Cinquemila euro per l’affitto del Teatro Tina Di Lorenzo a Vincenzo Dascanio, in occasione dell’apertura del suo Cafè a Noto. Il risultato? Le poltrone della platea sono state rimosse per fare spazio a una lunga tavolata, trasformando temporaneamente un luogo d’arte in una sala banchetti per pochi intimi.
Uno scenario surreale, che ricordava le atmosfere decadenti di un film di Stanley Kubrick: luci soffuse, calici in mano e un teatro storico ridotto a semplice location per eventi privati. Una spettacolarizzazione che calpesta il valore della cultura in nome dell’apparire.
Non è un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di una tendenza preoccupante. Dopo la chiesa di Sant’Agata trasformata in boutique e le polemiche su Palazzo Nicolaci prestato a matrimoni e passerelle, continua la mercificazione dei beni monumentali di Noto. Questa amministrazione sembra prediligere una gestione elitaria del patrimonio pubblico, allontanandolo sempre più dalla cittadinanza e riducendo i luoghi simbolo della città a merce di scambio per il turismo del lusso e del “vippismo”.
Il quadro si completa con il declino di altre tradizioni e spazi urbani: un’Infiorata ridotta a sagra commerciale priva di coordinamento estetico, l’abbandono della biblioteca comunale e la totale assenza di una visione culturale che valorizzi davvero i talenti e le risorse del territorio.
Noto merita di essere trattata come un gioiello prezioso e non come una chincanglieria da svendere al miglior offerente. Quale sarà il prossimo sito a subire questa deriva? La già agonizzante villa comunale o l’ormai impraticabile parco Fazzello?

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