Adele Costanzo e il suo labirintico buró

Che ruolo hanno lo spazio e il tempo nelle vicende individuali e nella macrostoria?

La letteratura cerca di esprimerlo, se non di spiegarlo, da millenni.

E ancora:  le microstorie e la stessa Storia non sarebbero altro che pareidolie, momentanee e illusorie aggregazioni di dati irrelati?

Sembrano domande troppo grandi e non passibili di facili risposte, eppure chi legge se le pone, consciamente o meno.

Suggestioni del genere, se non tali appunto, vengono suscitate dalla lettura de “Il buró delle persone scomparse”, romanzo di Adele Costanzo uscito per i tipi di Re[a[]daction.

Il libro può essere letto autonomamente, anche se fa parte di una serie aperta da “Il Grand Tour” e continuata con “Il secondo viaggio”, entrambi pubblicati da ChiPiùNeArt.

Il buró del titolo è l’ufficio – inteso anche come compito, missione, forse unica vocazione possibile – dei Florentin, padre e figlio, ma “cosa può un buró, un misero ufficio delle persone scomparse, di fronte a tutti gli anfratti, le buche, i trabocchetti che lo spazio e il tempo disseminano sul cammino della gente?”.

Siamo nell’Europa devastata dalle guerre di successione, in un Settecento che da una parte è caos e sangue e che dall’altra s’inchina alla dea ragione, che elenca classifica sistematizza, Grand Tour e vagabondaggio insieme. Sense and Sensibility si scontrano, diremmo alla Austen, specie nella figura caleidoscopica, camaleontica, inafferrabile di Bernabeysson-Bachume-Pasquale, dalle molteplici identità, dalle teorie e ricerche strampalate eppure rispondenti a una logica personale.

Henri e Antonia hanno perso il figlio naturale di lui e la sorella scomparsa di lei, ma nel contempo hanno trovato e perso se stessi, continuamente, in un labirinto di fughe e agnizioni – pensiamo al Satyricon di Petronio, in cui i personaggi sono immersi in una ridda di vicende che sembra però perderli e riunirli nello stesso spaziotempo, nella stessa gabbia claustrofobica che non permette evasione.

C’è una continua intrusione del narratore, che tra l’altro ci informa delle possibili sliding doors della trama; puntualmente però non si avverano, specie quelle più gradite al lettore, al quale chi racconta si rivolge continuamente: “È un racconto modesto, senza pretese di esaustività, questo che ti proponiamo”. Chi segue le vicende di Antonia, Bachume, Trespetit e dei Florentin viene accompagnato, guidato, seguito da una voce che lo indirizza, spiega, riassume, ricorda il passato dei personaggi, fa congetture per poi smontarle… “Porta pazienza, caro lettore, un po’ alla volta scoprirai […]”.

il buró delle persone scomparse

C’è tutta la narrativa d’avventura in questo libro (la Quête, l’eterna ricerca di persone da riportare a casa – e anche qui: quanto è giusto pretendere di sapere cosa sia a posto e cosa no, quale sia il vero posto delle cose e delle persone? –, il disertore, la spia, il vilain, figli e fratelli e sorelle spariti, carrozze e medicamenti, vite strozzate dalle ingiustizie sociali, in realtà eterne, le storie d’amore contrastate – e ancora: ne vale la pena? Cosa c’è dietro questo desiderarsi e cercarsi e inseguirsi e aspettarsi? Tutto si scolorisce e si consuma, gli amanti appassiscono come foglie nel fango della vita, come i cadaveri inghiottiti dal fiume, come cani rotolati da un monte o massacrati per uno sfizio crudele), che però viene costantemente parodizzata, cioè letteralmente rovesciata, così come la struttura e la stessa ragion d’essere del romanzo “storico”: sembra che il narratore giochi a smontarne il giocattolo, il meccanismo scoperto il quale la magia sparisce: “… a volte ci si appiccica addosso una tristezza che non se ne vuole andare, soprattutto quando il tempo che ci resta è troppo poco per rimettere a posto le cose e quello alle spalle ci scruta inesorabile come un giorno del giudizio”.

Non c’è sorriso, non c’è lieto fine, non c’è apparente senso in ciò che accade.

“Avresti preferito un resoconto di quelli che procedono rispettando il prima e il dopo, privo di omissioni e di descrizioni sommarie. Una specie di cronaca, un verbale. Perdonaci, questa vicenda ci sta provando troppo e devi concederci che a volte chi racconta non ce la fa a riferire certe cose per filo e per segno… Un libro è un libro, un rosario di parole che si succedono in ordine approssimativo arrancando dietro emozioni e vicende che vanno ad altre velocità. È una corsa impari, una battaglia persa. Riportare i fatti è una fatica inutile perché la verità, quella vera, disdegna le nostre paginette”.

Un ammonimento a chi pretende di riprodurre la verità? Di sapere cosa sia degno di racconto e cosa non? Di conoscere quale sia il vero ordine del mondo e porre rimedio al presunto caos dell’esistenza riportando i figli ai padri, le sorelle alle sorelle?

“E se esistesse un ordine diverso da quello riconosciuto come tale e ciò che viene chiamato disordine non fosse che una disposizione delle cose secondo criteri meno condivisi?”.

Questo è un avvertimento diretto al lettore: “Tu, se riesci, non aspettare troppo a rimettere a posto le cose, perché quando la fine arriva non c’è buró, non c’è Florentin che possano portarti indietro. La vita è caos. L’ordine del mondo è una speranza, un inganno. È solo propaganda”.

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