Esistono città che vengono governate ed esistono città che, senza che nessuno lo dichiari apertamente, vengono progressivamente convertite in prodotto, e la differenza non è immediatamente percepibile da chi vi giunge per pochi giorni, perché il visitatore vede quasi sempre ciò che ogni città intelligente sa offrire al primo sguardo, cioè la luce, il mare, la pietra, la memoria monumentale, quell’illusione di eternità che i luoghi antichi amministrano con naturale superiorità, mentre assai più difficilmente può cogliere la qualità concreta del patto civile tra istituzioni e cittadini, che è poi l’unico indicatore serio della salute di una comunità.
Siracusa possiede una bellezza tanto oggettiva quanto pericolosa, perché la bellezza, quando è così abbondante, genera indulgenza, e l’indulgenza produce una forma di anestesia collettiva che consente a molte contraddizioni di apparire meno gravi di quanto sarebbero altrove, quasi che la magnificenza del passato potesse concedere una deroga permanente alle insufficienze del presente.
Non si tratta di negare ciò che Siracusa è, perché Siracusa resta una delle grandi città simboliche del Mediterraneo, con una densità storica che poche altre possono esibire senza artificio; si tratta piuttosto di interrogarsi su ciò che una città diventa quando la propria eccezionalità smette di essere una responsabilità e comincia a funzionare come alibi.
Le difficoltà idriche non sono invenzioni polemiche né impressioni private, ma materia documentata di comunicazioni ufficiali, interventi di riparazione, sospensioni temporanee e una fragilità infrastrutturale che negli anni è entrata stabilmente nel lessico cittadino; e già questo basterebbe a ricordare che una città non vive di tramonti ma di reti, condotte, manutenzioni, continuità amministrativa.
Parallelamente, il turismo non è più soltanto una componente dell’economia urbana, ma un asse strutturale formalmente riconosciuto, organizzato fiscalmente, normato e incentivato attraverso strumenti che includono anche la disciplina delle locazioni brevi e dell’imposta di soggiorno; il che, di per sé, non costituisce alcuna colpa, perché nessuna città seria rinuncia a valorizzare il proprio patrimonio, ma pone una domanda che una comunità matura ha il dovere di farsi: quando la valorizzazione smette di essere equilibrio e comincia a ridisegnare l’identità stessa del luogo?
Perché è qui il punto, ed è un punto che riguarda assai meno il turismo che la cultura politica con cui lo si governa, dal momento che una città non perde sé stessa quando accoglie visitatori, ma quando riorganizza silenziosamente le proprie priorità attorno alla logica del fruitore temporaneo più che a quella del cittadino stabile, trasformando lo spazio pubblico in superficie economica, il centro storico in ambientazione, la residenza in funzione accessoria.
La Sicilia conosce da tempo una forma di potere che raramente ama mostrarsi nella sua brutalità e preferisce piuttosto presentarsi con i modi rassicuranti della narrazione, della formula amministrativamente impeccabile, del lessico della rigenerazione, della comunicazione continua, di quella cortesia istituzionale che non sempre coincide con la sostanza del governo; ed è precisamente questo il punto che Sciascia avrebbe riconosciuto senza bisogno di alzare la voce, perché il problema non è mai il linguaggio, ma ciò che il linguaggio evita accuratamente di nominare.
Una città può sopportare anche inefficienze severe, purché le riconosca come tali; ciò che logora davvero una comunità è la distanza crescente tra esperienza vissuta e racconto ufficiale, tra la concretezza dell’ordinario e l’estetica della rappresentazione, tra il cittadino che misura la città con il tempo perso, con i servizi che mancano, con la manutenzione che tarda, e l’immagine pubblica di una città permanentemente raccontata come progetto.
Ortigia, in questo quadro, non è un colpevole ma un sintomo, perché ogni centro storico di pregio sottoposto a forte pressione economica rischia di mutare natura, e il problema non consiste nel commercio o nell’ospitalità in sé, ma nel punto esatto in cui una città smette di essere anzitutto casa e comincia a funzionare soprattutto come esperienza acquistabile.
La mercificazione della città di Archimede non è dunque una formula polemica, ma la possibile descrizione di un processo nel quale il valore simbolico di un luogo rischia di essere progressivamente convertito in rendita, e la rendita, come ogni forma di rendita, possiede una caratteristica psicologicamente pericolosa: tende a convincere chi la percepisce che il capitale originario sia inesauribile.
Ma nessuna civiltà urbana è inesauribile.
Siracusa non corre il rischio di perdere la propria bellezza; corre un rischio più sottile e più italiano, quello di continuare a possederla e, proprio per questa ragione, di credere che basti.

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