All’indomani del passaggio del ciclone Harry sulla costa orientale, il bilancio dei danni per Siracusa è pesante. Oltre alle ferite inferte al centro urbano, non si possono ignorare le devastazioni nelle zone balneari. Tendiamo a interpretarli come attacchi del mare alle opere umane; in realtà, sono i momenti in cui la natura reclama ciò che le è stato sottratto.
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Il litorale, da Asparano a Ognina, appare oggi come un teatro di guerra: recinzioni abbattute, asfalto divelto e detriti che invadono le carreggiate. Scene identiche si ripetono alla Fanusa, all’Arenella e a Fontane Bianche. Il filo conduttore è ovunque lo stesso: l’eccessiva vicinanza delle costruzioni alla riva è spesso frutto di abusivismo edilizio o di discutibili autorizzazioni a costruire che ha un costo che la forza del mare, prima o poi, presenta a chiunque, senza distinzioni di ceto o privilegi.
La speranza è che la ricostruzione avvenga nel rispetto delle fasce di tutela, arretrando le proprietà laddove possibile. Tuttavia, il timore è che prevalga ancora una volta l’attaccamento alla “roba”, spingendo a ricostruire esattamente dove il mare ha già dimostrato di voler passare.
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L’abusivismo, spesso tollerato da autorità a loro volta complici, ha trasformato le coste siracusane in una colata di cemento. Forse, paradossalmente, solo la frequenza di questi eventi potrà imporre il ripristino di un equilibrio ormai perduto.
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Spetta ora agli amministratori locali agire con fermezza, anteponendo le leggi della Natura agli interessi privati.
Il Presidente
Fabio Morreale

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