie che con titoli surreali e spiazzanti ai loro testi contrastano il formalismo della musica accademica e il marketing musicale.
E come Daniel Clowes col suo fumetto underground americano, crea personaggi dalle dinamiche stravaganti e bizzarre, con uno stile unico e profondamente benevolo.
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Se le logiche di mercato musicale seguono le mode con un’omologazione sonora senza precedenti, Marco Castello può permettersi di scardinarle creando una forma di arte musicale geniale costruita tassello dopo tassello con una cultura musicale da far rabbrividire.
E’ un lavoro il suo che decostruisce il linguaggio tradizionale giocando con suoni e ritmi non convenzionali.
Esprimendo la sua resistenza attraverso la musica e brani metaforici, Marco insiste, resiste e riesce a raccontare come un cantastorie attimi di quotidianità che ci appartengono, che amiamo o mal sopportiamo, ma che sono il nostro vissuto sotto un sole accecante che si posa sui muri a secco della nostra terra e un mare che lava come per magia ogni ferita.
Lo strepitoso concerto che ci è stato regalato è un Samizdat da custodire gelosamente e distribuire clandestinamente perché “c’è un mondo marcio a cui disobbedire”.
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(un ringraziamento doveroso e particolare a tutti gli autori delle bellissime foto, in particolare a Lorenzo Attardo)

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