IL RETROSCENISTA DEL CORRIERE DELLA SERA, Francesco Verderami, ha scritto recentemente che dal fronte del Sì ci sarebbe stato un fuoco di fila contro i magistrati, un vero e proprio piano fatto di colpi bassi. Non si sbagliava alla luce delle dichiarazioni del ministro Nordio (ultima quella sul CSM dove vigerebbe un sistema paramafioso) e della lettera della sua capa di gabinetto con cui invitava l’Associazione nazionale magistrati a far conoscere i nomi dei finanziatori del Comitato del No. Un’iniziativa definita intimidatoria e che fa odore di schedatura.
L’escalation del centrodestra non ha risparmiato neanche la Suprema Corte di cui è stata addirittura messa in dubbio la terzietà, al punto che è dovuto intervenire il presidente Mattarella per ammonire a rispettare “la Cassazione e le sue decisioni”.
Lo schema del centrodestra è chiaro: la riforma serve a bonificare l’attuale sistema giudiziario e a contenere lo strapotere della magistratura, quindi o si sta con la riforma del governo o si sta con “questa” magistratura egemonizzata dalle toghe rosse. La presidente Meloni ha recentemente dichiarato che i magistrati sono “il pezzo della filiera”, che blocca il lavoro del Governo, del Parlamento e delle forze dell’ordine: concetto, questo, che aveva già espresso nella conferenza stampa di inizio anno.
Ora, che siano stati commessi errori giudiziari non lo nega nessuno, ma è falso, falsissimo, far credere che con la separazione delle carriere, come per incanto, non ci saranno più casi di malagiustizia. Se passa il referendum si creerà un clima favorevole alle nuove leggi per assoggettare i pubblici ministeri alla politica. Va ricordato che nei giorni scorsi il ministro Nordio non ha esitato a dichiarare che la riforma costituzionale della giustizia serve a introdurre il controllo della magistratura.
Quale significato dobbiamo attribuire alle dichiarazioni del leader di Forza Italia e vicepresidente del Consiglio dei ministri, Antonio Tajani, secondo il quale “la separazione delle carriere non basta”? Se non basta vuol dire che è necessario andare oltre e non è difficile immaginare in quale direzione. Inoltre, ha aggiunto Tajani, bisogna svincolare “la polizia giudiziaria dalla sottoposizione ai pubblici ministeri”. Vuol dire che la direzione delle indagini passerà dal pubblico ministero alla polizia giudiziaria?
Se questo è il quadro, si possono ipotizzare due scenari. Primo scenario: se persevererà il Sì e l’attuale governo non modificherà successivamente la legge di riforma oggetto del referendum, avremo un pm superpoliziotto che sostiene l’accusa e che, verosimilmente, pur di vincere la causa terrà conto solo degli elementi a carico dell’imputato, trascurando quelli a sua discolpa. Ma un Pm con queste caratteristiche conviene al Governo Meloni? Sarebbe un’eterogenesi dei fini.
Secondo scenario: una volta incassata la vittoria del SI’ potrebbe scattare, per comprimere l’autonomia dei Pm, la fase due, l’adozione di una legislazione aggiuntiva sul modello dei sistemi in cui vige la separazione delle carriere e il procuratore generale viene scelto dalla politica.
Sia il primo scenario che il secondo sarebbero devastanti per un sistema giudiziario come il nostro. In gioco c’è l’indipendenza della magistratura e quindi l’equilibrio tra i poteri, pilastri della nostra Costituzione e dello Stato di diritto.
Non siamo fan acritici dei magistrati, anzi riteniamo che qualche domanda sul perché non godono di molte simpatie se la devono fare. Difendiamo l’integrità della Costituzione e i princìpi cardine della democrazia, che verrebbero menomati dall’indebolimento della magistratura rispetto agli altri poteri.
La riforma della giustizia voluta dal governo comporta la modifica di ben sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110): è su questo che bisogna lanciare l’allarme, rendendo esplicito che votare NO significa difendere la Costituzione e con essa l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere.

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